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Attacco Usa in Iran, le opzioni sul tavolo di Trump: dal “raid lampo contro infrastrutture del potere” al blocco dello stretto di Hormuz

Al momento, secondo fonti militari e analisti internazionali, le opzioni sul tavolo per la Casa Bianca sono 4, tutte caratterizzate da forti criticità operative e conseguenze potenzialmente esplosive per l’intera regione mediorientale

30 Gennaio 2026

Attacco Usa in Iran, le opzioni sul tavolo di Trump: dal “raid lampo contro infrastrutture del potere” al blocco dello stretto di Hormuz

Trump-Khamenei

Gli Usa sarebbero pronti all’attacco in Iran. Secondo indiscrezioni, Trump avrebbe sul tavolo 4 opzioni militari: dall’ipotesi di un raid lampo, come in Venezuela, contro le infrastrutture del potere di Teheran fino allo scenario più estremo del blocco dello stretto di Hormuz.

Attacco Usa in Iran, le opzioni sul tavolo di Trump: dal “raid lampo contro infrastrutture del potere” al blocco dello stretto di Hormuz

L’imponente Armada” che Donald Trump ha ordinato di dislocare intorno all’Iran è in attesa. Al momento, secondo fonti militari e analisti internazionali, le opzioni sul tavolo per la Casa Bianca sono 4, tutte caratterizzate da forti criticità operative e conseguenze potenzialmente esplosive per l’intera regione mediorientale.

La prima ipotesi è quella di un’operazione lampo, sul modello di quella che in Venezuela ha portato all’arresto di Nicolás Maduro. Tuttavia, questa possibilità viene giudicata altamente improbabile dagli analisti militari statunitensi, sia per la distanza geografica da Teheran sia per la struttura del potere iraniano. A differenza del regime venezuelano, quello iraniano non appare frammentato, ma composto da diversi centri di potere che, in caso di uccisione o rapimento dell’Ayatollah, difficilmente si consegnerebbero nelle mani di Washington, come avvenuto in America Latina.

La seconda opzione prevede una serie di raid a distanza, mirati contro i centri di potere delle Guardie della Rivoluzione, dell’esercito e dei vertici del governo. È uno scenario temuto da Teheran, ma che presenta problemi simili alla prima ipotesi. Un nuovo attacco alle infrastrutture di arricchimento dell’uranio appare invece improbabile, alla luce dei risultati giudicati complessivamente scarsi dell’operazione condotta lo scorso giugno.

Più concreta appare l’ipotesi di colpire postazioni missilistiche, basi dell’aeronautica e siti di estrazione e raffinazione del petrolio, con l’obiettivo di mettere in ginocchio il Paese e impedirgli una reazione contro i presidi della presenza statunitense nella regione. Una strategia che inciderebbe duramente sulla capacità di risposta iraniana, ma che rischierebbe di innescare una spirale di escalation.

La terza opzione è rappresentata dal blocco dello stretto di Hormuz, il tratto di mare che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio globale. Secondo l’Associated Press, Teheran intende svolgere a breve un’esercitazione militare con proiettili veri proprio nello Stretto di Hormuz e ha già avvertito le organizzazioni marittime dei rischi per la navigazione. Anche qualora il blocco fosse attuato dagli Stati Uniti, non sarebbe una manovra priva di costi: fermare un quinto del traffico mondiale di petrolio avrebbe ricadute durissime sui mercati internazionali. È bastato l’annuncio di Trump per far schizzare le previsioni sull’indice Brent a 70,35 dollari al barile, il livello più alto degli ultimi quattro mesi.

Infine, resta sullo sfondo la possibilità che il massiccio dispiegamento navale serva soprattutto a esercitare pressione sugli ayatollah, nel tentativo di costringerli a tornare al tavolo dei negoziati sul nucleare.

In ogni caso, si tratta di una flotta "più grande di quella inviata in Venezuela", ma inferiore a quella che la scorsa estate presidiava le coste mediorientali. Al momento è presente una sola portaerei, la USS Abraham Lincoln, arrivata recentemente nell’area. Il gruppo da battaglia guidato dalla Lincoln si trova a 340 chilometri a est dell’Oman, nel Mar Arabico. Due cacciatorpediniere, Mitcher e McFaul, sono già operativi nel Golfo Persico, mentre il Delbert Black è entrato nel Mar Rosso e si sta spostando verso sud. Altri due cacciatorpediniere, Roosevelt e Balkeli, rimangono nel Mediterraneo orientale.

È stata inoltre rafforzata la capacità aeronautica con il dispiegamento di un aereo da ricognizione strategica RC-135 nella base di Al Udeid, in Qatar, e di un aereo da guerra elettronica E/A-18G Growler, lo stesso impiegato nell’operazione contro Maduro. Quest’ultimo potrebbe essere utilizzato per disabilitare la rete elettrica e le comunicazioni iraniane prima e durante un attacco, rendendo più difficile una risposta coordinata.

Immagini satellitari mostrano anche l’installazione di un’ulteriore batteria di difesa missilistica ad Al Udeid e la presenza di diverse navi da sbarco al molo. Particolarmente significativo è il traffico aereo degli ultimi 10 giorni: 74 voli militari sono atterrati nelle basi Usa della regione, portando almeno 5mila nuovi soldati, senza contare la potenza di fuoco dell’aviazione imbarcata sulla Lincoln e quella già dislocata negli avamposti militari circostanti.

Allo stato attuale, il comando a stelle e strisce disporrebbe già della forza necessaria per sferrare un attacco rilevante e difendersi in caso di reazione iraniana. Tuttavia, a Washington prevale ancora la cautela. Secondo indiscrezioni rilanciate dai media israeliani, gli Stati Uniti vorrebbero attendere qualche giorno prima di lanciare un raid, in modo da ricevere ulteriori rinforzi. All’appello mancherebbero infatti solo i bombardieri pesanti B-52, B-1B o B-2, già impiegati nell’operazione dello scorso giugno.

Nel frattempo, anche Teheran si prepara al peggio: tutte le licenze per i soldati sono state cancellate, le unità di difesa aerea sono passate allo stato di massima allerta e il personale delle forze missilistiche ha abbandonato le postazioni fisse per ridurre la vulnerabilità agli attacchi.

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