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"Attacco Usa a Iran imminente", Trump valuta raid su grande scala o uccisione leadership, Teheran respinge diktat su nucleare e missili - RETROSCENA

Negoziati fermi, maxi-schieramenti militari e ultimatum respinti: Washington valuta attacco contro l’Iran tra guerra totale e raid mirati per il cambio di regime

29 Gennaio 2026

Trump, Khamenei e Netanyahu

Secondo sempre più fonti del deepstate, l'attacco americano all'Iran sarebbe "imminente" ormai. Il presidente statunitense Donald Trump ha dato ieri una sorta di ultimatum a Teheran, nel quale chiedeva lo stop allo sviluppo del programma nucleare e missilistico del Paese, oltre allo stop alla collaborazione con proxy regionali "rivali". Da ciò che si apprende, però, le negoziazioni, sebbene mediate da diversi attori internazionali, non sarebbero né solide, né fruttuose, con l'Iran che ha già negato di voler aderire al diktat a stelle e strisce.

Man mano che le ore passano, il Medio Oriente continua a militarizzarsi, con una flotta di 10 navi da guerra americane, numerosi caccia Usa e Uk nelle basi di Qatar e Giordania, ma anche con i droni da ricognizione e i 2000 missili iraniani. Trump starebbe solamente aspettando il momento giusto per sferrare l'attacco, quindi, decidendo se colpire il Paese su grande scala, inclusi i siti nucleari, o se concentrare raid mirati sulle teste della leadership iraniana, spingendo a proteste anti-governative. Qualsiasi strada sarà percorsa, difficilmente non implicherà un regime-change.

"Attacco Usa a Iran imminente", Trump valuta raid su grande scala o uccisione leadership, Teheran respinge diktat su nucleare e missili - RETROSCENA

I segnali di un imminente attacco statunitense contro l’Iran si moltiplicano, mentre ogni canale diplomatico appare ormai bloccato. Nonostante i tentativi di mediazione di Turchia, Qatar e Arabia Saudita, fonti statunitensi citate da Axios, Reuters e New York Times confermano che non esistono negoziati seri o produttivi tra Washington e Teheran. L’Iran avrebbe interrotto anche lo scambio di messaggi indiretti tramite l’Oman e rifiuta qualsiasi accordo con l’amministrazione Trump.

Il nodo centrale resta strategico: Teheran ha chiarito che non rinuncerà né al proprio programma missilistico e balistico né al diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi civili. Posizioni considerate inaccettabili da Washington. Secondo il Wall Street Journal, l’Iran dispone ancora di circa 2000 missili balistici a medio raggio, in grado di colpire l’intera regione fino a Israele, oltre a vaste scorte di missili antinave, droni e capacità navali asimmetriche nello Stretto di Hormuz.

Sul piano militare, gli Stati Uniti stanno completando uno dei più imponenti schieramenti degli ultimi anni. Dieci navi da guerra sono ora sotto il comando del CENTCOM, incluso il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln, accompagnato da cacciatorpediniere lanciamissili, sistemi di difesa antimissile THAAD e assetti di intelligence come l’RC-135V Rivet Joint. Decolli ripetuti di C-17, F-35, EA-18G ed evacuazioni diplomatiche europee suggeriscono una fase pre-operativa avanzata.

Anche l’Iran ha risposto con una dimostrazione di forza. Teheran ha annunciato l’introduzione di 1000 nuovi droni, ha rivelato una rete di tunnel missilistici sottomarini e ha schierato la nave drone Shahid Bagheri nei pressi dello Stretto di Hormuz. Secondo fonti iraniane, decine di UAV di sorveglianza hanno già monitorato i movimenti della USS Abraham Lincoln, mentre i comandanti dei Guardiani della Rivoluzione avvertono che qualsiasi attacco sarà considerato un atto di guerra totale.

In questo contesto, al presidente Donald Trump si aprono due strade principali. La prima è un attacco su larga scala contro l’Iran, che includerebbe bombardamenti su siti nucleari, infrastrutture strategiche e istituzioni governative, con l’obiettivo dichiarato o implicito di favorire un cambio di regime. Una simile opzione comporterebbe però un alto rischio di escalation regionale, con possibili ritorsioni contro basi statunitensi nel Golfo, Israele e le rotte energetiche globali.

La seconda opzione, sostenuta da alcune fonti citate da Reuters e CNN, prevede raid mirati contro leader politici, militari e apparati di sicurezza iraniani. L’obiettivo sarebbe “ispirareproteste interne e creare le condizioni per un cambio di regime dall’interno. Tuttavia, alleati europei e arabi restano scettici sull’efficacia di questa strategia, temendo che rafforzi il fronte interno iraniano anziché indebolirlo.

Israele osserva e si prepara. Secondo Ynet, Tel Aviv ritiene che l’Iran possa mostrare una certa flessibilità sul nucleare, ma non sui missili né sul sostegno ai gruppi alleati nella regione. L’esercito israeliano è in stato di allerta difensiva da settimane, mentre i movimenti della resistenza regionale – dall’Iraq allo Yemen – avvertono che una guerra contro l’Iran non resterebbe confinata.

Con negoziati fermi, schieramenti militari completi e retorica sempre più dura, l’ipotesi di un attacco statunitense appare sempre meno teorica. La domanda non è più se, ma come e quando.

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