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"Usa verso attacco a Iran entro settimana con raid mirati a leadership", terminati schieramenti militari, Italia evacua ambasciata - RETROSCENA

Riunioni segrete Usa-Israele, portaerei e missili nel Golfo: Washington valuta colpi mirati contro Teheran mentre cresce l’allarme regionale e diplomatico

27 Gennaio 2026

Iran, Arash Azizi: “Sul tavolo di Usa e Israele piano per uccidere Khamenei”, CIA e Mossad valutano cyberattacchi contro regime

Trump-Netanyahu e Khamenei

Nelle ultime ore, lo schieramento militare degli Stati Uniti e alleati (incluso il Regno Unito) in Medio Oriente e dell'Iran sono stati ultimati. Secondo fonti locali e del deepstate, tutto sarebbe pronto per un'offensiva a stelle e strisce su Teheran, che avverrebbe attraverso "raid mirati alla leadership" del governo di Ali Khamenei "entro questa settimana".

La tensione in tutta la regione continua a salire: Israele, dopo diversi incontri con i rappresentanti americani del CENTCOM, ha detto di essere in stato di massima allerta ma pronto a rispondere a un'eventuale controffensiva iraniana. Sempre Tel Aviv ha consigliato di non volare su Ben Gurion per un mese, mentre l'Italia ha deciso ieri di evacuare tutto il personale non essenziale all'ambasciata di Teheran.

"Usa verso attacco a Iran entro settimana con raid mirati a leadership", terminati schieramenti militari, Italia evacua ambasciata - RETROSCENA

La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase di massima tensione, con segnali sempre più concreti di una possibile azione militare statunitense nel breve periodo. Nelle ultime settimane Washington ha accelerato in modo visibile il rafforzamento della propria postura militare in Medio Oriente, mentre fonti israeliane e americane confermano intense consultazioni strategiche su un’eventuale operazione contro Teheran.

Secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 14, il 25 e 26 gennaio il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, vice ammiraglio Brad Cooper, ha incontrato a Tel Aviv il capo di stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, insieme a vertici dell’intelligence e dell’aeronautica israeliana. Durante i colloqui, Cooper avrebbe illustrato l’approccio statunitense a un possibile attacco: un’operazionerapida, pulita e a basso costo”, concepita per colpire obiettivi selezionati senza un’escalation immediata su larga scala.

Secondo la stessa fonte, l’ipotesi al centro delle discussioni sarebbe quella di attacchi mirati contro individui e strutture ritenuti "responsabili della repressione interna e dell’uccisione di civili e manifestanti" in Iran. In questo quadro, funzionari statunitensi avrebbero esplicitamente evocato la “decapitazione della leadership” come elemento chiave di una strategia di lungo periodo volta a favorire un cambio di regime, considerato necessario per la stabilità regionale.

Parallelamente, la presenza militare americana nella regione è cresciuta in modo significativo. Il gruppo d’attacco guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln è entrato nell’area di responsabilità del CENTCOM, accompagnato da cacciatorpediniere lanciamissili e da un’ala aerea imbarcata composta da F/A-18 Super Hornet, EA-18G Growler, F-35C e elicotteri MH-60. A ciò si aggiunge un intenso ponte aereo logistico: decine di voli di C-17 Globemaster III, il ridispiegamento di aerei cisterna KC-135 e l’invio di ulteriori sistemi di difesa Patriot e THAAD verso basi in Qatar, Giordania e altri snodi strategici.

Sul fronte della sorveglianza, assetti statunitensi come i P-8A Poseidon e i droni MQ-4C Triton pattugliano costantemente il Golfo Persico, mentre fonti OSINT segnalano un’attività anomala di velivoli per allerta precoce ed elettronica. Anche gli alleati si muovono: il Regno Unito ha dispiegato caccia Typhoon in Qatar, mentre Israele ha dichiarato il massimo livello di allerta in previsione di una possibile rappresaglia iraniana.

Dal canto suo, Teheran rafforza le proprie difese. Secondo valutazioni d’intelligence diffuse da media regionali, l’Iran ha potenziato la costa meridionale e l’area dello Stretto di Hormuz con unità dell’IRGC e del Basij, schierando difese costiere avanzate e sottomarini di classe Ghadir per scoraggiare un intervento diretto.

Il presidente americano Donald Trump mantiene una linea ambigua. Pubblicamente afferma che l’Iran “vuole dialogare” e che contatti indiretti sarebbero già avvenuti, ma allo stesso tempo ribadisce che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. Secondo fonti del New York Times e di The Economist, valutazioni dell’intelligence statunitense indicano che il regime iraniano si troverebbe nella sua posizione più fragile dalla rivoluzione del 1979, un fattore che alimenta le pressioni per un’azione decisa.

Nei Paesi del Golfo e nel Medio Oriente cresce la preoccupazione per un attacco imminente. Funzionari regionali temono che un’operazione statunitense possa avvenire “nei prossimi giorni”, innescando una risposta iraniana non più limitata o simbolica, ma estesa a basi e infrastrutture alleate.

Sul piano civile e diplomatico, le conseguenze sono già visibili. Le autorità israeliane hanno avvertito le compagnie aeree internazionali di un “periodo sensibile” per i voli verso Tel Aviv, mentre diversi Paesi stanno rivalutando i collegamenti con la regione. In Italia, la Farnesina ha convocato l’Unità di Crisi e annunciato un alleggerimento sostanziale del personale diplomatico a Teheran, con un’evacuazione rapida dell’ambasciata. Un segnale ulteriore che, mentre la diplomazia resta formalmente aperta, lo scenario militare è ormai al centro delle decisioni strategiche.

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