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Iran, "attacco Usa fra 6 giorni se Teheran non si arrende a condizioni americane su armi e nucleare", Mossad: "Raid solo ritardato" - RETROSCENA

Due portaerei Usa, caccia in Giordania e stop UE ai voli sull’Iran: Washington attende la risposta di Teheran all’ultimatum, mentre Israele parla di attacco solo rinviato

19 Gennaio 2026

Iran, Trump valuta ingresso in guerra e attacco a centrale nucleare Fordow, poi minaccia Khamenei: “Sappiamo dove ti nascondi”

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Secondo molti osservatori internazionali, l'attacco americano all'Iran, che sembrava imminente una settimana fa, sarebbe in arrivo fra "6 o 7 giorni". Con una condizione, però: nel caso in cui Teheran accetti quattro richieste chiave statunitensi, legate principalmente alla proliferazione nucleare e alle armi, il raid sarebbe cancellato. Nel mentre, aumentano i segnali di una possibile offensiva militare a stelle e strisce: il movimento di aerei da guerra e portaerei verso il Medio Oriente, ma anche la sospensione dei voli delle compagnie aeree europee sui cieli iraniani. Intanto, il direttore del Mossad, David Barnea, è negli Stati Uniti a conferire sulla situazione in Iran e ha minacciato: "Il raid è solamente rimandato".

Iran, "attacco Usa fra 6 giorni se Teheran non si arrende a condizioni americane su armi e nucleare", Mossad: "Raid solo ritardato" - RETROSCENA

L’accumulo di forze militari statunitensi attorno al Medio Oriente sta alimentando il timore che un attacco contro l’Iran possa avvenire già nei prossimi giorni, forse entro la settimana. I movimenti navali e aerei delle ultime ore, uniti ai segnali provenienti dal settore dell’aviazione civile e alle dichiarazioni politiche sempre più esplicite, delineano uno scenario di fortissima pressione strategica su Teheran.

Secondo tracciamenti open-source e conferme militari, due portaerei statunitensi di classe Nimitz sono ora in movimento verso il teatro mediorientale. La USS Abraham Lincoln (CVN-72) ha attraversato lo Stretto di Malacca nelle ultime 48 ore ed è diretta verso l’Oceano Indiano e il Mar Arabico; il suo gruppo d’attacco dovrebbe entrare nell’area di responsabilità del CENTCOM entro 5–7 giorni. Parallelamente, anche la USS George H. W. Bush e il relativo carrier strike group sono partiti per l’Europa con rotta finale verso il Mediterraneo orientale e, successivamente, il Medio Oriente.

A questo si aggiunge il rafforzamento del dispositivo aereo: Washington ha dispiegato ulteriori F-15E Strike Eagle in Giordania, segnale di prontezza operativa che va oltre la semplice deterrenza simbolica. Il Pentagono continua a parlare di misure “precauzionali”, ma il livello di coordinamento e la rapidità dei movimenti indicano una postura compatibile con opzioni militari attive, non solo difensive.

Un ulteriore indicatore, considerato significativo dagli analisti, arriva dal settore civile. L’Agenzia dell’Unione Europea per la Sicurezza Aerea (EASA) ha raccomandato alle compagnie aeree di evitare completamente lo spazio aereo iraniano a qualsiasi altitudine, citando l’elevato livello di allerta delle difese iraniane e il rischio di operazioni militari statunitensi. In genere, avvisi di questo tipo vengono emessi solo quando i servizi di sicurezza occidentali ritengono concreto il pericolo di attacchi o intercettazioni.

Sul piano politico, Washington continua ufficialmente a lasciare aperta la porta diplomatica, ma lo fa accompagnando il dialogo con un ultimatum molto duro. L’inviato speciale della Casa Bianca per l’Iran, Steve Witkoff, ha chiarito che un eventuale accordo richiederebbe: la cessazione totale dell’arricchimento dell’uranio, una drastica riduzione del programma missilistico, l’eliminazione delle riserve di uranio arricchito (circa 2.000 kg, fino al 60%) e la fine del sostegno ai gruppi alleati nella regione. In cambio, gli Stati Uniti offrirebbero la revoca delle sanzioni e un percorso di reintegrazione internazionale.

È proprio questa offerta a spiegare, secondo diverse fonti, l’esitazione americana nel colpire immediatamente. Washington starebbe aspettando una risposta formale di Teheran, nel tentativo di presentare un’eventuale azione militare come “ultima risorsa” dopo il fallimento della diplomazia. Tuttavia, funzionari israeliani citati dai media di Tel Aviv sostengono che l’attacco non è stato cancellato, ma solo rimandato, e che il coordinamento con gli Stati Uniti sull’Iran è “molto stretto”.

In questo contesto si inserisce anche la visita negli Stati Uniti del direttore del Mossad, David Barnea, arrivato a Washington per consultazioni sulla situazione iraniana. La presenza del capo dell’intelligence israeliana rafforza l’ipotesi di una fase avanzata di pianificazione congiunta, almeno a livello strategico.

A rendere il quadro ancora più teso sono le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha apertamente affermato che “è tempo di una nuova leadership in Iran”, un linguaggio che va ben oltre la pressione negoziale e richiama esplicitamente l’obiettivo del cambio di regime.

Per Teheran, accettare le condizioni statunitensi equivarrebbe a smantellare gran parte delle proprie capacità di deterrenza; rifiutarle, invece, rischia di fornire a Washington e ai suoi alleati la giustificazione politica per un’azione militare. In mezzo, un conto alla rovescia scandito dal movimento delle portaerei, dagli aerei da combattimento già schierati e da uno spazio aereo che, di fatto, viene trattato come zona di guerra potenziale.

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