10 Marzo 2026
Erano scarse le possibilità che un intervento armato contro Teheran, di breve o lunga durata, potesse portare, in via definitiva, al cambio di regime nella Repubblica Islamica Iraniana. Gli Stati Uniti lo sapevano, sebbene presentare il regime-change come la scusante al conflitto sarebbe "bastato" a legittimare un'azione compiuta in spregio al diritto internazionale. Gli obiettivi erano evidentemente altri: minare le alleanze mediorientali di Russia e Cina. Sono queste le ultime scioccanti valutazioni rese dall'intelligence statunitense, da cui si apprende come fin dall'inizio del conflitto era noto che le probabilità di causare la fine del governo degli ayatollah erano remote.
L'indiscrezione è emersa da un rapporto classificato del National Intelligence Council risalente a circa una settimana prima dell'inizio delle brutali operazioni belliche di Usa e Israele contro Teheran, che ad oggi hanno visto l'espansione del conflitto e la morte di oltre 1700 persone in tutto il Medio Oriente. Secondo quanto emerso dal rapporto visionato e dalle conferme rilasciate al Washington Post da tre fonti a conoscenza dei dettagli, pare infatti che l'operazione militare contro Teheran molto difficilmente sarebbe riuscita nell'intento dichiarato a gran voce da Trump di rovesciare l'apparato militare e clericale dell'Iran.
E questo, spiega il documento, per due ragioni fondamentali: da un lato la solidità dello stesso, il fatto cioè che si tratti di un establishment consolidato da decenni, che nessun "attacco su larga scala all'Iran" sarebbe riuscito a "spodestare". Dall'altro, la plausibile reazione del governo teocratico che, a fronte delle insistenti minacce belliciste di Trump e Netanyahu, si era già preparato allo scenario peggiore garantendo la continuità del potere secondo protocollo.
Così come "improbabile" viene descritta dal documento la possibilità che un'opposizione iraniana a Khamenei - peraltro frammentata e alimentata da infiltrazioni straniere come quelle di Cia e Mossad - potesse prendere il controllo del Paese. Il documento del NIC (il National Intelligence Council adibito a produrre valutazioni volte a rappresentare il giudizio collettivo delle agenzie di intelligence Usa) parla chiaro: i presupposti per l'inizio di una guerra in Medio Oriente non c'erano. Così come nessuna fonte di intelligence ha mai sostenuto le affermazioni di Trump circa una "imminente minaccia nucleare iraniana" contro il mondo. Le informazioni accumulate suggeriscono invece altro: il regime-change era una mossa propagandistica volta piuttosto a nascondere altri interessi sommersi, come ad esempio l'attacco indiretto Usa a Russia e Cina.
Non solo. A quanto risulta, il Presidente Trump sarebbe stato informato di tali valutazioni ben prima di approvare l'operazione militare. Pure però, precisa la studiosa di Iran Suzanne Maloney citata dal Washington Post, il documento d'intelligence non si sofferma su altri scenari possibili: come l'invio di truppe Usa su suolo iraniano e il sostegno kurdo nelle operazioni di "resistenza". Il documento costituisce perciò un'ulteriore potenziale prova dell'inconsistenza e dell'illegittimità della guerra contro l'Iran: Trump stesso starebbe ora cercando di uscire "a testa alta" dal conflitto, dietro pressing di consiglieri fidati, per evitare di frantumare in modo irreparabile il suo consenso elettorale in vista delle prossime elezioni di midterm.
I silenziosi obiettivi americani contro Pechino sarebbero in parte avvallati da un dato cronologico fondamentale: la visita di Stato in Cina di Donald Trump prevista dal 31 Marzo al 2 Aprile prossimi. Secondo indiscrezioni dal deep state, il conflitto ordito contro l'Iran non sarebbe mai stato finalizzato ad un regime-change, quanto ad una guerra energetica contro la potenza rivale cinese. Una mossa che sposa la formula venezuelana: interdire il traffico di greggio verso Pechino togliendo alla Cina - oltre che un alleato nell'emisfero occidentale - il "controllo" del traffico petrolifero. L'aspettativa di Trump è dunque quella di negoziare con Xi Jinping da una posizione di forza.
Sul tavolo delle trattative tra Washington e Pechino potrebbe infatti esserci non solo il mercato energetico globale, ma anche Taiwan, ambita dalla Cina. Inoltre, così come hanno rivelato diversi analisti, l'attacco all'Iran vorrebbe rappresentare - nelle intenzioni "vittoriose" di Trump - un calcio ben assestato all'influenza cinese nella regione mediorientale. "Colpendo direttamente l'Iran, l'amministrazione Trump sta smantellando, intenzionalmente o per effetto, un pilastro dell'architettura regionale cinese" ha commentato l'Hudson Institute. E dopotutto non solo Pechino è "cliente" di circa l'80% di greggio iraniano - greggio che arriva in Cina sotto falsa bandiera, aggirando così le sanzioni Usa. Ma in partnership con l'Iran - così come col Pakistan - ha un'influenza sempre maggiore nel continente asiatico.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2026 - Il Giornale d'Italia