22 Gennaio 2026
Iran, Trump valuta ingresso in guerra e attacco a centrale nucleare Fordow, poi minaccia Khamenei: “Sappiamo dove ti nascondi”
La situazione in Medio Oriente rimane delicatissima. Mentre il presidente statunitense Donald Trump, a Davos, parla di "dialogo aperto" tra Usa e Iran, Israele continua a spingere sulla leva della "minaccia iraniana" per convincere l'America a un attacco a Teheran. I media di Tel Aviv gridano già a un presunto raid a stelle e strisce, che dovrebbe tenersi "fra sabato e domenica", mentre l'apparato di difesa del Paese è in stato di massima allerta per un'eventuale offensiva iraniana.
Mentre le trattative fra gli Stati Uniti e l'Iran continuano, incentrate principalmente su uno stop di Teheran alla proliferazione nucleare e al suo arsenale missilistico, i trasferimenti di navi e aerei da guerra americani verso l'Europa e il Medio Oriente proseguono senza sosta.
La presenza militare statunitense in Medio Oriente sta crescendo a un ritmo che, secondo analisti e osservatori regionali, non si vedeva da mesi. Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno avviato un massiccio ridispiegamento di uomini, mezzi e infrastrutture, alimentando il timore che la regione si stia avvicinando a una nuova escalation contro l’Iran. Sullo sfondo, un ruolo centrale viene attribuito a Israele, che starebbe intensificando le pressioni su Washington per colpire Teheran in modo definitivo.
I numeri parlano chiaro. Dieci aerei cisterna KC-135 Stratotanker dell’aeronautica Usa sono stati trasferiti dagli Stati Uniti verso basi chiave in Europa e Medio Oriente: quattro a Morón, in Spagna, quattro ad Al Udeid in Qatar e due a RAF Mildenhall nel Regno Unito. Questi si aggiungono a un contingente già consistente, con tra i 15 e i 19 KC-135 già presenti nella regione. Il loro ruolo è cruciale: garantire rifornimento in volo per operazioni aeree su lunga distanza, un elemento indispensabile per eventuali attacchi contro obiettivi iraniani.
Parallelamente, il Pentagono ha accelerato il dispiegamento di caccia F-15E Strike Eagle, bombardieri strategici B-52, oltre a F-22 e F-35, mentre aerei da trasporto C-17 Globemaster III effettuano un ponte aereo continuo tra basi in Germania, Regno Unito, Qatar e Giordania. A questo si aggiunge l’arrivo imminente del gruppo da battaglia della portaerei USS Abraham Lincoln, accompagnata da cacciatorpediniere armati con missili Tomahawk e da un’ala aerea in grado di svolgere missioni di attacco, guerra elettronica e difesa aerea.
Israele, secondo fonti mediatiche locali, ha innalzato il livello di allerta militare negli ultimi giorni. Haaretz riferisce di una crescente preoccupazione negli apparati di sicurezza israeliani, convinti che l’amministrazione Trump possa essere sul punto di ordinare un attacco contro l’Iran. Channel 13 ha spinto oltre, sostenendo che in ambienti militari israeliani ci si aspetta una possibile offensiva tra sabato e domenica. In questo clima, due recenti terremoti — uno di magnitudo 4.2 vicino all’area di Dimona e un altro di 3.7 nel nord del Paese — hanno alimentato speculazioni inquietanti: secondo alcune fonti del deepstate, potrebbero essere stati causati da test nucleari sotterranei, ipotesi mai confermate ma indicative della tensione estrema che attraversa la regione.
Ufficialmente, però, la Casa Bianca mantiene una linea diversa. Donald Trump, intervenendo pubblicamente anche da Davos, continua a sostenere che gli Stati Uniti stanno negoziando con Teheran. Il presidente starebbe attendendo che l’Iran accetti un patto di non aggressione che includa la fine dell’arricchimento dell’uranio, lo stop al programma nucleare militare e forti limitazioni allo sviluppo missilistico. “L’Iran vuole dialogare”, ha detto Trump, ribadendo che la via diplomatica resta aperta.
Il contrasto tra retorica pubblica e movimenti militari sul terreno è però evidente. Navi e aerei da guerra statunitensi si spostano in sequenza dagli Stati Uniti all’Europa e poi verso il Medio Oriente, mentre sistemi di difesa come Patriot e THAAD vengono posizionati per proteggere basi e alleati da possibili ritorsioni. Secondo diversi analisti, questa postura suggerisce che Washington voglia essere pronta a ogni scenario, inclusa un’azione militare rapida.
In questo quadro, Israele appare come il principale sostenitore di una linea dura, convinto che il momento sia favorevole per colpire l’Iran, approfittando delle tensioni interne al Paese e della massima pressione internazionale. Resta da capire se Trump intenda davvero trasformare questa crescente mobilitazione in un attacco, o se la stia usando come leva negoziale. Quel che è certo è che, giorno dopo giorno, il Medio Oriente assomiglia sempre più a un teatro in attesa del primo colpo.
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