29 Gennaio 2026
"Ho sentito dire che il Grande Paese dell'Iraq potrebbe fare una pessima scelta rimettendo al potere Nuri al-Maliki come premier. (...) se eletto, gli Stati Uniti non aiuteranno più l'Iraq e, se non saremo lì ad aiutarlo, l'Iraq avrà ZERO possibilità di successo, prosperità o libertà".
A Donald Trump sono bastate solo poche parole, lasciate pubblicate in un post social, per aprire un nuovo fronte nel già teso e frammentato quadro internazionale. Dopo le tensioni prossime ad una guerra fra Usa e Iran, ora Trump è tornato a far pesare la presenza statunitense in Medio Oriente minacciando Bagdad qualora in Iraq tornasse a diventare primo ministro Nuri al-Maliki, già premier tra 2005 e 2014.
Secondo Trump, al-Maliki non sarebbe la soluzione per rendere l'Iraq "grande": "Quando era al potere il paese era sprofondato nella povertà e nel caos. Questo non deve ripetersi" ha scritto il Presidente Usa tornando a parlare di "equilibrio" geopolitico che verrebbe sconvolto da un premier già stato caratterizzato da "posizioni politiche e ideologiche insensate". A ben guardare, al-Maliki, 75 anni, è però sostenuto - e questa forse una delle paure del tycoon - da partiti sciiti molto vicini a Teheran, a quel governo iraniano che gli Usa cioè hanno tutta l'intenzione di rovesciare (su esplicita ammissione del Segretario di Stato Marco Rubio).
Proprio dalla principale alleanza sciita nel Paese, il Quadro di coordinamento, al-Maliki ha ottenuto il sostegno per la rielezione dopo che, nel 2014, aveva lasciato la carica proprio su pressione statunitense. Ma c'è altro dietro. Washington può permettersi di tornare a minacciare il bello e brutto tempo perché controlla gran parte dei proventi delle esportazioni di petrolio irachene secondo un accordo firmato dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. Come sempre, gli Usa ricorrono alla minaccia coercitiva del taglio risorse per operare quella che lo stesso al-Maliki ha definito una "inaccettabile ingerenza". È bene ricordare però che attualmente sono in corso trasferimenti tattici di detenuti islamisti dalla Siria proprio in Iraq.
Il gruppo paramilitare iracheno Kata'ib Hezbollah, lo stesso il cui Segretario Generale ha paventato una risposta devastante in caso di attacco Usa contro l'Iran, ha accusato gli Usa di interferenze negli affari politici del Paese, minacciandone di fatto la sovranità. Il gruppo ha invitato le forze politiche irachene ad un unirsi alla resistenza per difendere le scelte nazionali, per contrastare la minaccia di una sottomissione alla "dominazione americana".
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