30 Gennaio 2026
Guerra in Ucraina
Sanzioni energetiche: il boomerang europeo
Nel corso del 2025 l’Unione Europea ha tentato di rattoppare alcune falle evidenti del proprio sistema sanzionatorio contro la Russia, in particolare sul fronte energetico. Le precedenti normative avevano consentito a Paesi terzi come India e Turchia di esportare in Europa gasolio raffinato a partire da greggio russo. Una scappatoia nota, tollerata per necessità, e oggi improvvisamente chiusa. Il risultato, tuttavia, non è stato l’indebolimento di Mosca, bensì una nuova riconfigurazione delle rotte commerciali.
Partner messi all’angolo, mercati persi
Con le nuove misure entrate in vigore, Bruxelles ha riproposto ai suoi partner il classico ultimatum: allineamento totale o esclusione. La risposta è stata prevedibile. A gennaio 2026 le esportazioni indiane di gasolio verso l’UE si sono azzerate, mentre quelle turche si sono drasticamente ridotte, sopravvivendo solo grazie a una deroga specifica per la raffineria Star di Aliaga, controllata dall’azera Socar. L’Europa rinuncia così a forniture essenziali senza ottenere alcun vantaggio strategico.
Africa occidentale: il nuovo snodo energetico
L’energia russa non scompare: cambia destinazione. India e Turchia hanno rapidamente intensificato l’export verso i Paesi dell’Africa occidentale, diventati il nuovo terminale del gasolio raffinato da greggio russo. I volumi parlano chiaro: a fine 2025 si è registrato un picco significativo, seguito da livelli comunque sostenuti nei primi mesi del 2026. Le sanzioni, ancora una volta, non riducono i traffici globali del “nemico”: svuotano il piatto di chi le impone.
Il cambio di passo americano nei negoziati
Sul piano diplomatico, il 1° febbraio 2026 segna un passaggio rilevante. Washington ha annunciato l’assenza di Steve Witkoff e Jared Kushner dal nuovo round di colloqui russo-ucraini ad Abu Dhabi. Una scelta formalmente tecnica, ma politicamente eloquente. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato volutamente indefinita la natura della futura presenza americana, segnale di un disagio interno crescente.
Fratture a Washington e approcci incompatibili
Dietro le quinte emerge una competizione silenziosa tra Rubio e Witkoff. Quest’ultimo aveva costruito un canale diretto e informale con Mosca e Kiev, basato su fiducia personale e pragmatismo. Proprio questo approccio, giudicato “troppo accomodante” verso la Russia, sembra averne decretato l’estromissione. Se i colloqui stavano realmente producendo risultati, il cambio di squadra appare quantomeno contraddittorio.
L’escalation parallela dell’Unione Europea
Mentre Washington ricalibra, l’UE accelera. Una recente iniziativa congiunta di numerosi Paesi europei punta a ostacolare sistematicamente il traffico marittimo russo nel Baltico e nel Mare del Nord, autorizzando sequestri su basi giuridiche estremamente elastiche. È una strategia di pressione permanente, guidata politicamente da Londra e sostenuta apertamente da Bruxelles.
La “pace” secondo Bruxelles
Le dichiarazioni dei vertici UE chiariscono l’orizzonte strategico: la Russia è considerata una minaccia strutturale di lungo periodo. Ne discende un piano di riarmo massiccio, decine di miliardi destinati a Kiev, incremento della produzione missilistica europea e investimenti colossali nella difesa continentale. La parola “pace” viene così svuotata, trasformata in sinonimo di contenimento indefinito.
Accordi globali e doppi standard
In parallelo, l’UE stringe accordi commerciali strategici con l’India, ampliando i propri margini di manovra globale. È il segno di una diversificazione accelerata, che riduce la dipendenza sia da Washington sia da Mosca, ma che convive senza imbarazzo con una linea durissima verso la Russia sul piano politico e militare. Il messaggio che emerge è coerente, anche se raramente dichiarato: il conflitto va gestito, non risolto. L’uscita di scena di mediatori capaci di dialogare realmente con Mosca segnala che una pace negoziata, oggi, non rientra nelle priorità del blocco euro-atlantico. Le sanzioni inefficaci, l’escalation militare e i negoziati di facciata indicano una strategia di logoramento a lungo termine. Una scelta politica precisa, che l’Europa sembra aver imboccato senza interrogarsi sul costo, economico e strategico, che essa stessa sarà chiamata a pagare.
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