30 Gennaio 2026
Europa bandiera (Pixabay)
Il principio dimenticato di Kenneth Waltz
Kenneth Waltz, uno dei maggiori teorici del realismo strutturale, ricordava un punto essenziale: l’obiettivo primario di ogni Stato non è espandersi né “fare il bene”, ma evitare di essere dominato da un altro Stato. È una regola minima di sopravvivenza, non un’ambizione imperiale. Eppure, osservando la politica italiana ed europea, si ha l’impressione che questo principio sia stato consapevolmente accantonato, se non rovesciato.
Italia: Stato debole, errori forti
L’Italia non è una grande potenza e difficilmente potrà tornarlo. È un Paese de-industrializzato, privo di materie prime strategiche, con margini di manovra ridotti. Proprio per questo, secondo la logica realista, dovrebbe agire con prudenza estrema. Accade l’opposto: asset strategici ceduti, telecomunicazioni sotto influenza esterna, cybersicurezza affidata a partner stranieri, apparati sensibili permeabili a pressioni esterne. Non è cooperazione: è rinuncia alla sovranità.
Il Mediterraneo rimosso
L’errore più grave è di natura geografica e strategica. L’Italia non si trova nel Golfo del Messico, ma nel Mediterraneo, crocevia tra Europa, Africa e Vicino Oriente. Agire come se fossimo una propaggine dell’Atlantico significa ignorare la nostra collocazione naturale. Le conseguenze sono evidenti: dalla distruzione della Libia in poi, Roma ha subito umiliazioni continue, dimostrando di non saper difendere nemmeno i propri interessi minimi nello spazio vitale più immediato.
Europa: realismo magico e doppi standard
L’Unione Europea vive una sorta di realismo magico geopolitico. La Cina è definita “rivale sistemico” mentre le sue imprese costruiscono infrastrutture cruciali per l’economia europea. Gli Stati Uniti sono “alleati”, anche quando minacciano territori europei come la Groenlandia o impongono ricatti tariffari. Questo non è pragmatismo: è asimmetria di potere interiorizzata.
La sicurezza come pretesto politico
Bruxelles ha trasformato il concetto di sicurezza in una clava ideologica. Dalle telecomunicazioni al solare, ogni cooperazione con la Cina viene politicizzata, senza prove tecniche solide. Il caso Huawei è emblematico: contratti legittimi vengono messi in discussione per pressioni esterne, minando lo Stato di diritto e la certezza giuridica. È una deriva che nulla ha di liberale e molto di subalterno.
Dal “de-risking” al de-sviluppo
La cosiddetta strategia di de-risking si è trasformata in de-development. Escludere fornitori cinesi significa aumentare i costi, rallentare la transizione verde, frenare l’innovazione digitale. Oltre il 90% dei pannelli solari europei è prodotto in Cina: spezzare questa catena non rafforza l’Europa, la indebolisce strutturalmente. A guadagnarne non è la sicurezza, ma l’egemonia tecnologica americana.
Vassallaggio senza reciprocità
L’Europa si piega sistematicamente agli Stati Uniti senza ottenere rispetto né reciprocità. Subisce dazi, minacce, umiliazioni simboliche. La proposta di “acquistare” la Groenlandia non è una boutade: è la manifestazione esplicita di una mentalità egemonica. La risposta europea è stata debole, quasi imbarazzata. È il segno di una classe dirigente che ha smarrito il senso stesso della dignità statale.
Russia, Cina e il mondo multipolare
Da osservatore filorusso ma moderato, va detto con chiarezza: Russia e Cina non sono benefattori, ma attori razionali in un mondo multipolare. Mosca, in particolare, ha dimostrato di possedere una capacità rara oggi: una relativa autosufficienza strategica, energetica e militare. Questo spiega perché resista alle pressioni occidentali. L’Europa, al contrario, ha scelto la dipendenza strutturale come modello.
Autonomia strategica: slogan o scelta
La Cina continua a dichiararsi favorevole a un’Europa autonoma. Ma l’autonomia non si proclama: si pratica. Richiede giudizio indipendente, capacità di distinguere interessi propri da quelli altrui, e soprattutto il coraggio di dire no. Finché Bruxelles seguirà decisioni prese altrove, l’Europa resterà una pedina, non un polo. Waltz non chiedeva eroismi, ma razionalità. Per l’Italia e per l’Europa, tornare al realismo significa recuperare il principio base della statualità: non facilitare il dominio altrui. Continuare sulla strada dei doppi standard, del vassallaggio tecnologico e della rinuncia geopolitica porterà solo a un lento declino. In un mondo che torna alla politica di potenza, l’ingenuità non è una virtù: è un lusso che non possiamo più permetterci.
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