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Confindustria Giovani Imprenditori Napoli, Di Stefano: "Vogliamo vivere in un Paese capace di incoraggiare il futuro"

Il discorso integrale di Riccardo Di Stefano, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, in occasione del 36° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria

22 Ottobre 2021

50° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Di Stefano: “Dialogheremo con la politica per ridisegnare un futuro di ripresa”

Riccardo Di Stefano

Riccardo Di Stefano ha aperto i lavori del 36° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, in corso presso la Stazione Marittima di Napoli.  Di seguito le sue parole:

Signori Ministri, Presidente Bonomi

Autorità, 

cari colleghi e ospiti in sala,

amiche e amici che ci seguite da remoto,

oggi siamo qui a parlare della strada che questo Paese deve scegliere per conquistare nuovi spazi, quelli dove costruiremo il nostro futuro. 

Spazi dove far crescere una società più inclusiva e innovativa, dove edificare un nuovo sistema economico e industriale. Spazi che includano i giovani. 

Spazi, sì, ma anche tempi. Ci sono quelli che vogliamo riprenderci, per ridare futuro alle nostre tradizioni: quest’anno siamo qui alla Stazione Marittima di Napoli perché vogliamo essere tanti, continuando a mantenere un senso di sicurezza. Ma speriamo che il 2022 ci restituisca una nuova normalità, con il nostro appuntamento di Capri.

Oggi il mondo corre a una velocità impressionante, letteralmente, davanti ai nostri occhi. E le regole che fin qui incorniciavano le relazioni globali sembrano inceppate.

Serve infatti un approccio tutto nuovo per la twin transition digitale ed ecologica, che riguarda aspetti fondamentali della vita delle persone in ogni angolo del mondo.  

Cresce la frattura della globalizzazione, aggravata da rebus che speriamo siano solo transitori, come l’impennata dei prezzi del gas e delle materie prime e la scarsità di semiconduttori.

 Nel corso dei decenni, abbiamo visto la “vecchia globalizzazione” funzionare e migliorare le condizioni di vita nei paesi più poveri, mentre il new global che ci si presenta davanti, ha iniziato a malapena a vaccinarli.  

Sul crinale c’è anche la questione ambientale: le regole per creare un mondo senza rischi climatici sono le stesse che stanno generando enormi incognite per le imprese e il lavoro.

In attesa della Cop26 di Glasgow, dedicata al traguardo della neutralità carbonica nel 2050, assistiamo al primo grande shock energetico dell'era verde.

L’indice mensile energy di World Bank, che include petrolio, gas, carbone - settembre 2021 su maggio 2020 - è aumentato del +173%.

La Gran Bretagna ha riacceso le sue centrali a carbone e riaperto il dibattito sul nucleare, i prezzi della benzina americana hanno raggiunto i 3 dollari al gallone, Cina e India sono state colpite da blackout e la Russia ha approfittato per ricordare all’Europa il proprio valore.

C’è poi da riflettere sul rapporto stato-mercato. Come ribadito dal Presidente Draghi, è necessario l’intervento dello Stato per la transizione green delle produzioni, ma è altrettanto importante pensare a come cambieranno la concorrenza e la libera impresa.

Dal dialogo tra B20 e G20 è già emerso un primo punto per costruire il “nuovo mondo”: un metodo differente con cui saldare alleanze tra pubblico e privato, come nel caso dei vaccini. Gli stati hanno pesantemente sovvenzionato la ricerca per ottenerli, il mercato poi li ha resi disponibili e accessibili.

Questo metodo va ora allargato alle grandi sfide del prossimo ventennio: la decarbonizzazione, lo sviluppo dell’idrogeno verde, la mobilità sostenibile, gli ecosistemi della ricerca e dell’innovazione, anche in campo nucleare.

Insomma, il mondo sta mandando in pensione un’era.

Anche in Italia dovrebbe essere così, proprio ora che le previsioni di risalita del PIL italiano sono più forti delle attese, con un +6,1% nel 2021, dovremmo infatti essere pronti a cambiare passo. Ma il nostro Paese rischia, come sempre, la sindrome dello specchietto retrovisore.

Noi giovani vogliamo guardare avanti, vogliamo vivere in un Paese capace di incoraggiare il futuro.

Facciamo degli esempi di norme anacronistiche.

Da qualche anno, si potevano costituire startup online in pochi minuti e senza costi aggiuntivi. Due criteri fondamentali per aumentarne il numero, che, prima di questo provvedimento, languiva.

Succede che l’iniziativa ha successo, crescono le startup e matura anche il ricorso dell’Ordine dei Notai. La sentenza del Consiglio di Stato annulla la misura.  

Ora il Ministero dello Sviluppo Economico lavora a una soluzione.

Nel frattempo, però, la vita delle startup è più complicata, e soprattutto per i più giovani che iniziano a fare impresa, questa strada potrebbe essere un onere più che una opportunità.

Nel mito del garage americano sono nati i primi cinque colossi digitali, tra cui Amazon, Microsoft e Facebook, invece nei garage italiani dovrebbero passare almeno un addetto della Asl, un vigile del fuoco e un notaio prima di poter accendere il computer.

I costi diretti e indiretti dai bolli alla burocrazia per chi vuole fare impresa sono ancora davvero troppo alti.

Altro esempio: il catasto ha l’età di Giolitti, costituito nel 1886 per i terreni e nel 1939 per i fabbricati.

L’attesa della sua riforma sta invece compiendo la nostra età.

Da 20 anni si parla di riformarlo e più di una volta si è cercato di adeguarlo, senza riuscirci. Ma serve farlo in una prospettiva lungimirante, investendo le risorse necessarie in termini di persone e tecnologie. Non dobbiamo aggiornare il catasto per dare una "stangata patrimoniale" a famiglie e imprese, ma per avere uno strumento moderno, Che includa, ad esempio, i milioni di "immobili fantasma" disseminati lungo stivale, e consenta in futuro di garantire una tassazione più equa.

Sempre in tema di innovazione: la legge sul silenzio elettorale è ormai un simulacro del secolo scorso, che ancora non contempla l’esistenza dei social media.

A dare un valore economico al tempo ci pensa proprio il PNRR, che vale, ricordiamolo, 235 miliardi di euro da investire tra il 2021 e il 2026. In media, una manovra finanziaria espansiva in più all’anno.

Per utilizzare questi fondi, l’Italia ha concordato ben 527 condizioni da rispettare.

100 di queste scadranno il prossimo anno.

Per non correre il rischio di perdere tempo e denaro, non abbiamo scelta e dobbiamo necessariamente migliorare le performance della progettazione.  

Ad esempio, quella per gli investimenti nei collegamenti per l’alta velocità con l’Europa.

Ci sono 881 milioni da spendere nel 2021 ed entro fine 2022 devono essere aggiudicati gli appalti per le tratte ferroviarie Milano-Verona, Liguria-Alpi e Verona-Brennero.

Dalle informazioni disponibili, i progressi sembrano molto limitati e c’è da domandarsi se si riuscirà effettivamente a spendere le risorse previste.

Facciamo attenzione allora, perché il governo ha assegnato un valore alla capacità di implementare bene il Piano: se si realizza con efficienza, il PIL del 2022 potrà aumentare fino a 1,2 punti percentuali.

Ma una mancata crescita dell’1,2% significa perdere quasi 23 miliardi.  

Insomma, ora sappiamo anche quanto costa la trappola dell’immobilità.

Bisogna cambiare la retorica sul PNRR: non è un oggetto ammantato di santità, va fatto funzionare, con competenza e attenzione molto umane.

Per attuarlo, abbiamo bisogno di persone capaci. Su di loro contano, infatti, milioni di cittadini e imprese, provati dalla pandemia ma ansiosi di costruire un futuro migliore.

Un futuro che può essere spazi da colmare per superare i divari, oppure un baratro di debito pubblico.

Torniamo ai cantieri: per realizzare le opere del Piano, i lavori andranno comunque avanti anche in caso di controversie. Sarà la prima volta che vedremo il Paese correre!

E per chi vincesse un ricorso al Tar sarà previsto un risarcimento: visto che nell’80% dei casi, gli errori derivano da carenze formative in materia di appalti, investire per creare nuovi profili nella Pubblica Amministrazione significherà risparmiare milioni o forse miliardi di risarcimenti.

Il Piano è pronto a investire, costruire, modernizzare. Serviranno quindi tante nuove figure professionali in settori dove, da anni, mancano maestranze, aumenteranno i consumi energetici in un momento in cui il prezzo vola, serviranno tante materie prime, proprio ora che scarseggiano in tutto il mondo.

E se davvero riusciremo a superare questa lotta titanica tra lacci del passato e voglia di futuro, ci aspettano nuovi spazi da conquistare.

Anche per le imprese.

Sappiamo dal Documento Programmatico di Bilancio che la finanziaria per il 2021 prevedrà il rinvio al 2023 della plastic tax e della sugar tax e questa è una buona notizia: ci dice che dialoghiamo con un governo che non usa misure repressive.

Sappiamo poi che circa 8 miliardi saranno destinati al taglio delle tasse. Speriamo che vada incontro a quanto indicato dall’OCSE al Senato mercoledì: l’Italia deve abbassare il cuneo fiscale per incoraggiare il lavoro. Questo è l’autostrada verso il futuro del Paese.

A caccia di futuro c’è Alitalia, c’è l’intero comparto automotive, che affronta un calo di immatricolazioni in Europa, che a settembre segna un -25%. Una crisi che deriva dalle interruzioni di forniture di semiconduttori e ha effetti penalizzanti sulla filiera.

Aumentano in Italia le vendite di auto elettriche, ma senza un’infrastruttura adeguata questa non è necessariamente una buona notizia. Il rifinanziamento dell’ecobonus con 100 milioni di euro per veicoli a bassa emissione è qualcosa, ma serve molto di più. L’automotive e tutti i suoi lavoratori non possono attendere.

A proposito di lavoro, in Italia convivono sempre peggio un sistema di welfare da boom economico e un mercato che si estende fino alla gig economy. Dopo tanti appuntamenti mancati con la riforma degli ammortizzatori sociali dovremmo riuscire a portarle a termine entro il 31 ottobre, giorno dello sblocco definitivo dei licenziamenti.

E noi ci aspettiamo comunque che nel 2022 si torni ai livelli pre-pandemia, sia del numero di persone occupate sia delle ore lavorate.

Nei luoghi di lavoro, da una settimana, è diventato obbligatorio il Green Pass. C’è una maggioranza silenziosa, più dell’80% della popolazione italiana sopra i 12 anni, che ne possiede uno per vaccinazione. Restano una quota di persone che avrà un codice speciale per questioni sanitarie, e poi ci sono quelli che hanno un senso di libertà così sconfinato ed egoistico da volerlo mettere a carico della collettività.

Il Green Pass non è da celebrare né da criticare: è la migliore delle soluzioni imperfette, perché bilancia la libertà individuale e il diritto di autodeterminazione con esigenze di solidarietà collettiva, in primis la salute pubblica.

Anche per questo, il tampone non dovrebbe essere a carico della fiscalità generale che offre ai cittadini italiani il vaccino e le cure, quelli sì, gratuitamente.

Le imprese, e anche noi come organizzazione di rappresentanza, abbiamo fatto investimenti enormi perettere in sicurezza i luoghi di lavoro e, doverosamente, continueremo a farne. Continueremo anche a formare alla cultura della sicurezza, perché ogni morte sul lavoro è una ferita da sanare con la prevenzione.

E poi, il lavoro si sta trasformando con lo smart working. Confidando nella parola smart, serve una soluzione intelligente che punti al lavoro per obiettivi e non col tassametro. Qualità delle prestazioni e qualità della vita possono andare sullo stesso binario: noi siamo pronti a prenderci la responsabilità di trovare la soluzione migliore, con accordi tra imprese e lavoratori.

Più smart dovrebbe essere anche la ricerca dell’impiego. Chi non lavora ed è a rischio povertà deve poter accedere a strumenti adeguati.

Il reddito di cittadinanza non basta, perché disincentiva l’accesso al mondo del lavoro.

Bene la lotta all’indigenza, dunque. E bene che ci siano correttivi all’accesso e alla verifica dei requisiti. Per noi, però, resta fondamentale chiarire come si passa dal reddito di cittadinanza al reddito da lavoro.

Grandi assenti sono quelle politiche attive che fino ad oggi sono state un buco nell’acqua.

Noi siamo stati e saremo sempre contrari a un reddito che non riqualifica, non offre opportunità di lavoro reali, non emancipa.

Serve uno sguardo particolare alle possibilità per i giovani, perché una delle ragioni per cui è difficile innovare questo paese, è la sua incapacità di creare spazi per le giovani generazioni. Non è mai colpa di nessuno, quindi è sempre un po’ colpa di tutti.

Il nostro è un Paese sempre più canuto, con un indice di vecchiaia aumentato fino al 180%.

Questo numero invita i giovani a crearsi una vita altrove, in stati più dinamici del nostro, lasciando quindi su chi resta il peso di un divario generazionale che si allarga e si autoalimenta sempre di più.

Per evitare il rischio di crack sociale, bisogna allora conciliare due aspetti divergenti nella nostra società.

Da una parte, ci sono i dati elaborati dal nostro Centro Studi sulla silver economy: gli italiani sopra i 65 anni hanno una solidità finanziaria superiore e una maggiore resilienza al ciclo economico. Addirittura, il loro reddito medio annuo è l’unico ad aver già superato i livelli pre-crisi.

Dall’altra parte ci sono i dati certificati OCSE: dopo la pandemia, sulle spalle dei più giovani si stanno accumulando esternalità negative di lungo periodo che si sommano, alle lacune formative, quelle economiche e lavorative.

Dad, perdita di qualità nell’apprendimento, stage sospesi o virtuali, ingresso nel mondo lavorativo da remoto e senza inserimento “reale”, sono alcuni degli elementi che segneranno a lungo la vita degli under 35.

E poi, conseguenza diretta della demografia, gli elettori giovani sono sempre meno. Anche questo aggiunge una ragione al perché sia così difficile prendere decisioni a favore dei giovani nel nostro Paese.

E se per la politica non contiamo un granché, noi siamo qui per dimostrare il contrario.

Non solo perché siamo il futuro di questo Paese, ma anche perché i giovani servono a far funzionare il sistema sociale.

Secondo EY, nei prossimi 10 anni, circa 3,5 milioni di lavoratori andranno in pensione e non intravediamo, al momento, una sostituzione generazionale efficace.

L’inclusione di giovani e donne, quindi, diventa un’emergenza nazionale. 

Finora abbiamo parlato di giovani, ma bisogna anche parlare di donne. Metà della popolazione mondiale, che aspetta di esprimere al meglio il proprio potenziale.

In Italia, alla forza lavoro serviranno circa 2,3 milioni di donne in più.

Il congedo di paternità previsto dal documento programmatico di bilancio è un primo passo ma la strada è lunga: puntiamo a costruire famiglie dove uomini e donne collaborano con le stesse forze e a una società e un sistema economico dove le donne possono liberare il proprio potenziale.

Per raggiungere almeno la media europea, alla forza lavoro servono un milione e mezzo di giovani NEET da inserire in percorsi di studio o includere nel mondo lavorativo.

Ma soprattutto, la società ha bisogno di noi giovani perché siamo portatori di innovazione, siamo “nativi sostenibili”, e saremo pure un investimento rischioso, ma è l’unico possibile!

Bisogna riequilibrare i rapporti tra generazioni, a partire da quello tra pensionati e lavoratori.

Citiamo l’OCSE, di nuovo: l’Italia “spende per pensioni e debito molto di più rispetto agli altri paesi e questo penalizza i giovani e le prospettive di crescita future”.

Il 31 dicembre 2021 si chiuderà la finestra triennale di pensioni anticipate con Quota 100. Un sistema che è costato finora 11,6 miliardi di euro e non ha generato lavoro tra i giovani come promesso.

Allora, se abbiamo investito quella cifra in un prepensionamento costoso, mascherato da politiche giovanili, ora, bisognerebbe avere il coraggio di mettere almeno altri 11 miliardi in una misura veramente efficace per i giovani. Come? Rendiamo universale il contratto di espansione, allargandolo a tutte le imprese, seguendo il principio per cui ci per ogni prepensionamento ci deve essere una nuova assunzione. Siamo consapevoli del costo, ma la staffetta generazionale può funzionare solo così!

La riforma di Quota 100 deve restituire un po’ di equità generazionale. Il ‘pensionistan’ non è un paese per giovani!

La parte più generosa del nostro sistema pensionistico e, quindi, la parte più costosa per le casse pubbliche è quella retributiva.

Man mano che arriveremo ad attenuarne gli effetti e a migliorare la sostenibilità del sistema previdenziale, potremo prevedere nuove soluzioni per chi sceglie pensionamenti anticipati.

Riguardo la legge di bilancio, chiediamo una cosa: basta con la campagna elettorale sulle pensioni. Quota 102, quota 104? Noi non chiediamo alla legge di bilancio una quota elettorale, ma un sistema pensionistico più equo tra le generazioni.

La richiesta è semplice: si può pensare anche quelli che non votano ancora?

Secondo punto di giustizia generazionale. La transizione ecologica.

È stato entusiasmante vedere così tanti ragazzi partecipare all’evento Youth for Climate a Milano. Anche noi siamo giovani, anche noi vivremo quel futuro a rischio, anche noi ci impegniamo per il clima. Quindi vogliamo dire la nostra.

Siamo giovani imprenditori, ci misuriamo ogni giorno con la realtà, che comprende anche la complessità di trasformare le produzioni, la preoccupazione di non riuscire a farlo bene, la possibile perdita di posti di lavoro e le sfide dell’innovazione.

E quindi, se come Greta non ci accontentiamo dei bla bla bla dei governi, non ci accontentiamo nemmeno di quelli di piazza.

Il futuro sostenibile noi ci ingegniamo a metterlo in piedi ogni giorno, ci investiamo capitali oltre che speranze, ed è per questo che non possiamo accettare proposte irrealistiche o velleitarie.

Non si può spegnere tutto, perché inizierebbe un mondo grigio, non verde.

Noi siamo la Youth for Industry, perché sappiamo che il nostro futuro è la sostenibilità e siamo orgogliosi di essere al centro di questa trasformazione. E abbiamo un’agenda di cambiamento non meno esigente di quella dei giovani ambientalisti.

Ma la nostra è più ambiziosa, perché è concretizzabile: il futuro sostenibile passa dalla nostra capacità di innovare e non di azzerare.

La transizione ecologica, però, lo sappiamo, ha un costo. E ci sono due finestre per pagarlo.

O adesso, con una trasformazione che consenta di contenere la temperatura del riscaldamento globale.

Oppure, se non agiamo subito, il conto ci verrà presentato tra qualche anno, quando bisognerà riparare gli effetti dei disastri climatici.

In Italia, stimiamo complessivamente una transizione che potrebbe superare i 650 miliardi di investimenti necessari nei prossimi 10 anni ma il PNRR ne copre appena il 6%. E il resto? Toccherà a noi, al settore privato.

Il polo di raffinazione siciliano - Gela, Priolo, Milazzo - garantisce approvvigionamenti stabili e sicuri: nel 2020 le tre raffinerie hanno lavorato 22 milioni di tonnellate di greggio, circa il 40% del totale nazionale.

Si tratta di un settore critico, che compie sforzi enormi per trasformarsi: faccio l’esempio di Gela, che dal 2019 è diventata anche una bioraffineria tra le più innovative d’Europa e tratterà fino al 100% di olii vegetali. Oltre a questo, sono stati appena avviati i lavori dell’impianto di trattamento del gas estratto dai giacimenti Argo-Cassiopea.

La trasformazione insomma, richiede risorse ingenti, tempi realistici e l’intervento del governo nel percorso di decarbonizzazione dell’economia. 

E infine, chi resterà in fondo alla marcia green, deve poter contare su una transizione equa. Ecco perché servono ammortizzatori sociali moderni.

Per conquistare la neutralità climatica nel 2050, l’industria europea e quella italiana devono arrivare al 31 dicembre 2049 con un rinnovato gusto del futuro.

E dovrebbe essere interesse anche della politica prepararsi per tempo. Trascurare impresa e lavoro, significa generare quella rabbia sociale che ha alimentato il populismo, il razzismo, la sfiducia nella scienza e nelle istituzioni.

Ecco, quindi, un terzo peso per la bilancia generazionale.

È una questione fondamentale: sentirsi pienamente e onorevolmente rappresentati dal Presidente del Consiglio è vitale, ma non basta. Allo stesso modo, vogliamo contare su una nuova leva di persone che rappresenteranno, con onore, gli italiani in futuro.

Il Premier ha evitato il cortocircuito politico-istituzionale. Ma non è compito suo riformare la politica. Quello, devono farlo i partiti.

Draghi non ha eredi, ma il metodo Draghi sì: si incarna in tutte le persone che riscoprono il valore delle istituzioni, credono in un ceto dirigente competente, con una visione per il Paese, preparato a fare dell’Italia la propria missione.

È ora di tornare a fare politica. Quella degli ideali, da coltivare in Parlamento come nei tinelli, nei bar, nelle piazze, nelle università.

l’Italia che sogniamo ha detto basta alla ‘vetocrazia’, che impedisce un sano dialogo politico. Se tutti si mettono sempre contro qualcosa, il risultato è che non si riesce mai a fare riforme incisive, ma sempre rattoppate. Una nazione non è la somma delle sue fazioni!

Come generazione, non solo come imprenditori, vorremmo lasciare in eredità una democrazia più partecipata di quella che abbiamo ricevuto. L’astensionismo delle elezioni amministrative ci preoccupa: le schede elettorali sono l’arma più potente dei cittadini.  

Noi siamo parte del ceto dirigente dell’economia e dell’industria.

Ma se perfino i Cavalieri del Lavoro, che sono i senatori del nostro sistema industriale, hanno affermato che la leadership economica dovrebbe svecchiarsi, allora non perdiamo tempo e creiamo subito quote per gli under 40 nei board delle società di Piazza Affari, dove la media dei componenti resta over 60.

Sta funzionando per l’equilibrio tra i generi, potrebbe accadere anche per quello tra le generazioni. Proviamoci!

Dobbiamo creare gli spazi per far emergere nuovi meriti e talenti, bisogna costruire quel gruppo di persone che si metterà al timone del Paese in un momento in cui, come abbiamo visto, nessuna vecchia rotta è più valida e bisogna trovarne di nuove.

Per dare spazio al futuro, l’Italia deve lasciarsi alle spalle alcuni vizi capitali però.

Bisogna imparare a non usare oggi le risorse di domani: che si tratti di debito, clima, acqua o materie prime, le generazioni presenti non possono aggrapparsi a quelle future.

Il passato ci sta ospitando da troppo tempo, guardiamo avanti. A partire dal fare impresa.

Basta con le scorciatoie, esiste una risposta semplice per ogni problema complesso, ma è sbagliata.

Ultimo ma non per importanza: archiviare l’abitudine a dare per impossibile il cambiamento. Il mondo si trasforma ogni giorno, anche se non vi prestiamo attenzione.

E poi, liberiamoci anche dalla paura che domani sarà peggio di oggi.

Per dare spazio al futuro, c’è una sola cosa da realizzare: riempiamo questi spazi e costruiamo una nuova Italia oltre le distanze.

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