02 Febbraio 2026
Trump-Netanyahu e Khamenei
La tensione in Medio Oriente rimane altissima, nonostante un attacco Usa in Iran non sia più dato come "imminente". Nonostante ciò, continua il dispiegamento di navi e aerei da guerra degli Stati Uniti e anche Teheran, in stato di massima allerta, prepara rifugi e rafforza le sue difese in tutto il Paese.
Il presidente americano Donald Trump starebbe infatti tentennando sulla possibilità di un raid sull'Iran, ma sarebbe spinto più che altro da Israele, che punta a un attacco "definitivo per il regime" di Teheran, cercando di distruggere il suo più grande avversario regionale. Intanto, in Iran si parla anche di cosa succederà in caso di morte della Guida suprema Ali Khamenei.
Il confronto tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto uno dei punti più tesi degli ultimi anni, con un imponente schieramento militare nel Medio Oriente e segnali contrastanti sul fronte diplomatico. Nelle ultime ore Washington ha rafforzato in modo significativo la propria presenza: gruppi d’attacco navali, tra cui una portaerei nel Mar Arabico, caccia F/A-18E Super Hornet, aerei da guerra elettronica EA-18G Growler e una vera e propria “armada” di velivoli logistici. Solo nelle ultime 24 ore sono stati tracciati circa 20 C-17A Globemaster III, oltre a KC-135 Stratotanker e C-5M Galaxy, in trasferimento dall’Europa e da altri teatri verso basi chiave come Al Udeid in Qatar, Ali Al Salem in Kuwait e Prince Sultan in Arabia Saudita, dove si registra anche il rafforzamento dei sistemi Patriot, NASAMS e radar avanzati.
Il presidente Donald Trump ha parlato apertamente di una “flottiglia” diretta verso l’Iran, ribadendo che Teheran “sa qual è la scadenza”, pur insistendo pubblicamente sulla speranza di un accordo. Dietro le quinte, però, fonti americane e israeliane citate da media internazionali descrivono piani militari già pronti, che spaziano da attacchi limitati su siti nucleari e dell’Irgc fino a opzioni più ampie che includerebbero obiettivi istituzionali e, secondo alcune ricostruzioni, un’ipotesi di cambio di regime.
Israele continua a spingere per un’azione decisa. Dichiarazioni attribuite ai vertici militari israeliani parlano di una finestra temporale di settimane o mesi per un eventuale attacco statunitense, mentre ambienti sauditi avrebbero avvertito Washington che un mancato intervento rafforzerebbe Teheran. Al tempo stesso, diversi Paesi del Golfo – Qatar, Oman, Emirati, Turchia – cercano di frenare l’escalation, promuovendo canali di mediazione che restano però fragili.
Sul fronte iraniano, la risposta è duplice: diplomatica e militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ribadisce che l’Iran non negozierà sotto minaccia, ma conferma l’esistenza di contatti indiretti. Parallelamente, Teheran ha innalzato il livello di allerta interna. Le autorità della capitale hanno annunciato la predisposizione di rifugi in parcheggi e strutture pubbliche per oltre 2,5 milioni di persone, mentre l’Irgc intensifica le attività nel Golfo di Oman, dove droni iraniani monitorano le unità navali statunitensi.
Un elemento nuovo è rappresentato dai movimenti aerei tra Iran, Russia e Cina. Negli ultimi giorni sono stati segnalati voli cargo iraniani da e verso la Cina, oltre all’arrivo in Iran di Antonov An-124 e Ilyushin Il-76 russi, alimentando il sospetto di trasferimenti di materiale militare o logistico in vista di un conflitto.
Sul piano politico, a Teheran si discute apertamente anche del “dopo Khamenei”. In un clima di massima pressione esterna e repressione interna, analisti e media parlano di scenari di transizione del potere, nel caso in cui la Guida Suprema venisse meno durante una fase di guerra o grave crisi.
A oggi, il quadro resta quello di un equilibrio instabile: la diplomazia non è formalmente chiusa, ma il livello dello schieramento militare e le dichiarazioni incrociate rendono concreto il rischio di attacchi, inizialmente limitati ma potenzialmente capaci di innescare una guerra regionale.
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