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A partire da maggio la Danimarca espellerà tutti gli immigrati che sono finiti in carcere per reati gravi, senza eccezioni

«È giusto proteggere i nostri Paesi piuttosto che proteggere i criminali». L’asserzione non viene dalla destra, o quantomeno non esattamente questa frase. A parlare è stata Mette Frederiksen, primo ministro della Danimarca e rigorosamente socialdemocratica.

02 Febbraio 2026

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Mette Frederiksen Fonte: X @noa_redington

«È giusto proteggere i nostri Paesi piuttosto che proteggere gli stranieri delinquenti».

L’asserzione non viene dalla destra, o quantomeno non esattamente questa frase. A parlare è stata Mette Frederiksen, primo ministro della Danimarca e rigorosamente socialdemocratica.

Partiamo dal principio: il governo danese ha annunciato che da maggio gli stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi (stupri, violenze aggravate, aggressioni pesanti) dovranno essere espulsi una volta scontata la pena. Non sarà più un terreno lasciato quasi interamente alla valutazione caso per caso dai magistrati, ma un indirizzo chiaro, scritto nella legge.

Finora l’espulsione non era automatica. La Danimarca, come gli altri Stati europei, si muove dentro i vincoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che tutela la vita privata e familiare e vieta trattamenti inumani o degradanti. Principi sacrosanti, ma che nella pratica hanno spesso significato lunghi contenziosi e permanenze sul territorio anche per chi aveva commesso reati gravi. Il governo danese sostiene che così si sia creato uno scarto tra il diritto scritto e il senso di giustizia percepito dai cittadini.

Frederiksen ha scelto di non nascondersi dietro il linguaggio tecnico. Ha detto che l’esecutivo intende agire in modo “non convenzionale”, modificando direttamente la normativa invece di aspettare che ogni singolo caso venga filtrato da anni di ricorsi e interpretazioni. È un passaggio che può entrare in tensione con l’architettura giuridica europea, e Copenaghen lo sa.

La restringente linea danese non nasce oggi. Dal 2019 il governo socialdemocratico ha progressivamente ristretto l’accesso all’asilo, insistito sulla temporaneità della protezione, irrigidito il ricongiungimento familiare e moltiplicato gli incentivi al rimpatrio volontario. Le ammissioni all’asilo sono scese a livelli storicamente bassi.

Nel discorso di Frederiksen c’è un punto che tocca un nervo scoperto europeo e di cui qui in Italia si parla a singhiozzi: il rapporto tra immigrazione e welfare state. Un afflusso non governato mette sotto pressione servizi e coesione sociale, aggravando le casse dello Stato che, al contrario di una certa retorica, non sono fiscalmente supportate dall’immigrazione.

Siamo di fronte a un ragionamento che la sinistra continentale ha a lungo evitato, temendo di legittimare parole d’ordine altrui. In Danimarca, diversamente, è stato portato dentro il perimetro socialdemocratico, mentre in Italia abbiamo una Silvia Salis che fa ancora appello alla scaduta retorica della “speranza”, esautorando qualsiasi discorso che vada verso la responsabilizzazione di certe politiche dell’accoglienza, quando sarebbe il caso che pure la sinistra domestica cominciasse a fiatare su questo versante, senza ambiguità.

Ed infine occorre fare un ragionamento squisitamente giuridico che mette i governi europei di fronte ai limiti delle sue stesse infrastrutture: abbiamo costruito regole per un mondo che funzionava in maniera precisissima, ma l’errore commesso è stato quello di non considerare lo straordinario. Qualsiasi piano routinario ha il problema d’essere troppo rigido, di non sapersi adattare ai casi più ampi. Ma questa indeformabilità ha fatto sì che la magistratura prendesse un più ampio potere rispetto al loro ruolo.

Ma perché in mancanza di un adattamento legislativo conforme, i giudici, vecchia bocca della legge, hanno avuto l’ultima parola sul definire caso per caso, spesso immobilizzandosi dinanzi al cortocircuito dovuto alla loro estrema preparazione professionale ma scarsa pragmaticità delle cose del mondo. Questo ha fatto sì che la giurisprudenza europea dichiarasse una linea, ma anche che quest’ultima, per quanto coerente con i dettami giuridici, fosse completamente inadatta a rispondere alle esigenze della nuova società, generando impasse di ricorsi e liti tra governi e magistrati.

Oggi bisogna avere il coraggio secolare di mettere mano su quelle convenzioni e leggi e di riformarle. La politica deve riappropriarsi del suo ruolo più intimo di legislatore di prima istanza, definendo con chiarezza nuovi segmenti che consentano una sburocratizzazione giuridica. Non può essere un’azione lasciata esclusivamente alla destra sovranista, perché significherebbe una scollatura sociale troppo profonda tra istanze.

Risulta necessario far passare questo concetto una volta per tutte, affinché un’azione di questo tipo sia possibile e abbia effetti pragmatici: l’immigrazione irregolare va fermata, chi delinque e commette reati non può far parte del contratto sociale e le nostre infrastrutture giuridiche devono anzitutto rispondere alla sicurezza del popolo europeo, quello del presente e di domani.

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