27 Gennaio 2026
Donald Trump (fonte foto Lapresse)
La Groenlandia come shock simbolico
La vicenda Groenlandia non è un incidente folcloristico, ma un atto rivelatore. Con l’assertività di Donald Trump, l’Europa scopre che il “giardino” evocato da Bruxelles non è protetto da alcun custode benevolo. Che si tratti di una provocazione o di un calcolo freddo, l’effetto è oggettivo: l’Alleanza Atlantica appare per ciò che è diventata, un rapporto asimmetrico dove l’Europa obbedisce e paga.
Ipocrisia morale e doppio standard
Le reazioni europee tradiscono una ipocrisia strutturale. Azioni unilaterali statunitensi sono tollerate – e persino applaudite – quando colpiscono Paesi extraeuropei. Venezuela, Iran, Libia: qui l’uso della forza viene giustificato come “polizia internazionale”. Quando però la pressione tocca un territorio europeo, lo scandalo diventa improvvisamente giuridico e morale.
Il “padre americano” non esiste
L’illusione centrale dell’élite europea è l’idea di un Grande Altro: gli Stati Uniti come padre benevolo che garantisce ordine e sicurezza. Trump ha infranto questa narrazione. Minacciando la Groenlandia, ha suggerito che l’Europa non è il giardino, ma parte della giungla. È questa ferita simbolica, più della disputa territoriale, a spiegare il panico di Bruxelles.
NATO: da alleanza a rapporto cliente-fornitore
Le parole di Trump a Davos e le successive dichiarazioni sull’Afghanistan confermano una visione coerente: la NATO non è una comunità di destino, ma un club di clienti. Gli europei pagano, Washington decide. Le offese sui contingenti alleati – storicamente infondate – non sono gaffe, bensì strumenti di umiliazione politica per ribadire i rapporti di forza.
Afghanistan: la memoria selettiva
I numeri parlano chiaro: migliaia di caduti europei in una guerra voluta dagli USA. Eppure Trump rimuove questo dato, dimenticando anche che fu la sua amministrazione a negoziare con i Talebani a Doha, ponendo le basi del ritiro. La polemica serve a un obiettivo preciso: dimostrare che l’Europa non conta, neppure quando ha versato sangue.
Ucraina: la guerra che l’Europa paga
Sul fronte ucraino, la frattura è ancora più evidente. Washington chiede la fine del conflitto; Bruxelles lo prolunga, sperando in un futuro salvatore democratico. Dal punto di vista russo – e di un realismo elementare – questa strategia è immorale e irrazionale: sacrifica vite ucraine per rinviare una sconfitta che non può essere evitata.
Il “Professor Zelensky” e la lezione fuori luogo
A Davos, Volodymyr Zelensky ha scelto il ruolo del docente severo. Rimprovera l’Europa per non sequestrare beni russi, ignora i vincoli legali e morali, dimentica la corruzione sistemica del proprio Paese e il fatto che il suo mandato è scaduto. Chiede ancora risorse, mentre l’Europa si indebita e si deindustrializza.
La prospettiva russa: realismo e memoria
Dal punto di vista di Mosca, la sequenza è lineare. L’Europa rinuncia alla propria sovranità strategica, accetta decisioni prese altrove e poi si stupisce quando viene trattata da subordinata. La Russia non orchestra queste umiliazioni: le registra. E conclude che l’Europa, così com’è, non è un attore autonomo con cui costruire una sicurezza condivisa.
Il bivio europeo
La questione Groenlandia, unita al dossier ucraino, segna un bivio storico. Continuare nella sudditanza atlantica, accettando di pagare guerre e umiliazioni, oppure tornare a un realismo continentale, riconoscendo che la pace in Europa passa anche da un accordo stabile con la Russia. Trump ha fatto ciò che nessun leader europeo ha osato: ha detto la verità sui rapporti di forza. L’Europa può indignarsi, ma non può più nascondersi. Le illusioni sono finite; resta una scelta politica. Rimandarla significa accettare che altri decidano, ancora una volta, il destino del continente.
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