20 Gennaio 2026
Donald Trump
Al Forum economico mondiale di Davos, il presidente americano Donald Trump vuole creare ufficialmente il Board of Peace per la ricostruzione di Gaza, con tanto di firma dello statuto da parte dei membri fondatori e dei Paesi che ne faranno parte. Molti Stati che sono stati invitati dal tycoon, però, stanno frenando questa volontà, scettici su numerosi lati dell'intesa: dai troppi poteri assegnati a Trump, all'opacità sulla destinazione del miliardo di dollari chiesto per divenire componenti fissi, fino al timore che l'ente possa trasformarsi in un Onu alternativo e a pagamento.
A Davos, giovedì 22 gennaio, Donald Trump vuole trasformare un’idea controversa in un atto ufficiale: la nascita del suo Board of Peace, con una cerimonia di firma a margine del Forum economico mondiale. Ma mentre la Casa Bianca spinge per un debutto in grande stile, dietro le quinte cresce lo scetticismo di molti Paesi invitati, divisi tra dubbi politici, finanziari e istituzionali.
Secondo quanto riferito da diverse fonti diplomatiche a Bloomberg, non è ancora chiaro quali governi siano disposti a firmare. Molti invitati avrebbero chiesto agli Stati Uniti di riscrivere parti sostanziali dello statuto, giudicato sbilanciato a favore del presidente americano. Il nodo più controverso è la richiesta di un contributo fino a 1 miliardo di dollari per ottenere un seggio permanente nel Board: una cifra che ha lasciato “sconcertati” numerosi leader, soprattutto in Europa.
La domanda che circola con insistenza è semplice quanto esplosiva: dove finirebbero quei soldi? Lo statuto, nella sua bozza iniziale, non chiarisce con precisione i meccanismi di controllo sul bilancio né il grado di supervisione collettiva sulla spesa. Al contrario, attribuisce ampi poteri al presidente del Board, ruolo che Trump intende ricoprire personalmente, con facoltà di veto, di nomina dei membri esecutivi e persino del proprio successore.
In privato, alti funzionari europei descrivono il Board of Peace come un tentativo evidente di costruire un rivale dell’Onu, un’istituzione più “snella” ma fortemente centrata sugli Stati Uniti e sulla figura del presidente americano. Non si tratterebbe solo di Gaza, primo banco di prova del progetto, ma di un organismo pensato per intervenire su altri conflitti globali, ridefinendo gli equilibri della governance internazionale.
Proprio per questo, diversi Paesi dell’Unione europea stanno lavorando a una risposta coordinata. Secondo fonti diplomatiche, Bruxelles e alcune capitali europee stanno pressando Paesi arabi chiave – tra cui quelli del Golfo – affinché usino la loro influenza su Trump per ottenere modifiche allo statuto prima della cerimonia di Davos. L’obiettivo è ridurre il peso decisionale personale del presidente Usa, aumentare le garanzie di trasparenza finanziaria e chiarire il rapporto con le Nazioni Unite.
Le perplessità non arrivano solo dall’Europa. Anche tra gli alleati tradizionali di Washington c’è cautela. Il Canada, ad esempio, ha fatto sapere di non essere disposto a pagare per un seggio permanente e di voler prima capire struttura, mandato e finanziamento dell’organismo. Altri governi valutano l’adesione gratuita triennale prevista dalla Carta, evitando però impegni a lungo termine.
Il progetto ha inoltre sollevato tensioni politiche in Medio Oriente. La presenza di Turchia e Qatar in alcuni comitati collegati al Board ha provocato proteste da parte di Israele, che accusa entrambi i Paesi di eccessiva vicinanza ad Hamas. Allo stesso tempo, l’assenza di rappresentanti palestinesi nel Board vero e proprio alimenta critiche sulla legittimità del processo.
Dietro le quinte, un ruolo centrale sarebbe svolto da Tony Blair, insieme agli inviati di Trump sionisti e con interessi immobiliari nella regione Steve Witkoff e Jared Kushner. Secondo alcune fonti, la Casa Bianca sarebbe disposta a rivedere parti della Carta dopo il feedback ricevuto, ma senza rinunciare all’impianto politico del progetto.
La cerimonia di Davos, dunque, rischia di diventare meno una celebrazione e più una prova di forza. Trump vuole imprimere il suo marchio su un nuovo strumento di gestione dei conflitti globali; molti Paesi, invece, temono un organismo costoso, poco trasparente e troppo personalizzato. Da qui a giovedì, le diplomazie lavoreranno senza sosta per capire se il Board of Peace nascerà come Trump lo immagina o se, sotto la pressione internazionale, sarà costretto a cambiare rotta.
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