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Gaza, nel governo imposto da Trump per ricostruzione presenti i fondatori GHF vicini al Mossad, le Ong: "Hanno affamato e ucciso civili, ora regnano"

Gofman, Eisenberg, Lightstone e Tancman: i fondatori della Gaza Humanitarian Foundation, accusata di aver causato centinaia di morti, guidano ora la nuova amministrazione tecnocratica di Gaza sostenuta dagli Usa

15 Gennaio 2026

Gaza, chiusi per oggi i centri di distribuzione degli aiuti della Ghf, l'Idf minaccia: "Alla larga, è zona di combattimento"

Fonte: X, @MiddleEastEye

Giusto ieri, mercoledì 14 gennaio, è arrivato l'annuncio del governo tecnico palestinese che dovrebbe gestire la ricostruzione di Gaza. I nomi dei politici, però, fanno pensare. Infatti, fra dei 15 membri nominati ci sono anche i fondatori della Gaza Humanitarian Foundation, la "Ong" che ha trasformato in "trappole mortali" i suoi centri di distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia, affamando e uccidendo i palestinesi, come prospettato dal "piano Aurora" e, prima, dall'Institute for Zionist Strategies. Oltre a ciò, tutti i membri sono legati strettamente agli Stati Uniti e a Israele, essendo uomini d'affari con interessi nei due Paesi.

Gaza, nel governo imposto da Trump per ricostruzione presenti i fondatori GHF vicini al Mossad, le Ong: "Hanno affamato e ucciso, ora regnano"

La futura amministrazione tecnocratica di Gaza, sostenuta dagli Stati Uniti e destinata a operare sotto un “Consiglio per la Pace” promosso da Donald Trump, sta prendendo forma attorno a un nucleo ristretto di figure che sollevano forti controversie. Secondo il Financial Times e fonti diplomatiche regionali, molti dei protagonisti di questo nuovo assetto sono gli stessi che hanno fondato o gestito la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), il programma di "aiuti" Usa-Israele, fortemente voluto da Trump e Benjamin Netanyahu, accusato di aver causato la morte di centinaia, se non migliaia, di palestinesi in cerca di cibo.

Al centro del nuovo comitato esecutivo per Gaza figura Roman Gofman, principale consigliere militare del primo ministro israeliano Netanyahu. Gofman è considerato l’anello di congiunzione diretto tra l’apparato di sicurezza israeliano e la nuova governance di Gaza: un ruolo che, secondo diversi osservatori, rende difficile parlare di reale autonomia palestinese.

Accanto a lui c’è Michael Eisenberg, investitore israelo-americano e partner di Aleph Fund, noto per i suoi investimenti nel settore tecnologico israeliano e per il sostegno politico ed economico allo Stato di Israele. Eisenberg ha agito come consigliere informale di Netanyahu dall’inizio del cessate il fuoco ed è stato uno dei promotori finanziari e strategici della GHF.

Un altro nome chiave è Aryeh Lightstone, politico e funzionario statunitense-israeliano, già attivo durante la prima amministrazione Trump sui dossier mediorientali. Lightstone è legato a reti di lobbying pro-Israele negli Stati Uniti ed è stato coinvolto nella progettazione politica della Gaza Humanitarian Foundation, contribuendo alla sua legittimazione internazionale.

Completa il quartetto Liran Tancman, imprenditore israeliano nel settore della cybersecurity, con legami segnalati con ambienti dell’intelligence israeliana, incluso il Mossad. Tancman ha fornito competenze tecnologiche e di sicurezza alla GHF ed è ora indicato come una delle figure operative dietro la nuova architettura di controllo e sicurezza a Gaza.

Sul versante palestinese, secondo The New Arab, sono stati invitati 18 funzionari a far parte del comitato che dovrebbe sostituire Hamas. Alla guida è stato designato Ali Shaath, ex viceministro della Pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, figura considerata tecnicamente competente ma priva di una base politica autonoma a Gaza. La sicurezza dovrebbe invece essere affidata a Mohammed Nisman, ex funzionario dell’intelligence palestinese ora in pensione, il cui profilo è visto come più vicino ai modelli di coordinamento con Israele che a una riforma indipendente del settore.

Sopra il comitato esecutivo opererà il cosiddetto Consiglio per la Pace, che secondo le indiscrezioni includerà 15 leader internazionali. Non sono ancora stati resi noti i nomi, ma le fonti parlano di rappresentanti o figure di alto livello provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto. Diversi di questi attori, sottolineano i critici, sono storicamente alleati di Israele o legati a interessi economici e strategici israelo-americani.

Il nodo politico resta irrisolto: Hamas ha dichiarato di essere disposto a cedere il governo a un organismo tecnocratico palestinese indipendente, ma rifiuta il disarmo senza la creazione di uno Stato palestinese. Nel frattempo, il fatto che i fondatori di un sistema di “aiuti” definito da molte Ong come una "trappola mortale" siedano ora al tavolo del futuro governo di Gaza alimenta il timore che questa transizione non rappresenti una svolta umanitaria, ma una ristrutturazione del controllo sotto nuove etichette: continua quindi l'occupazione e la militarizzazione palestinese, con l'obiettivo di realizzare il "Greater Israel".

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