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Board of Peace Gaza, Trump invita Paesi a farne parte e chiede $1mld per essere fra i 15 membri permanenti: da Italia a Russia, da Ungheria a Egitto

Trump invita 15 Paesi nel Board of Peace per Gaza ma chiede 1 miliardo per restarci. Potere accentrato alla Casa Bianca e scontro con Netanyahu su Turchia e Qatar, mentre dei rappresentanti palestinesi nemmeno l'ombra

19 Gennaio 2026

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Donald Trump

Il presidente statunitense Donald Trump, dopo aver istituito il Board of Peace nei suoi 7 membri fondatori, ha iniziato ad invitare Paesi da tutto il mondo per entrare a farne parte, assumendo quindi un ruolo attivo nella ricostruzione di Gaza dopo due anni di genocidio. Sono disponibili 15 seggi, ma per accaparrarseli, un Paese deve accettare di pagare 1 miliardo di dollari, così da diventare membri permanenti. Finora, il tycoon ha invitato, tra i tanti, Italia, Russia, Ungheria ed Egitto. E di rappresentanti palestinesi non c'è traccia.

Board of Peace Gaza, Trump invita Paesi a farne parte e chiede $1mld per essere fra i 15 membri permanenti: da Italia a Russia, da Ungheria a Egitto

La Casa Bianca ha messo nero su bianco quella che viene presentata come la più ambiziosa iniziativa internazionale per il "dopoguerra" di Gaza. Ma dietro il nome rassicurante di Board of Peace emerge una struttura fortemente centralizzata, politicamente opaca e finanziariamente selettiva, costruita attorno all’autorità personale del presidente statunitense Donald Trump.

Secondo una bozza di statuto rivelata da Bloomberg, l’accesso al Board non è solo una questione diplomatica: gli Stati che ambiscono a un seggio permanente devono versare almeno 1 miliardo di dollari entro il primo anno. In cambio, ottengono l’esenzione dai limiti di mandato. Chi non paga resta membro a termine, con un ruolo subordinato.

Il documento stabilisce inoltre che Trump sarà presidente inaugurale, con poteri estesi: controllo sugli inviti, rinnovo dei membri, approvazione di ogni decisione, gestione dei fondi, definizione dell’agenda e persino autorizzazione dell’uso del sigillo ufficiale. Di fatto, un organismo multilaterale che funziona come una piattaforma presidenziale a controllo unipersonale, più simile a un trust internazionale che a un’istituzione collettiva.

I Paesi invitati: alleati, potenze regionali e equilibri instabili

Trump ha esteso inviti formali a diversi Paesi finora, selezionati per peso geopolitico, capacità finanziaria o ruolo regionale. Tra questi figurano: Italia (Giorgia Meloni), India (Narendra Modi), Brasile (Lula), Turchia (Recep Tayyip Erdoğan), Canada (Mark Carney), Argentina (Javier Milei), Albania (Edi Rama), Cipro (Nikos Christodoulides), Egitto (Abdel Fattah al-Sisi), Giordania (re Abdallah II), Ungheria (Viktor Orbán), Romania (Nicușor Dan), Paraguay (Santiago Peña), Pakistan (Shehbaz Sharif), Israele (Benjamin Netanyahu), Bielorussia (Aleksandr Lukashenko) e Russia (Vladimir Putin).

L’obiettivo dichiarato è coinvolgere governi in grado di contribuire economicamente alla ricostruzione e di garantire stabilità regionale. Ma dietro le quinte crescono le perplessità: diversi governi europei e latinoamericani starebbero valutando un rifiuto o una partecipazione solo simbolica, temendo che il Board svuoti i meccanismi multilaterali tradizionali e concentri potere politico e finanziario a Washington.

Secondo Bloomberg, Canada e alcuni Stati europei avrebbero già espresso forti riserve sul controllo diretto dei fondi da parte di Trump e sull’assenza di meccanismi di trasparenza indipendenti.

Netanyahu protesta: il nodo Turchia e Qatar

Il progetto, paradossalmente, ha provocato attriti anche con Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha ufficialmente criticato il Board, sostenendo che non sia stato coordinato con Tel Aviv. Ma fonti israeliane e statunitensi concordano sul fatto che la protesta sia in gran parte politica.

Il vero punto di frizione riguarda la presenza, nel Consiglio esecutivo e tra i collaboratori, di Turchia e Qatar. Trump ha insistito per includere il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e rappresentanti qatarioti, ritenendoli interlocutori indispensabili per la gestione di Gaza. Netanyahu, appoggiato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, considera entrambi attori ostili o ambigui e avrebbe chiesto di escluderli.

La risposta americana è stata netta. Un alto funzionario Usa ha dichiarato che Netanyahu “non ha voce in capitolo sulla composizione del Board: o accetta il piano statunitense, o si assume la responsabilità di tornare a un genocidio a Gaza senza supporto americano.

Un’architettura di potere più che un processo di pace

Accanto ai governi invitati, il Board include figure chiave dell’establishment politico-finanziario occidentale: Marco Rubio, Jared Kushner, Tony Blair, Steve Witkoff, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. Un mix di diplomazia, sicurezza e capitale privato chiamato a gestire governance, ricostruzione e flussi finanziari.

Manca però un elemento fondamentale: una reale rappresentanza palestinese con potere decisionale. Il comitato tecnico guidato da Ali Shaath resta subordinato a un’architettura esterna.

Il Board of Peace nasce così tra promesse di stabilità e accuse di neo-protettorato. Con una certezza: mai come in questo caso, la pace sembra avere un prezzo d’ingresso, una cabina di regia personale e un veto presidenziale permanente.

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