19 Gennaio 2026
Board of Peace, fonte: Wikipedia
Il presidente americano Donald Trump ha annunciato la creazione del Board of Peace, ossia l'ente internazionale che gestirà la ricostruzione di Gaza dopo 2 anni di genocidio. I membri fondatori, oltre al tycoon, sono 7, tutti ebrei sionisti o, semplicemente, filo-israeliani, oltre a essere componenti del World Economic Forum (Wef): sono Tony Blair, Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. Nessuna traccia di palestinesi, quindi, che si arrendono a essere di nuovo una sorta di protettorato straniero, britannico e statunitense.
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Board of Peace per Gaza, organismo incaricato di supervisionare governance, sicurezza, ricostruzione e flussi finanziari nella Striscia nel quadro della seconda fase del piano statunitense per il dopoguerra. Un nome che richiama la pacificazione, ma una composizione che solleva interrogativi profondi: tutti e sette i membri condividono posizioni apertamente pro-Israele o legami strutturali con l’establishment politico, finanziario e strategico che sostiene Tel Aviv.
In un contesto segnato da distruzione, vittime civili e accuse internazionali contro Israele, l’assenza di voci palestinesi e la forte omogeneità ideologica del board rischiano di compromettere fin dall’inizio la credibilità dell’iniziativa. Ma chi sono i membri? E che legami hanno con Israele?
Tony Blair porta con sé un curriculum che pesa soprattutto nel Medio Oriente. È stato uno degli architetti dell’intervento in Iraq del 2003, esperienza che ancora oggi viene citata come esempio di destabilizzazione prodotta dall’Occidente. Negli anni successivi Blair ha costruito solidi rapporti con Israele, presentandosi come mediatore ma adottando spesso una narrativa allineata alle sue esigenze di sicurezza. Ha promosso modelli di “pace economica”, in cui lo sviluppo sostituisce la sovranità politica. Nel board incarna l’idea che la stabilità venga prima della rappresentanza. Le sue posizioni minimizzano il ruolo delle responsabilità storiche del conflitto. È favorevole a un forte controllo internazionale su Gaza. La sua visione privilegia l’ordine rispetto alla giustizia. Molti nella regione vedono la sua nomina come provocatoria, come a un ritorno del protettorato britannico. Più che pace, Blair evoca gestione tecnocratica della Striscia.
Marco Rubio è da anni uno dei principali riferimenti dell’ala più interventista della politica estera statunitense. Da senatore prima e da Segretario di Stato poi, ha sempre sostenuto Israele senza distinguere tra difesa e operazioni offensive. Ha definito “legittima autodifesa” anche le campagne militari più controverse e genocidiarie e ha attaccato apertamente le istituzioni internazionali che hanno criticato Tel Aviv. Rubio considera Hamas il problema centrale, ma raramente ha affrontato il tema dell’occupazione o dei diritti dei civili palestinesi. Nel board rappresenta la garanzia politica che ogni decisione resti compatibile con le priorità israeliane. Il suo approccio è securitario, basato su deterrenza e controllo. Poco spazio, nelle sue dichiarazioni, per negoziati inclusivi. La sua presenza rafforza l’idea di una pace imposta più che negoziata. Per Gaza, Rubio significa continuità con la linea americana tradizionale. Una linea che privilegia alleanze strategiche rispetto al diritto umanitario. E che rende il board più simile a un organo politico che a un arbitro imparziale.
Steve Witkoff è un magnate immobiliare con forti legami politici negli Stati Uniti. È noto per il sostegno alle politiche filo-israeliane dell’amministrazione americana. Nel board porta la voce del grande capitale privato. Il suo ruolo è legato agli investimenti e ai fondi per la ricostruzione. Ma questo solleva interrogativi sul confine tra aiuto e profitto. Witkoff vede Gaza come progetto di sviluppo economico. Meno attenzione emerge per la sovranità politica. La sua nomina segnala la finanziarizzazione del dopoguerra. La pace diventa un business plan, con rischi evidenti di esclusione sociale.
Jared Kushner è il volto della politica mediorientale dell’era Trump. Ha ideato gli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele e vari Paesi arabi senza coinvolgere i palestinesi. La sua visione considera la questione palestinese un ostacolo secondario. Kushner ha parlato apertamente di Gaza come area da “ripensare economicamente”. È vicino agli ambienti politici israeliani e al governo Netanyahu, essendo anche amico di famiglia. Nel board rappresenta l’approccio affaristico al genocidio, dati anche i suoi affari immobiliari nella Striscia e in Cisgiordania. La ricostruzione viene vista come opportunità di investimento. La dimensione politica resta sullo sfondo: per molti palestinesi è simbolo di esclusione. La sua presenza rafforza l’idea di una pace senza consenso locale.
Marc Rowan, Ceo di Apollo Global Management, è una figura centrale della finanza internazionale. Ha espresso più volte posizioni di sostegno a Israele nel dibattito politico statunitense. Apollo gestisce capitali enormi e influenza governi e mercati. È presidente della United Jewish Appeal-Federation di New York e presidente del consiglio dei consulenti della Penn’s Wharton Business School. Nel board Rowan rappresenta il potere dei grandi fondi. Il suo ruolo suggerisce che la ricostruzione sarà guidata da logiche finanziarie. Prestiti, investimenti e condizioni economiche saranno centrali. Il rischio è un indebitamento strutturale di Gaza. Rowan non è un diplomatico, ma un allocatore di capitale. La sua presenza rafforza l’asse economia-sicurezza.
Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, rappresenta le istituzioni finanziarie globali. Il suo approccio è basato su riforme, condizioni e governance economica. La Banca Mondiale opera spesso in coordinamento con interessi geopolitici occidentali. Banga vede la ricostruzione come processo tecnico. Ma ogni finanziamento comporta vincoli politici. Nel caso di Gaza, questi vincoli rischiano di favorire Israele. Il controllo dei flussi economici diventa leva politica. La sovranità economica palestinese resta marginale.
Robert Gabriel proviene dall’ambiente della sicurezza e della stabilizzazione post-conflitto. È vicino agli ambienti strategici occidentali ed è di famiglia ebrea. La sua esperienza riguarda gestione dell’ordine e transizioni controllate. Nel board si occuperà di governance e sicurezza interna: questo implica una Gaza fortemente monitorata. Il modello ricorda altre missioni internazionali di controllo. Gabriel privilegia stabilità e prevenzione del dissenso: il rischio è una pace militarizzata. Più amministrazione che autodeterminazione.
Nel complesso, il Board of Peace appare come un organismo compatto, privo di pluralismo e fortemente sbilanciato. Una pace disegnata dall’alto, senza rappresentanza palestinese reale, che rischia di trasformarsi in gestione del genocidio, più che nella sua soluzione.
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