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"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Come la diplomazia è uno strumento fondamentale per la pace riconoscendo l'avversario come interlocutore legittimo evitando escalation

La storia insegna che senza diplomazia, dialogo e riconoscimento dell'avversario come interlocutore legittimo non si raggiunge la pace, ma si rischia un'escalation del conflitto

11 Marzo 2026

Guerra in Ucraina

Guerra in Ucraina

La diplomazia si rivela uno strumento fondamentale per la pace, soprattutto quando preserva l'avversario come interlocutore legittimo, evitando escalation irreversibili. Partendo da esempi storici, emerge la difficoltà di concludere un conflitto e come ciò sia possibile solo riconoscendo l'avversario come interlocutore.

Prendiamo la crisi del Belgio nel 1830, quando la scintilla scoccò il 25 agosto a Bruxelles al Théâtre de la Monnaie con l'opera La Muette de Portici di Daniel Auber, che narra la rivolta di Masaniello contro gli spagnoli a Napoli. Nel secondo atto il coro Amour sacré de la patrie infiammò il pubblico, trasformando la protesta contro il dominio olandese in insurrezione. Il 4 ottobre il Belgio proclamò l'indipendenza, rischiando una crisi europea poiché il Regno dei Paesi Bassi era un pilastro dell'equilibrio continentale creato nel 1815 al Congresso di Vienna. La diplomazia si rivelò uno strumento fondamentale che evitò una difficile situazione e riportò l'equilibrio diplomatico.

Nel settembre 1830 il re Louis-Philippe nominò Charles-Maurice de Talleyrand ambasciatore a Londra. Talleyrand colse il rischio di una coalizione anti-francese in caso di annessione belga e scrisse al re che la Francia necessitava di tranquillità, non conquiste. Dialogando con il ministro britannico Palmerston, i due risolsero il nodo: la Francia non accettava il Belgio olandese, la Gran Bretagna non quello francese. Nacque così un Belgio indipendente e neutrale, garantito dalle grandi potenze, sancito dal Trattato di Londra nel 1839.

Passiamo alla crisi di Cuba nell'ottobre 1962, quando foto di aerei spia USA rivelarono missili sovietici, portando Washington e Mosca sull'orlo della guerra nucleare. Il picco fu il 27 ottobre, il "sabato nero", con l'abbattimento di un U-2 americano e la richiesta di attacco dei militari. John F. Kennedy resistette: quella sera Robert Kennedy negoziò segretamente con l'ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin il compromesso, con l'URSS che ritirava i missili da Cuba in cambio della promessa USA di non invadere l'isola e della rimozione riservata di missili americani dalla Turchia. Nikita Khrushchev annunciò il ritiro il giorno dopo, evitando la guerra nucleare. Kennedy ne trasse la lezione che le potenze nucleari devono evitare scelte tra ritirata umiliante e conflitto atomico.

Un altro esempio è il lavoro del diplomatico italiano Giandomenico Picco, che negli anni Ottanta risolse per le Nazioni Unite dossier complessi come Iran-Iraq, Afghanistan e ostaggi occidentali in Libano. Il suo approccio, descritto nei libri The Fog of Peace e Man Without a Gun, privilegiava negoziati discreti, incontri riservati e costruzione paziente di fiducia, senza grandi conferenze.

Se da una parte la diplomazia e il dialogo sono elementi fondamentali per evitare escalation, dall'altra quando mancano si creano situazioni complesse, come nel 1943 quando Franklin D.Roosevelt alla Conferenza di Casablanca annunciò che Giappone imperiale e Germania nazista avrebbero dovuto arrendersi senza condizioni, accendendo ulteriormente il conflitto. Con questi esempi si mette in evidenza come giungere alla pace senza trattativa diplomatica risulti difficile anzi spesso si va incontro a un'escalation.



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