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Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Europa alza il muro: il piano di rilancio diventa scudo, tra appalti blindati, aiuti di Stato e la paura concreta di restare colonia industriale

Sotto la bandiera del mercato unico, Bruxelles prepara filtri, preferenze e clausole anti-Cina. Von der Leyen parla di strategia, Parigi spinge, Berlino frena. E l’Italia osserva.

12 Febbraio 2026

Ursula von der Leyen

Ursula von der Leyen (fonte: Lapresse)

C’è una parola che a Bruxelles non amano pronunciare troppo forte: protezione.
Eppure è quella che aleggia nei corridoi mentre si parla di “rilancio”.

Von der Leyen mette sul tavolo la priorità europea negli appalti pubblici. Tradotto: se vuoi vendere in Europa, devi produrre in Europa. O almeno non fare dumping con sussidi opachi e acciaio a metà prezzo. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di clima.

Per anni ci hanno raccontato che il mercato unico era una prateria aperta, competizione pura, regole uguali per tutti. Poi sono arrivati l’acciaio cinese, i pannelli solari fuori scala, le batterie sovvenzionate. E la prateria ha iniziato a bruciare.

La Commissione ora studia preferenze europee negli appalti. Non solo. Aiuti di Stato più flessibili per settori strategici. Energia da calmierare. Clausole di reciprocità: se tu chiudi il tuo mercato, io chiudo il mio.
Suona quasi sovranista, ma detto in francese sembra strategia industriale.

Macron spinge. Vuole un perimetro chiaro: difendere ciò che resta della manifattura europea prima che diventi un museo. Berlino è più prudente. L’export tedesco vive di aperture globali, non di muri. L’Italia? Oscilla. Ha bisogno di protezione, ma teme di pagare il conto.

Il punto è questo: l’Europa non è più ingenua. O forse non può più permetterselo. Il mercato unico non è solo una cattedrale giuridica; è una fabbrica. E le fabbriche chiudono davvero, non nei paper della Commissione.

Dietro le parole “preferenza europea” c’è una tensione quasi fisica: la paura di diventare dipendenti. Non solo dal gas russo – le cicatrici sono fresche – ma da microchip, batterie, terre rare. Da tutto ciò che non si vede finché non manca.


Una forma disperata di realismo tardivo.

La verità è che l’Europa sta provando a fare una cosa che non le riesce naturale: scegliere. Scegliere chi favorire, quali settori salvare, dove mettere soldi pubblici. È un atto politico, non tecnico. E la politica, quando torna, fa rumore.

Resta una domanda sospesa: questo scudo servirà a ricostruire industria o diventerà solo un modo elegante per rallentare il declino?

A Bruxelles parlano di rilancio.
Nei distretti industriali, invece, si parla di sopravvivenza.

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