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Pablo Atchugarry in Atelier, "Vita della Materia" a Palazzo Reale: la mostra in anteprima e l'esclusiva intervista all'artista

Una selezione di foto e l'intervista al Maestro Uruguayano in anteprima su Il Giornale d'Italia. La mostra monografica a cura di Marco Meneguzzo con catalogo Skira dal 27 Ottobre al 30 gennaio 2022 si inaugura questa sera nella Sala delle Cariatidi alla presenza delle Istituzioni di Italia ed Uruguay

Di Tiziana Lorenzelli

23 Ottobre 2021

Alla presenza delle Istituzioni, di Italia ed Uruguay, a Palazzo Reale si inaugura una mostra del Maestro Pablo Atchugarry con quarantacinque opere tra le più rappresentative realizzate negli ultimi vent’anni, provenienti da collezioni private di varie parti del mondo: Stati Uniti, Belgio, Svizzera, Italia.

Le sculture di maggiore dimensione saranno esposte nella Sala delle Cariatidi, mentre nella sala con il lucernario saranno collocati i bronzi e una riproduzione dell’atelier, per dare la possibilità a chi non è abituato a visitare gli studi degli artisti, di immergersi nell’atmosfera che vi si respira.

Il titolo della mostra, Vita della Materia, tratta proprio il rapporto tra l’artista con il materiale, che assume un’importanza fondamentale. 

“La materia esiste da prima dell’essere umano, è la protagonista, ci vuole rispetto per lei, che ci indica come manipolarla con una voce sottile: sono solito raccontare di come esista un circuito virtuoso, con la mente che concepisce, il cuore e il sentimento che alimentano e le mani che realizzano. Per questa ragione ritengo così importante lavorare personalmente le opere."

"Oggi ci sono artisti che mandano la maquette in 3D da uno studio in Europa verso macchine a controllo numerico dall’altra parte del mondo, perdendo completamente il rapporto emozionale con l’opera.

Lavoro personalmente e non rinuncio a conoscere la materia, lo spessore, quanta profondità posso osare intagliando, mi piace sperimentare i limiti del materiale, sfidarlo. Con gli anni la conoscenza si è fatta più approfondita, ho cercato di superare questi limiti.

Oggi, dopo quarant’anni di lavoro col marmo, di esperienza nella scultura, quando incavo un vallo nel materiale, è come una danza in cui la materia stessa mi racconta i suoi segreti. Capita che spesso la venatura nasconda dei punti fragili, che ti impongono una revisione dell’opera, un cambiamento della forma, e talvolta anche l’abbandono del blocco stesso.”

“Il pensiero che voglio tramandare è che ammiro la natura e penso che l’essere umano si stia allontanando da essa. Vediamo come il pianeta sia bistrattato, credo che dobbiamo fare un passo indietro per capire come dobbiamo conviverci, rispettarlo, amarlo. Questi materiali sono figli della montagna, vengono dalle alpi Apuane principalmente; le montagne li hanno conservati per milioni di anni ed è il momento che questi figli vadano per il mondo a portare il loro messaggio.”

“La mia prima scultura risale esattamente a 50 anni fa, al 1971; avevo 17 anni ed era costruita in cemento.

Nel 1979 ho realizzato invece in Italia la mia prima scultura in marmo, per Don Marino Colombo, il curato di Onno. In quel momento mi trovavo a Parigi, da dove gli ho spedito il bozzetto dal titolo La Lumière, poi l’ho realizzata a Carrara.”

In mostra si possono vedere opere di materiali e forme differenti. Oltre ai marmi e ai bronzi sarà esposto anche uno dei lavori più recenti dell’artista, una scultura lavorata su un esemplare di ulivo monumentale millenario del peso di quasi una tonnellata. “Si tratta di piante morte, che io recupero per poter dare una seconda vita. L’ulivo è una pianta simbolo del Mediterraneo, che tutti vorremmo più unito, e idealmente questa pianta può evocare il significato di unione.”

“Spesso nasce il desiderio di sperimentare un cammino diverso, si deve riflettere sul risultato e sul cammino che ci porta a tale risultato. La differenza tra le mie opere è relativa anche a diversi momenti della vita.

All’inizio lavoravo preferibilmente il bianco statuario di Carrara, poi visitando l’Acropoli ho ammirato i marmi che gli antichi Greci solevano dipingere per creare diversi cromatismi e ho pensato di usare del marmo colorato, come il rosa del Portogallo, l’alabastro, il grigio Bardiglio della Garfagnana, il nero del Belgio. Questa ricerca sul colore mi ha portato a sperimentare i colori primari sui bronzi a cera persa; è come se rivestissi di una seconda pelle il materiale originario, che viene celato dal blu, dal rosso, dal giallo, dal nero.

Anche la forma con gli anni è cambiata, ho più conoscenza e confidenza col materiale e con il tempo le mie sculture in marmo, che circa quindici anni fa avevano forme più voluttuose, si sono assottigliate, sono diventate più esili, più allungate. La forma cambia, i chiaro scuri, con l’effetto della luce contribuiscono ad accentuare le forme.

Lavorando la materia creo dei varchi e degli ostacoli per la luce, con scanalature profonde dove non riesce ad infiltrarsi e scanalature più larghe, che l’illuminazione può permeare.

Sono partito da una figurazione che poi è diventata sempre più astratta, ma c’è sempre la ricerca di un’anima, di un bagliore interiore. Le mie sculture cercano la luce, sono come delle piante in una foresta che si elevano per cercare il sole.

VIDEO-Pablo Atchugarry , "Vita della Materia" a Palazzo Reale. L'esclusiva intervista all'artista

Nell’animo umano c’è anche l’idea di guardare verso uno spazio più luminoso dove tutti possiamo incontrarci.”

“Trovo molto bello che Milano in qualche modo abbia premiato la mia presenza in Lombardia, a Lecco, con questa mostra. E’ stato un grande sforzo raggruppare e collocare queste opere che più mi rappresentano in un contesto prestigioso come Palazzo Reale, e soprattutto nella sala delle Cariatidi dove Picasso espose il Guernica nel 1953.”

L’artista vive da quarant’anni a Lecco. “Lecco è una città meravigliosa, non è conosciuta da tutti, ma chi si avvicina al lago e al territorio, la scopre. Io ho avuto questa folgorazione appena l’ho vista e quindi continuo a nutrirmi di questo paesaggio, di questa bellezza. Poi la gente che ci abita è nota per il suo amore per il lavoro, sono persone che valorizzano il fare e quindi mi sono trovato da subito in questo luogo operoso. Anch’io sono dedito alla scultura 365 giorni all’anno, lo reputo una sorta di missione e devo questo spirito anche a questa terra.”

Oggi Pablo Atchugarry si divide tra Lecco e l’Uruguay, facendo la spola tra le due sponde dell’atlantico cercando di unire i due territori.

Anche in Uruguay sta succedendo qualcosa con il contributo di Pablo Atchugarry; oltre alla fondazione che porta il suo nome, nel gennaio 2022 si inaugurerà il museo Maca (Museo de Arte Contemporaneo Atchugarry) a Manantiales, progettato dall’architetto Carlos Ott per accogliere opere di artisti internazionali. 

“L’idea è quella del pendolo che crea un ponte culturale tra i mondi.”

Le parole tra virgolette sono di Pablo Atchugarry.

Mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano, Palazzo Reale, Skira Editore, Gruppo Euromobil, Zalf, Désirée con Reggiani Illuminotecnica.

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