11 Febbraio 2026
Mohammad Ahmad Abu Asad, fonte: X, @IbanHassane
Israele ha deciso di negare cure mediche salvavita a un bimbo di 5 anni malato di cancro, Mohammad Ahmad Abu Asad. Le Ong hanno dichiarato: "Tel Aviv ha firmato la condanna a morte del piccolo, gli ha negato di sopravvivere solo perché è palestinese".
Un tribunale israeliano ha respinto una petizione che chiedeva cure mediche salvavita per un bambino palestinese di cinque anni affetto da cancro, consentendo alle autorità di continuare a negargli l’accesso alle cure esclusivamente sulla base del suo indirizzo ufficiale registrato a Gaza. La decisione, emessa domenica dal tribunale distrettuale di Gerusalemme, riguarda il caso di Mohammad Ahmad Abu Asad, nonostante il bambino viva con la sua famiglia in Cisgiordania occupata dal 2022.
La petizione era stata presentata dal Gisha Legal Centre for Freedom of Movement, che chiedeva di permettere al minore di entrare in Israele per ricevere cure urgenti presso lo Sheba Medical Centre. Secondo l’organizzazione, Mohammad aveva già ricevuto trattamenti in Cisgiordania, ma le opzioni disponibili si sono esaurite. I medici hanno quindi stabilito la necessità urgente di un ciclo di immunoterapia con anticorpi, seguito da un trapianto di midollo osseo, terapie non accessibili né in Cisgiordania né a Gaza.
Nonostante le valutazioni cliniche indicassero che il trasferimento del bambino all’estero avrebbe potuto metterne seriamente a rischio la vita, il tribunale ha scelto di non intervenire nella decisione dello Stato. La corte ha di fatto avallato la politica israeliana che, dall’ottobre 2023, vieta ai palestinesi registrati come residenti di Gaza di entrare in Israele “per qualsiasi scopo”, inclusi i trattamenti medici salvavita.
Nella sentenza, il giudice Ram Winograd ha sostenuto che non vi fossero prove sufficienti per dimostrare l’impossibilità di trasferire il bambino in Giordania attraverso il valico di Allenby, nonostante il parere contrario di un medico israeliano, che aveva avvertito dei gravi rischi legati a un viaggio in quelle condizioni. La corte ha inoltre criticato la famiglia per non aver dimostrato adeguati tentativi di ottenere cure in un paese terzo.
Gisha ha definito la decisione una “condanna a morte di fatto”, accusando la magistratura di fornire copertura legale a una politica che nega l’accesso alle cure sulla base di criteri amministrativi, senza alcuna valutazione individuale o di sicurezza. L’organizzazione ha sottolineato che il bambino non è più in grado di camminare, ha il sistema immunitario gravemente compromesso e necessita di farmaci continui per controllare convulsioni e pressione sanguigna.
La sentenza arriva in un contesto di crescenti denunce contro le restrizioni israeliane alle evacuazioni mediche dei palestinesi, intensificatesi dall’inizio del genocidio a Gaza. Secondo gruppi per i diritti umani, tali politiche configurano una forma di punizione collettiva, in violazione del diritto internazionale, colpendo in modo particolare bambini e pazienti gravemente malati.
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