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Iran, Netanyahu impone "linee rosse" a Usa e spinge per raid, Trump: "No a nucleare e missili", Teheran: "Inaccettabile" - RETROSCENA

Missili, portaerei e diplomazia d’emergenza: Usa e Iran rafforzano gli arsenali mentre Netanyahu spinge Trump verso un ultimatum e un possibile attacco diretto a Teheran

11 Febbraio 2026

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Trump-Netanyahu e Khamenei

La diplomazia pare continuare sullo scacchiere geopolitico mediorientale. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è ora negli Stati Uniti, pronto a incontrare il presidente Usa Donald Trump per porre le sue "linee rosse" contro l'Iran, mediato dai funzionari sionisti Jared Kushner e Steve Witkoff. Netanyahu è pronto a imporre condizioni ancora più pesanti rispetto a quelle americane a Teheran, che il presidente Masoud Pezeshkian ha già bollato come "coercizioni inaccettabili" su nucleare, missili e gruppi proxy.

L'obiettivo è uno: spingere gli Stati Uniti a fare qualcosa contro il più grande nemico regionale di Israele. O chiedendo il via libera per un attacco unilaterale israeliano all'Iran, trascinando poi gli Usa nel conflitto per questioni di difesa del suo più fedele alleato, oppure spingendo proprio l'America ad agire per prima.

Iran, Netanyahu impone "linee rosse" a Usa e spinge per raid, Trump: "No a nucleare e missili", Teheran: "Coercizioni inaccettabili" - RETROSCENA

Gli Stati Uniti e l’Iran continuano a muovere uomini, mezzi e sistemi d’arma in Medio Oriente, mentre il rischio di un nuovo conflitto diretto cresce di giorno in giorno. Il dispiegamento completo di una batteria THAAD statunitense presso la base aerea giordana di Muwaffaq al-Salti, confermato da immagini satellitari analizzate dalla società cinese Mizar Vision, rappresenta uno dei segnali più chiari di una fase avanzata di preparazione militare. Il sistema, composto da radar AN/TPY-2, centro di comando e sei lanciatori con 36 intercettori, rafforza la capacità di difesa antimissile degli Stati Uniti e dei loro alleati contro eventuali lanci balistici iraniani.

Parallelamente, Washington ha aumentato la presenza aerea e navale nella regione. Aerei da combattimento come F-15E Strike Eagle e A-10 Warthog sono già operativi in Giordania, mentre in Qatar le immagini satellitari mostrano sistemi Patriot montati su camion ad alta mobilità, pronti a essere riposizionati rapidamente. Secondo fonti americane, il presidente Donald Trump sta valutando l’invio di una seconda portaerei in Medio Oriente, nel caso in cui i negoziati con Teheran falliscano.

Anche l’Iran, tuttavia, non è fermo. Fonti regionali indicano un’intensificazione dei contatti militari con Russia, Cina e Bielorussia, inclusi trasferimenti di materiale bellico e cooperazione tecnologica. In questo contesto si inserisce la rivelazione, confermata dal ministro degli Esteri iraniano, secondo cui Teheran sarebbe in possesso di almeno una bomba anti-bunker statunitense GBU-57 inesplosa, recuperata dopo un attacco di giugno e ora oggetto di studio e riconversione ingegneristica.

Sul piano diplomatico, Teheran tenta di guadagnare tempo e sostegno. Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, è in questi giorni in Oman e Qatar, due paesi chiave nel ruolo di mediatori regionali. L’obiettivo è duplice: ridurre il rischio di un’escalation immediata e rafforzare i canali di dialogo indiretti con Washington, in un clima di profonda sfiducia. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non cerca armi nucleari ed è disposto ad accettare ispezioni internazionali, ma ha escluso categoricamente la possibilità di fermare il programma nucleare civile o di accettare “coercizioni e richieste eccessive.

Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è arrivato a Washington per una visita ad altissimo contenuto strategico. Nei colloqui con Trump e con figure chiave come Jared Kushner e Steve Witkoff, Netanyahu intende spingere gli Stati Uniti verso una linea molto più dura contro Teheran. Secondo fonti israeliane citate dai media americani, il premier presenterà nuove informazioni di intelligence sulle capacità militari iraniane, sostenendo che l’Iran potrebbe ricostituire rapidamente il proprio arsenale di missili balistici, arrivando a possederne tra 1800 e 2000 in tempi relativamente brevi.

Netanyahu punta a fissare “linee rosse” estremamente rigide – il blocco totale del programma missilistico e limiti drastici a quello nucleare – che l’Iran considera inaccettabili. L’obiettivo, secondo diversi analisti, sarebbe quello di creare un ultimatum politico: se Teheran lo rifiuta, Israele potrebbe giustificare un’azione militare, cercando di trascinare gli Stati Uniti nel conflitto o di convincerli a colpire per primi.

Trump, da parte sua, ha già chiarito la propria posizione: “L’Iran non avrà armi nucleari né missili”. Tuttavia, l’amministrazione americana continua a dichiarare di preferire una soluzione diplomatica, pur accompagnandola con una massiccia dimostrazione di forza. In questo fragile equilibrio tra deterrenza, diplomazia e pressione militare, il Medio Oriente sembra avvicinarsi a un punto di rottura, mentre mediatori regionali cercano di evitare che l’attuale escalation sfoci in una guerra aperta.

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