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Iran, negoziati con Usa "mediocri", Israele vola a Washington per chiedere attacco a Teheran, nuove proteste fomentate da Mossad e Cia - RETROSCENA

Colloqui Iran-Usa definiti “positivi”, ma tra sanzioni, pressioni militari e le richieste israeliane il dialogo resta fragile e il rischio di escalation rimane alto

09 Febbraio 2026

Iran, Arash Azizi: “Sul tavolo di Usa e Israele piano per uccidere Khamenei”, CIA e Mossad valutano cyberattacchi contro regime

Trump-Netanyahu e Khamenei

La questione mediorientale rimane ad altissima tensione. I primi negoziati indiretti fra le delegazioni iraniane e statunitensi non hanno spiccato il volo, ma sono rimasti molto opachi. Nonostante ciò, i due Paesi continuano per ora per la strada della diplomazia per evitare l'escalation. Israele, invece, fa l'opposto. Il premier Benjamin Netanyahu volerà a Washington mercoledì 11 febbraio per incontrare il presidente americano Donald Trump e parlare della situazione. Tel Aviv è infatti convinta di volere un attacco militare Usa-israeliano su Teheran, così da decapitare il più grosso nemico regionale dello Stato Ebraico.

Anche sul fronte interno, l'Iran è in uno stato emergenziale serio: le autorità hanno richiesto alla popolazione di risparmiare sui beni primari del Paese e si stanno preparando nuove proteste intestine. Ufficialmente, le nuove manifestazioni sono state indette dai commercianti del Gran Bazar di Teheran per il 17 e 18 febbraio, ma in realtà, secondo fonti del deepstate, ci sarebbero sotto i fomentatori di potenze straniere, come Mossad, Cia e MI6.

Iran, negoziati con Usa "mediocri", Israele vola a Washington per chiedere attacco a Teheran, nuove proteste fomentate da Mossad e Cia - RETROSCENA

I colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti, tenutisi il 6 febbraio a Muscat, in Oman, sono stati definiti da entrambe le parti un “buon inizio”. Toni prudentemente ottimisti, riferimenti a un clima “serio” e “costruttivo”, e la conferma che un nuovo round di negoziati potrebbe svolgersi già nei prossimi giorni. Eppure, dietro le dichiarazioni diplomatiche, il confronto è apparso fin da subito tutt’altro che semplice, segnato da profonde diffidenze, tensioni sul campo e decisioni unilaterali che rischiano di svuotare il tavolo negoziale.

Il nodo centrale resta il programma nucleare iraniano. Teheran ha ribadito in modo netto che non rinuncerà all’arricchimento dell’uranio né accetterà di trasferire all’estero le proprie scorte, nemmeno sotto la minaccia di una guerra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi lo ha definito un “diritto nazionale inalienabile”, sottolineando come neppure i bombardamenti del passato siano riusciti a distruggere le capacità iraniane. Al massimo, ha lasciato intendere, l’Iran potrebbe discutere limiti temporanei o quantitativi, purché vengano garantite la revoca completa delle sanzioni e un quadro di fiducia reciproca.

Nonostante queste posizioni rigide, Teheran ha confermato la volontà di proseguire il dialogo per evitare un’escalation militare, riconoscendo che la fase attuale richiede canali diplomatici aperti. Anche Washington, almeno a parole, sostiene che la diplomazia resti la “prima opzione”. Ma i fatti raccontano una storia più ambigua.

Poche ore dopo la conclusione dei colloqui di Muscat, gli Stati Uniti hanno infatti annunciato nuove sanzioni contro il settore petrolifero iraniano e firmato un ordine esecutivo che introduce dazi fino al 25% contro i Paesi che commerciano con l’Iran. Una mossa che Teheran interpreta come la prova che i negoziati non sono andati così bene come dichiarato ufficialmente, e che alimenta dubbi sulla reale volontà americana di arrivare a un compromesso.

Sul piano militare, la tensione resta alta. Gli Stati Uniti mantengono un’importante presenza navale e aerea nella regione, mentre l’Iran ha rafforzato il dispiegamento nello Stretto di Hormuz, schierando motovedette e unità missilistiche come misura “difensiva”. Araghchi ha avvertito che, in caso di aggressione diretta, le basi militari statunitensi in Asia occidentale diventerebbero obiettivi legittimi, precisando però che l’Iran non colpirebbe i Paesi vicini, ma solo le installazioni Usa presenti sul loro territorio.

A complicare ulteriormente il quadro è il ruolo di Israele. Secondo media israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu spinge da settimane Washington verso una linea più dura, temendo che Trump possa accettare un accordo considerato insufficiente. Netanyahu incontrerà il presidente statunitense mercoledì a Washington per ribadire le “linee rosse” israeliane: stop totale all’arricchimento, smantellamento del programma nucleare, limiti severi ai missili balistici e fine del sostegno iraniano agli alleati regionali. Condizioni che Teheran ha già chiarito di non poter accettare, alimentando il sospetto che tali richieste servano più a far fallire i negoziati che a rafforzarli.

Sul fronte interno iraniano, intanto, crescono le tensioni sociali. Secondo diverse fonti, i mercanti del Gran Bazar di Teheran e altri settori stanno valutando nuove proteste contro la crisi economica aggravata dalle sanzioni. Le autorità iraniane parlano apertamente di interferenze esterne, ipotizzando il coinvolgimento di apparati stranieri come Mossad, CIA e MI6 nel fomentare il malcontento, in un contesto che intreccia pressione economica, destabilizzazione interna e confronto geopolitico.

Il quadro che emerge è quello di un dialogo fragile, sospeso tra la necessità di evitare la guerra e la persistenza di strategie coercitive. I colloqui continuano, ma accompagnati da sanzioni, minacce e manovre militari.

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