06 Febbraio 2026
Trump-Netanyahu e Khamenei
La tensione in Medio Oriente, nonostante i colloqui di oggi fra Iran e Usa in Oman, rimane molto alta. Diverse fonti del deepstate e analisti internazionali riportano infatti che un attacco statunitense su Teheran sarebbe "abbastanza imminente", in una finestra temporale di circa una settimana. Infatti, continua lo schieramento militare, sia da una parte, che dall'altra, e continuano anche le visioni differenti sui negoziati.
Washington potrebbe infatti decidere di fissare un ultimatum nei confronti di Teheran: stop al programma nucleare anche civile, alla produzione di missili balistici, al finanziamento di gruppi proxy rivali nella regione e ai rapporti commerciali con la Cina oppure niente accordo. E niente accordo significa attacco militare.
Intanto, funzionari della Casa Bianca avrebbero già incontrato l'opposizione politica iraniana alla Guida suprema Ali Khamenei, in Florida, lo scorso weekend, tastando il terreno per un regime-change interno e le possibilità di successo di cambio di regime dopo un raid.
I colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti, tornati a svolgersi in Oman, si aprono in un clima che appare tutt’altro che distensivo. Formalmente, le delegazioni sono tornate al tavolo della diplomazia; sostanzialmente, il confronto si svolge sotto la pressione di ultimatum, schieramenti militari e manovre di destabilizzazione politica.
Da parte iraniana, la linea è stata ribadita con chiarezza dal ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi e da diversi analisti vicini a Teheran: l’unico dossier negoziabile è quello nucleare, nel quadro del diritto dell’Iran a un programma pacifico, con la rimozione delle sanzioni in cambio di impegni verificabili. Restano per Teheran non negoziabili tre punti: la capacità difensiva, in particolare il programma missilistico, il diritto a mantenere alleanze regionali e la sovranità nelle scelte strategiche.
La posizione statunitense è radicalmente diversa. Secondo fonti israeliane citate da Ynet, confermate da indiscrezioni di Politico e Al Jazeera, Washington si prepara a presentare a breve un pacchetto di richieste molto più ampio, che includerebbe: lo smantellamento sostanziale del programma nucleare, la riduzione della portata dei missili balistici, la cessazione del sostegno ai gruppi alleati nella regione, l’allentamento della repressione interna e, elemento nuovo e centrale, l’interruzione dei legami energetici tra Iran e Cina.
È proprio quest’ultimo punto a segnare una frattura profonda. Per Teheran, la cooperazione energetica con Pechino è una necessità vitale sotto sanzioni; per Washington, è una minaccia strategica che rafforza l’asse sino-iraniano. Non a caso, nelle ultime due settimane, voli cargo iraniani provenienti dalla Cina sono atterrati a Teheran con presunti carichi militari. Secondo fonti regionali, Pechino avrebbe fornito anche sistemi radar strategici YLC-8B, capaci di individuare obiettivi stealth a centinaia di chilometri di distanza.
Sul piano militare, la tensione cresce. Fonti citate da Politico indicano che alcune risorse navali statunitensi sono ancora a più di una settimana di distanza dal completare il loro schieramento nella regione. È proprio questo l’orizzonte temporale che molti osservatori indicano come finestra potenziale per un attacco, una volta che tutte le forze saranno in posizione.
Il segnale più allarmante è arrivato la notte scorsa, quando l’Ambasciata virtuale Usa a Teheran ha ordinato ai cittadini statunitensi di lasciare immediatamente l’Iran, avvertendo di possibili blackout di internet, interruzioni dei trasporti e impossibilità di fornire assistenza consolare. Un linguaggio che richiama precedenti crisi e che, secondo analisti regionali, segnala l’ingresso in una fase di “pre-bombing mode”.
Nel frattempo, emerge che già nel fine settimana precedente ai colloqui, l’amministrazione Trump avrebbe avviato contatti con figure dell’opposizione iraniana negli Stati Uniti, in particolare in Florida, per discutere scenari di transizione e regime-change, prima ancora che la diplomazia iniziasse formalmente.
Israele gioca un ruolo decisivo. Secondo fonti della difesa israeliana, Tel Aviv spinge apertamente per un’azione militare statunitense contro l’Iran, ritenendo imminente uno scontro. La valutazione israeliana è che Washington presenterà a breve un ultimatum: accettare l’accordo “alle nostre condizioni” o affrontare la guerra. Teheran, prevedibilmente, dirà di no.
In questo quadro, il ritorno ai negoziati in Oman appare meno come un tentativo di compromesso e più come l’ultimo passaggio formale prima di una possibile escalation, in cui la diplomazia rischia di essere solo la cornice di una decisione già presa.
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