06 Febbraio 2026
fonte: Twitter @PStewed
L’autonomia come strumento di Stato
Negli anni Settanta, l’Italia si trovò davanti a un problema serio in Alto Adige. Una popolazione con lingua, identità e storia proprie chiedeva autogoverno, non la dissoluzione dello Stato. Roma reagì inizialmente con la tipica miscela degli Stati insicuri: repressione, retorica nazionale, paura di “cedere sovranità”. Poi comprese una verità elementare ma decisiva: la sovranità non è una formula giuridica, è controllo reale del territorio.
Concedendo autonomia sostanziale su scuola, cultura, finanze e amministrazione, lo Stato italiano rinunciò a una quota di comando formale e ottenne in cambio stabilità, lealtà e pace. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio integrato, prospero e pacificato. Lo Stato non si è indebolito, si è rafforzato.
Il Donbass e l’occasione perduta
Nel Donbass, la storia iniziň allo stesso modo. Le popolazioni russofone non chiesero inizialmente l’annessione alla Russia, ma autonomia linguistica, status speciale, una forma di federalizzazione. Una richiesta politica, non militare. Minoranza storica, territorio compatto, identità precedente allo Stato ucraino post-sovietico.
Kiev, davanti allo stesso bivio affrontato da Roma, fece la scelta opposta. Nessuna distinzione tra autonomia e secessione, nessuna trattativa strutturata. Solo moralismo politico, slogan sull’“unità nazionale” e uso della forza. In quel momento, il destino del conflitto era già segnato: quando uno Stato trasforma una questione politica in un problema militare, non difende l’unità, la distrugge.
Sovranità simbolica contro Stato reale
Qui sta la differenza fondamentale. L’Italia scelse lo Stato reale, fatto di compromessi, controllo effettivo e gestione intelligente delle diversità. L’Ucraina ha scelto lo Stato simbolico, quello delle parole d’ordine e delle linee rosse ideologiche. Il primo ha vinto senza sparare. Il secondo ha perso uomini, territori e prospettive.
Chi insiste nel dire che Alto Adige e Donbass siano “situazioni incomparabili” mente o non capisce. Sono diverse solo perché uno Stato ha agito con intelligenza politica e l’altro con rigidità dottrinaria.
La guerra di logoramento russa
Sul piano militare, la Russia non ha mai cambiato davvero strategia. Come osservato da analisti e da figure militari esperte, il conflitto è una guerra di logoramento. Mosca non punta al colpo spettacolare, ma allo sfinimento sistemico dell’avversario: infrastrutture energetiche, nodi logistici, trasporti, catene di comando.
La scelta di limitare gli attacchi diretti alle grandi città non è un segno di debolezza, ma di razionalità operativa. L’obiettivo non è terrorizzare la popolazione, bensì rendere impossibile il funzionamento dello Stato ucraino e l’efficace impiego degli aiuti occidentali. Senza energia, senza ferrovie, senza logistica, le armi restano inutilizzabili.
Zelensky e la strategia del coinvolgimento europeo
Sul piano politico, Zelensky gioca una partita comprensibile ma pericolosa. L’ottimismo pubblico e la richiesta di una presenza europea o occidentale servono a tenere unito il fronte interno e a garantire la continuità degli aiuti. Ma dal punto di vista russo questa è una linea rossa invalicabile. Per Mosca, qualsiasi presenza militare occidentale stabile in Ucraina equivale a una sconfitta strategica.
È qui che i colloqui, pur ripresi, rischiano di arenarsi. Il Donbass è solo una parte del problema. Il nodo vero sono le garanzie di sicurezza e l’assetto geopolitico dell’Ucraina nel lungo periodo.
NATO ed Europa: debolezza strutturale
La NATO, oggi, coincide di fatto con gli Stati Uniti. Senza Washington, l’Alleanza non ha né coesione né capacità decisionale. L’ingresso dell’Ucraina resta un’ipotesi irrealistica, priva del consenso necessario. L’Unione Europea, dal canto suo, è marginale: esclusa dai tavoli decisivi, divisa al suo interno, oscillante tra ideologia e paura.
Alcuni Stati iniziano a comprendere che senza parlare seriamente con Mosca non esiste soluzione. Altri perseverano in una narrazione morale che non produce risultati sul terreno.
Dal Sudtirolo al Donbass, la lezione è la stessa: l’autonomia concessa in tempo è potere risparmiato, non potere perso. L’autonomia negata genera prima conflitto interno, poi guerra per procura. La Russia ha impostato questa guerra su tempo, risorse e resilienza. L’Ucraina, sostenuta dall’Occidente, vive invece di assistenza esterna e di narrazione.
Il tempo, come spesso accade, non lavora per chi confonde simboli e realtà. E questa è una lezione che l’Europa, oggi più che mai, dovrebbe smettere di ignorare.
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