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Dazi, deindustrializzazione e fine dei trattati: l’Europa tra egemonia americana e nuova corsa nucleare

Dalle fabbriche che emigrano negli USA alla scadenza del New START: l’Italia si allinea a Washington mentre l’Europa perde sovranità industriale e strategica sotto la pressione dell’“ordine basato sulle regole”

22 Febbraio 2026

Dazi, deindustrializzazione e fine dei trattati: l’Europa tra egemonia americana e nuova corsa nucleare

Europa bandiera (Pixabay)

Il paradosso dei dazi: investimenti italiani e occupazione americana

Nel dibattito sui dazi e sulla difesa del Made in Italy, un dato emerge con forza: l’Italia è tra i Paesi europei che più rapidamente hanno raccolto l’invito delle amministrazioni americane – da Donald Trump in poi – a investire e produrre negli Stati Uniti.

Oggi si contano oltre 3.500 imprese italiane presenti oltreoceano, con più di 300 mila addetti americani. Non si tratta solo di internazionalizzazione fisiologica, ma di un progressivo spostamento di capacità produttiva. Emblematico il caso di Stellantis, che impiega circa 85 mila lavoratori negli USA contro 40 mila in Italia, molti dei quali interessati da ammortizzatori sociali.

Analogo discorso per EssilorLuxottica, controllata dalla holding Delfin della famiglia Del Vecchio, con 80 mila dipendenti americani e circa 15 mila italiani. E per Ferrero, che conta più addetti negli Stati Uniti che nel nostro Paese.

È legittimo chiedersi se questa dinamica risponda a una strategia nazionale o piuttosto a una integrazione subalterna nell’economia americana. La politica industriale italiana appare assente, mentre la leva dei dazi viene usata da Washington come strumento di pressione per attrarre capitali e tecnologia.

L’“ordine basato sulle regole” e l’egemonia occidentale

Il nodo non è solo economico. È geopolitico. Negli ultimi anni si è affermata l’espressione “ordine internazionale basato sulle regole”, spesso contrapposta al tradizionale diritto internazionale. Ma quali regole? E chi le scrive?

Dal punto di vista russo – e di molte potenze emergenti – tali regole sono state definite dall’egemone del momento e applicate in modo selettivo. Sanzioni, embarghi, estensione extraterritoriale della giurisdizione, interventi militari “umanitari”: strumenti utilizzati non come extrema ratio, ma come leve strutturali di potere.

Il problema, per l’Europa, è aver accettato questo schema senza costruire una propria autonomia strategica. Rifarsi a regole non condivise universalmente non garantisce tutela se chi le ha scritte può modificarle o sospenderle a propria discrezione.

Come insegnava Lao Tzu, non si vince giocando il gioco dell’altro, ma cambiando il terreno dello scontro.

La fine del controllo degli armamenti

Il 5 febbraio 2026 si è chiusa un’epoca: la scadenza del New START ha segnato la fine dell’ultimo grande trattato di limitazione delle armi nucleari strategiche tra Mosca e Washington.

Negli anni precedenti erano già tramontati:

  • il INF Treaty sui missili a medio raggio (2019);

  • il Open Skies Treaty (2020-2021);

  • il Treaty on Conventional Armed Forces in Europe (uscita russa completata nel 2023);

  • e, più indietro nel tempo ma cruciale, il Anti-Ballistic Missile Treaty, abbandonato dagli Stati Uniti nel 2002.

Questi strumenti non erano perfetti, ma avevano contribuito a contenere la corsa agli armamenti ed evitare lo scenario grottesco e tragico evocato da Stanley Kubrick nel film Dr. Strangelove.

Oggi quel sistema di vincoli non esiste più.

Modernizzazione nucleare e nuova deterrenza

Nel vuoto normativo, le grandi potenze stanno accelerando la modernizzazione dei propri arsenali. La Russia ha sviluppato sistemi come il missile strategico Sarmat, il vettore a propulsione nucleare Burevestnik e il drone subacqueo Poseidon, puntando su capacità di deterrenza asimmetrica e penetrazione delle difese antimissile.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, valutano il potenziamento dei sottomarini classe Ohio e la riconversione di bombardieri strategici. L’idea di uno scudo antimissile globale – il cosiddetto “Golden Dome” – si inserisce in questa logica: formalmente difensiva, ma strategicamente ambigua, perché potrebbe ridurre la credibilità della rappresaglia avversaria, alterando l’equilibrio del terrore.

La deterrenza, come ricorda il Dottor Stranamore, è l’arte di instillare nell’avversario il timore di attaccare. Ma quando tutti rafforzano simultaneamente le proprie capacità, il rischio di errore aumenta.

Europa: verso la proliferazione?

In questo contesto instabile, anche l’Europa mostra crepe profonde. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto alla possibilità di estendere a Berlino l’ombrello nucleare franco-britannico. In Polonia, il presidente Karol Nawrocki ha evocato l’ipotesi di dotarsi di armi nucleari nazionali.

Sono segnali di una crescente sfiducia nell’architettura di sicurezza esistente. Se ogni Stato si sente autorizzato a riarmarsi senza limiti, l’entropia del sistema aumenta vertiginosamente.

Tra delocalizzazioni industriali e dissoluzione dei trattati, l’Europa – e l’Italia in particolare – rischiano di trovarsi doppiamente vulnerabili: economicamente dipendenti e strategicamente esposti.

Un approccio equilibrato e realistico imporrebbe di riconoscere le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le grandi potenze, Russia inclusa, e di tornare a una diplomazia del controllo reciproco, non a un sistema di regole applicate a geometria variabile.

La spada di Damocle nucleare non è una metafora retorica, ma una realtà strutturale. Ignorarla, mentre si smantellano le basi industriali e i meccanismi di sicurezza collettiva, sarebbe l’errore più grave.

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