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Borghi vuoti e culle vuote: la crisi dell’Italia nasce dal modello urbano che promette futuro e produce declino

Dallo spopolamento delle aree interne alla denatalità strutturale: non emergenze naturali ma scelte culturali e politiche. Il caso Alta Sabina come laboratorio controcorrente.

05 Febbraio 2026

Borghi vuoti e culle vuote: la crisi dell’Italia nasce dal modello urbano che promette futuro e produce declino

Aree interne, una lunga ritirata

Lo spopolamento dei borghi non è un incidente recente, ma l’esito di una traiettoria storica iniziata con la seconda rivoluzione industriale. La grande migrazione verso le città del Novecento non fu solo economica: fu una mobilitazione culturale, sostenuta da politiche pubbliche, incentivi e narrazioni che identificarono il benessere con l’inurbazione. Allora la promessa era concreta: lavoro stabile, servizi, crescita patrimoniale. Oggi quella promessa si è dissolta, ma l’inerzia resta.

Il mito urbano e il comando del progresso

La città non è stata soltanto un luogo: è diventata una forma dell’anima. L’ideologia del progresso ha imposto un doppio imperativo: produrre e consumare. Il primo colonizzava i territori, il secondo si concentrava nei centri urbani, dove si fabbricavano desideri, status e identità. La città come laboratorio del futuro ha attratto popolazioni non perché offrisse sempre di più, ma perché rappresentava il “meglio”.

Quando il vantaggio materiale scompare

Oggi le città non producono e non decidono come un tempo. I costi crescono, i salari arretrano, il lavoro è precario, l’imprenditoria langue. Le metropoli vivono di immagine, di terziario autoreferenziale, di finanza e burocrazia. Intanto il divario infrastrutturale con le aree interne si è ridotto. Perché allora l’esodo continua? Perché ciò che si cerca non è il riscatto reale, ma la rappresentazione del riscatto.

Il benessere virtuale

La persistenza dell’inurbazione svela una verità scomoda: il simbolo conta più della sostanza. La città dispensa appartenenza e legittimazione, non necessariamente opportunità. È la logica dell’immagine che governa un mondo in cui i bisogni vengono fabbricati per giustificare un’idea di progresso già decisa. Anche la retorica della banda larga nelle aree interne spesso nasconde una tautologia: i territori “stanno male” perché non somigliano alla città.

Denatalità, non un difetto ma una funzione

La denatalità non è una crepa del sistema: è una sua caratteristica. Da decenni il discorso pubblico è dominato da apocalissi permanenti: crisi climatiche, sanitarie, finanziarie, geopolitiche. Il futuro è presentato come una minaccia, non come una promessa. In questo quadro, fare figli diventa un atto percepito come irresponsabile. La politica della paura prepara il terreno a prescrizioni di rinuncia: meno mobilità, meno proprietà, meno diritti in nome della sicurezza.

La normalizzazione della rinuncia

Il contenimento delle nascite è entrato nel senso comune come virtù civica. Famiglia, stabilità e trasmissione sono state erose da politiche culturali che favoriscono atomizzazione, posticipazione, precarietà. La genitorialità è diventata scandalosa, mentre la sterilità sociale viene celebrata come progresso. È la cifra di un’epoca che ha trasformato la morte in soluzione amministrativa ai problemi della vita.

Ritorni rurali come dissidenza

In questo deserto simbolico emergono esperienze minoritarie ma eloquenti: famiglie numerose, comunità coese, spesso sostenute da una visione religiosa, che scelgono i borghi come spazi di libertà. Manualità contro digitalizzazione, comunità contro isolamento, autoproduzione contro dipendenza. Non è nostalgia: è dissidenza rispetto a un modello che non sa più generare.

Centro e periferia: una complementarità spezzata

Nelle civiltà sane, centro e periferia non sono antagonisti ma complementari. La storia romana insegna: le energie vitali venivano dalle province, il centro le organizzava. Quando il centro diventa parassitario, si avvia il declino. L’Italia, paese storicamente multipolare, soffre oggi la rottura di questo equilibrio.

Alta Sabina, un laboratorio politico

In controtendenza, l’esperienza dell’Alta Sabina mostra una via possibile. L’Atlante per il Futuro unisce energia, acqua, digitale e agricoltura in una strategia integrata che riconosce il valore dei servizi ecosistemici e costruisce alleanze tra territori e città. Non è utopia: è amministrazione del reale, con obiettivi misurabili e responsabilità condivise.

Resistere incidendo

Dai borghi non nascerà da sola una nuova civiltà, ma senza i borghi nessuna civiltà può rigenerarsi. Serve equilibrio, non monismi contrapposti. Resistere al modello dominante non fuggendo dal mondo, ma incidendo nel mondo. Perché borghi vuoti e culle vuote non sono due crisi: sono la stessa crisi, vista da due prospettive.

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