Lunedì, 29 Novembre 2021

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Assemblea di Confindustria: ripartenza e Pnrr al centro. Bonomi: "Per la svolta green servono più soldi a imprese"

Il presidente della confederazione dal palco: 'Riforme ora, no a chi flirta coi no vax. Draghi come De Gasperi". Il premier: "Sfida è crescita post-Covid duratura"

23 Settembre 2021

Assemblea di Confindustria: ripartenza e Pnrr al centro. Bonomi: "Per la svolta green servono più soldi a imprese"

Si è aperta anche quest’anno l’assemblea pubblica di Confindustria, con circa 1.700 invitati nel parterre del Palasport di Roma. Due i temi al centro delle relazioni attese dal palco: ripartenza e Pnrr. Ne ha parlato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Mario Draghi nel suo atteso intervento sottolinea: 

"La crescita che abbiamo davanti è un rimbalzo, legato alla forte caduta del prodotto interno lordo registrata l'anno scorso. Nel 2020, l'economia italiana si è contratta dell'8,9%, una delle recessioni più profonde d'Europa. Era dunque inevitabile che alla riapertura si accompagnasse una forte accelerazione dell'attività. La sfida per il Governo - e per tutto il sistema produttivo e le parti sociali - è fare in modo che questa ripresa sia duratura e sostenibile." Il presidente del Consiglio ha precisato che il governo non intende aumentare le tasse. "Voglio riaffermare, penso sia importante, -che il governo da parte sua non ha intenzione di aumentare le tasse. In questo momento i soldi si danno e non si prendono". 

Confindustria, Carlo Bonomi: “La vera sfida sarà dal 2022, abbiamo bisogno di un tasso di crescita strutturale per rispondere al debito pubblico”

VIDEO - Confindustria, Carlo Bonomi: “La vera sfida sarà dal 2022, abbiamo bisogno di un tasso di crescita strutturale per rispondere al debito pubblico”

“Molto soddisfatti di aver svolto la nostra assemblea in presenza, era molto bello vivere insieme, con i colleghi, le autorità presenti un momento che io ritengo importante del Paese- afferma a Il Giornale d’Italia il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi-  perché il Presidente Draghi ci ha richiamato tutti ad una responsabilità civile, noi, i sindacati, il Governo, la politica e credo che oggi possa essere una tappa fondamentale per il futuro del Paese”.

E sulla crescita dell’Italia salita a +6% il Presidente commenta: “Un 6% non così inaspettato perché Confindustria alla fine dell’anno aveva detto che il tasso di crescita sarebbe stato superiore al 5% e nessuno ci credeva, ma noi sapevamo di poterlo fare perché conosciamo la capacità delle nostre imprese, la forza delle nostre imprese. Da qui partiamo però non ci deve soddisfare perché non è tanto il tasso di crescita o di ripresa del 2021, la vera sfida sarà dal 2022 in poi, noi abbiamo bisogno di un tasso di crescita strutturale, decennale e che ci consenta di rispondere al debito pubblico immane che abbiamo contratto in fase emergenziale. La crescita dipenderà molto da quali saranno le risorse del PNRR che riusciremo a mettere bene e presto a terra.”

“Il Green pass è l’unico strumento che abbiamo a disposizione, non lo diciamo noi ma lo ha detto il Ministro Speranza, per contrastare il Covid, per noi era essenziale mettere in sicurezza i posti di lavoro, quindi parlare di sicurezza dei cittadini e dei lavoratori per noi era fondamentale. Credo che il Governo abbia avuto la lungimiranza di capire quale era la strada da percorrere. Sulla possibilità di sfruttare le risorse del PNRR, Bonomi risponde: “Gli italiani sono in grado di far tutto”.


Confindustria, Spada (Assolombarda): “Il nostro obiettivo è rendere questa crescita continua, sostenibile, con uno sguardo all’innovazione”

 

VIDEO - Confindustria, Spada (Assolombarda): “Il nostro obiettivo è rendere questa crescita continua, sostenibile, con uno sguardo all’innovazione”

“La prima buona notizia è sicuramente quella di rivedersi in presenza, potersi incontrare è questo è positivo. Siamo in un momento – dichiara a Il Giornale d’Italia Alessandro Spada Presidente Assolombarda- in cui i punti di ottimismo sono parecchi perché le aziende stanno crescendo e siamo consapevoli però che questa crescita va alimentata continuamente. Abbiamo il tema della materie prime, la difficoltà di reperirle alcune, abbiamo anche il tema dell’occupazione. Le sfide che abbiamo davanti sono molte e le affrontiamo con l’ottimismo di sempre, consapevoli soprattutto che tutti i risultati che abbiamo ottenuto è grazie al grande lavoro che tutte le imprese hanno fatto in questo anno e mezzo.” 
 
“Il nostro obiettivo è rendere questa crescita continua, sostenibile, con uno sguardo sempre attento all’innovazione e dopo cercare di godere appieno di tutte le possibilità che il Recovery Plan ci mette a disposizione. Noi la partita che abbiamo per i prossimi 5 anni è fondamentale per il nostro Paese, per le nostre imprese e per tutti i cittadini.

E sulla possibilità di sfruttare le risorse del PNRR Spada risponde: “Questa è la nostra volontà, dobbiamo partire con le riforme, cercare di velocizzare e sburocratizzare perché i tempi che ci richiede il PNRR sono diversi da quelli con cui siamo abituati ad operare, quindi avanti con questa prima sfida e dobbiamo assolutamente poter cogliere questa opportunità.”

Confindustria, Marcegaglia: "Transizione green necessaria ma va fatta con pragmatismo"

VIDEO- Confindustria, Marcegaglia: " Transizione green necessaria ma va fatta con pragmatismo"

"Il discorso di Bonomi ha evidenziato tutti i problemi che abbiamo sul territorio: i costi delle materie prime e dell'energia, la transizione energetica che fatta così può creare molti problemi e il lavoro. Su questo ultimo punto ha sottolineato la disponibilità delle imprese a dialogare con i sindacati e con il governo". Queste le parole di Emma Marcegaglia, imprenditrice ed ex Presidente di Confindustria a Il Giornale d'Italia.

"Il discorso di Draghi è stato altrettanto bello: ha evidenziato che l'Italia sta molto meglio ma che bisogna continuare con le riforme, che Confindustria sostiene in toto. Ha anche sottolineato che per far diventare questa ripresa strtturale sono fondamentali le relazioni industriali, anche con il supporto del governo. Mi sembra che ci sia quindi una forte apertura di Draghi al ruolo delle imprese.

La transizione energetica è assolutamente necessaria ma va fatta senza ideologia e con molto pragmatismo per non spiazzare eccessivamente le imprese. Molto positivo quel 6% di crescita ma ci sono ancora tante riforme da fare nei prossimi mesi"

Confindustria, Boccia: "Per far ripartire l'Italia ci vuole collaborazione tra le parti"

VIDEO - Confindustria, Boccia: "Per far ripartire l'Italia ci vuole collaborazione tra le parti"

"Il discorso del Presidente Bonomi apre a una grande stagione di coesione nell'interesse del Paese, ponendo la centralità della questione industriali. Le parole del Premier Draghi sono state altrettanto importanti: ci invita a un patto di prospettiva con i sindacati". Così Vincenzo Boccia, imprenditore ed ex Presidente di Confindustria a Il Giornale d'Italia.

"Sia Bonomi che Draghi hanno precisato che per ripartire nessuno può chiamarsi fuori. Ci vuole collaborazione tra le parti: governo, industria e sindacati. Bisogna pensare insieme all'Italia del futuro. Penso, inoltre, che gli italiani saranno in grado di sfruttare al meglio l'opportunità del PNRR. Nei momenti peggiori della storia del Paese abbiamo sempre espresso il meglio di noi. La domanda che dobbiamo farci nei prossimi anni è come rendere questa crescita strutturale nell'interesse di tutti".

Confindustria, Palmieri: "Italia deve ripartire dai punti forti: export e manifattura"

Video-Confindustria, Palmieri: "Italia deve ripartire dai punti forti: export e manifattura"

"Finalmente c'è una ripartenza ma anche un incontro tra pubblico e privato. Abbiamo visto una presenza forte del governo Draghi oggi e questo è molto importante per noi". Così Carlo Palmieri, Vicepresidente di Smi Federazione Tessile e Moda, a Il Giornale d'Italia
 
"La ripartenza deve cominciare dalla manifattura e dall'export, punti forti italiani. Speriamo che i fondi del PNRR vengano spesi bene in linea con le strategie imprenditoriali di Confindustria. Il governo ha una grande sfida da affrontare ma noi imprenditori siamo pronti a fare la nostra parte".

Assemblea di Confindustria: ripartenza e Pnrr al centro

Ad aprire i lavori dell'Assemblea il cortometraggio ideato da Confindustria dal titolo “111”, evocativo sia degli anni della Confederazione nata nel 1911, sia degli addetti che hanno lavorato alla realizzazione del film presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia. Un corto dedicato al coraggio delle aziende di guardare avanti.

Giuseppina Di Foggia, AD di Nokia Italia al valle dell’assemblea di Confindustria

"E' stata una assemblea molto emozionante, culminata con un  intervento del Presidente Mario Draghi particolarmente intenso" - ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, Amministratore Delegato e Vice Presidente di Nokia Italia.

"Il forte richiamo all’unità di azione per il bene del Paese traccia la linea guida per le nostre iniziative. La sfida della transizione digitale e della necessaria alfabetizzazione digitale è anche il nostro obiettivo e come azienda siamo pronti ad incrementare gli sforzi già in atto".

Assemblea Confindustria 2021- video di apertura

Di seguito l'intervento integrale del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi

“Siamo qui oggi, in presenza, grazie ai passi avanti che l’Italia ha compiuto in questi 18 mesi contro il COVID. Prima di ogni altra cosa, e prima di qualsiasi altra considerazione, voglio condividere un sentimento che mi accompagna sempre. A fine giornata non riesco a fare a meno, come tantissimi nel nostro Paese, di pensare a chi di COVID continua a morire. Il numero quotidiano è sceso di molto, grazie a quel che è stato fatto. Ma continua a superare le 1.500 vittime nell’ultimo mese. Non c’è giorno che non pensi alle tante vite spezzate, e alla sofferenza dei loro cari. Per questo credo sia doveroso un atto iniziale che dia compiutamente il senso di come noi tutti ci sentiamo, una sola cosa con la nostra comunità nazionale, con la nostra Italia. Pensiamo ai 130mila italiani che sono stati sinora vittime del COVID. Vi chiedo di ricordarli tutti alzandoci in piedi per un minuto di silenzio raccolto nella loro memoria, nella solidarietà alle loro famiglie”.

“Anche per questo abbiamo aperto l’Assemblea con il cortometraggio che abbiamo voluto realizzare e presentare al Festival del Cinema di Venezia. Come avete visto, “Centoundici. Donne e uomini per un sogno grandioso”, non è solo un racconto degli effetti che il COVID ha avuto, a cominciare dalla scuola frequentata dai nostri figli, ma evoca la sfida civile che ha portato le imprese a impegnarsi per la ripresa. Come nel Dopoguerra. Per garantire la sicurezza sanitaria sul lavoro, per non sospendere le produzioni, per continuare a dare occupazione e reddito, per vincere nuove sfide sui mercati. Fino a trasformare le nostre aziende in fabbriche di comunità, mettendo a disposizione le proprie sedi e strutture come centri vaccinali. Centoundici, perché questo è il numero dei professionisti che vi hanno lavorato e con loro abbiamo voluto onorare l’intera filiera della produzione cinematografica e audiovisiva italiana e di tutta l’industria culturale. Una parte fondamentale delle eccellenze italiane nel mondo, che è stata colpita molto pesantemente dalle restrizioni sanitarie conseguenti al COVID. Centoundici, perché questi sono gli anni dalla fondazione di Confindustria, che ha scritto pagine essenziali per la coesione sociale e la crescita economica dell’Italia. E continua, come sempre, a credere che il nostro Paese sia capace di essere un campione vero, che si rialza quando i più dicono che non può farcela. “Abbiamo fatto quel che c’era da fare”, dice nel film l’attore testimoniando ciò che l’impresa e l’industria fecero nella Ricostruzione italiana. È esattamente questo il nostro spirito. La piena responsabilità che avvertiamo di fare quel che bisogna fare. Adesso.”

“Non voglio cominciare dai numeri dell’economia italiana e internazionale, ma voglio andare dritto al punto su ciò che sta accadendo in questo 2021 di speranza degli italiani. A questo proposito desidero ringraziare, a nome di tutti, il custode più alto dei valori della Repubblica e della nostra Costituzione, il Capo dello Stato. Il Presidente Mattarella rende un eccezionale servizio ogni giorno al Paese. Desidero ringraziarlo particolarmente, sia per il suo fermo e costante invito a vaccinarsi rivolto da molti mesi a tutti gli italiani, sia per le sue recenti iniziative a sostegno di un’Europa più forte e coesa, in politica estera come nella difesa. Grazie Signor Presidente della Repubblica, grazie da noi tutti. Lasciatemi però iniziare dalla principale differenza di fondo di questo 2021, nelle nostre istituzioni. Cioè da chi oggi chiuderà i nostri lavori. Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi.”

“Voglio con grande chiarezza esprimere ciò che sono sicuro di poter dire a nome di ciascuno di voi e di tutte le nostre migliaia di associati, perché è un segnale univoco che sto raccogliendo, dovunque sia stato in Italia, in qualunque iniziativa del nostro Sistema. Lo faccio pesando le parole, perché Confindustria, e io per primo, siamo sempre meticolosamente attenti ad affermare e tutelare la nostra indipendenza dalla politica e dai partiti, a rispettare autonomia e attribuzioni delle istituzioni della Repubblica. Ci sono tre tipi di uomini, nella storia della vita politica e istituzionale del nostro Paese. Come imprenditori noi non crediamo affatto al mito politico dell’uomo della provvidenza. L’Italia ne ha sperimentato uno, e diede vita a un regime ventennale di oppressione autocratica e razzista, conducendo l’Italia alle macerie della guerra. Può e deve bastare: mai più uomini della provvidenza. Mai più regimi illiberali, che pur[1]troppo sono tornati anche nell’Europa di questi anni.”

“Ci sono poi, nella vita politica, gli uomini del possibile. Quelli che, partendo dal proprio ideale, si adoperano, con un occhio sempre mirato al consenso di breve periodo, e con l’altro a evitare scelte coraggiose, che possano suscitare anche delusione e scontento. L’Italia, di questi uomini del possibile, ne ha conosciuti decine e decine, nella girandola della vita repubblicana, che ci ha dato, in media, un premier all’anno. Pensateci, negli ultimi 16 anni solo la Merkel in Germania, in Italia 9 diversi Presidenti del Consiglio. In un Paese che ha accumulato squilibri ed errori pluridecennali, gli uomini del possibile finiscono per essere campioni mondiali di un’unica specialità. Il calcio alla lattina, il rinvio eterno al futuro di qualunque soluzione efficace ai tanti ritardi e fratture economiche e sociali che abbiamo, purtroppo, accumulato nel nostro Paese. Che, proprio perché divenute così gravi, chiedono svolte di fondo, non interventi a margine e continuismo. Poi, ogni tanto, la storia delle istituzioni italiane ci ha riservato un terzo tipo di uomini. Gli uomini della necessità.”

“Personalità che avvertono il dovere di rispondere ai problemi della comunità italiana, prima che l’ambizione di restare a qualunque costo al suo timone. De Gasperi, protagonista della riconquista italiana dell’onore tra le Nazioni. Baffi alla Banca d’Italia, impegnato contro i traffici del banchiere della mafia Sindona a cui la politica prestava allora sostegno, e persino arrestato per questo. Ciampi, che dalla Banca d’Italia risvegliò a Palazzo Chigi il senso e i valori di un’Italia democratica e rigorosa. Ecco, Mario Draghi è uno di questi uomini, uomini della necessità. Dalla Banca d’Italia, per anni nelle sue relazioni ha richiamato la necessità di una politica di bilancio ed economica che tenesse insieme rigore e produttività, crescita e stabilità. Alla guida del Financial Stability Board, ha elaborato le linee delle riforme finanziarie mondiali necessarie a evitare nuovi episodi di disastrosa valenza sistemica, come l’esplosione della Lehman Brothers.”

“Al timone della BCE, 9 anni fa ha salvato l’euro con tre parole, il suo “whatever it takes”, così efficace nel modificare le aspettative allora rovinose dei mercati, da non dover mai essere tradotto da misura potenziale a intervento reale. Tre parole che hanno cambiato il corso della storia europea. Che hanno portato a una gestione della BCE in cui le decisioni fondamentali di politica monetaria sono state adottate, senza traumi, con i tedeschi della Bundesbank spesso in minoranza. Draghi, come Baffi e come Ciampi incarna bene la descrizione che ne diede Luigi Einaudi degli uomini dell’economia, nel suo discorso all’Università di Torino, il 5 dicembre 1949. Un discorso nel quale, parlando di sé, si distanziava nettamente dai politici. Affermando che il tecnico economista è chiamato a svolgere verso gli uomini politici lo stesso compito affidato allo schiavo che, nei trionfi dell’antica Roma, sulla biga a fianco del generale vittorioso, gli ricordava che di virtù e non di fortuna era fatto il successo, perché la fortuna poteva volgergli le spalle, e dal Campidoglio rovinarlo dalla vicina rupe Tarpea.”

Ecco le parole di Einaudi: “Perciò oggi la scienza economica è correttamente definita la scienza delle scelte; ed ufficio dello schiavo economista è di ricordare all’uomo politico che scegliere bisogna; e che nessun giudizio sulla convenienza di far qualcosa, di spendere il denaro pubblico per un dato fine, può mai essere un giudizio assoluto; ma è sempre un giudizio comparativo; e che in ogni dato momento, posti i mezzi in quel momento esistenti, un voto positivo a favore di un capitolo di qualsiasi bilancio pubblico o privato vuole necessariamente, per definizione, dire un voto negativo contro un altro capitolo. Verità evidente; ma spiacevolissima a molti politici di tutti i paesi del mondo, i quali desidererebbero contentar tutti e nel tempo stesso non scontentare il contribuente, chiamato a pagare le imposte che pur si devono riscuotere se si vuole che l’uno o l’altro fine si consegua.” L’ho presa alla lontana, come vedete.”

“Ma la mano decisa con cui il Presidente Draghi e il suo Governo hanno mutato energica[1]mente su finalità e governance le prime 80 pagine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il modo in cui il Governo sta scrivendo le riforme fondamentali, pilastri del Piano, introducendo obiettivi prima inesistenti, come produttività e concorrenza, hanno rapida[1]mente ed efficacemente risposto alle aspettative delle imprese. La mano ferma con cui è stata ridefinita e accelerata la campagna vaccinale ci ha, in pochi mesi, condotto a una percentuale di vaccinati sulla popolazione che nei primi mesi dell’anno appariva fuori portata. Anche per merito dell’opera instancabile del Generale Figliuolo, cui vanno i nostri più ca[1]lorosi ringraziamenti. La stessa mano ferma con cui il Governo ha assunto una settimana fa, la decisione del[1]l’obbligo di introdurre il green pass per tutto il lavoro pubblico e privato. Una decisione che noi, condividiamo integralmente: finalmente ha prevalso la sicurezza dei luoghi di lavoro e la continuità delle nostre produzioni. Ogni atto di queste azioni, in pochi mesi, ha trasmesso al Paese, ai mercati e al mondo, una nuova fiducia verso la credibilità dell’Italia. Noi imprese ci siamo trovate a condividere questo operato. E quando i partiti hanno iniziato a manifestare le prime intemperanze, verso una formula che li obbliga ad anteporre lo spirito di convergenza nazionale alle rispettive bandierine, come sulla riforma della giustizia, il Presidente Draghi ha messo in campo una rapida ri[1]sposta sul metodo che ha portato in Parlamento a superare quel precedente “fine pena mai”. Allo stesso tempo, il Presidente Draghi, con il suo Governo, ha rappresentato un’oggettiva svolta, riconosciuta da tutto il mondo, dell’autorevolezza dell’Italia nell’Unione Europea, nella NATO, e nel G20 che sta guidando, alla ricerca di una più vasta cooperazione delle potenze mondiali sul nodo dei rischi rappresentati dall’Afghanistan, dopo la ritirata USA e NATO. Voglio soffermarmi su questo aspetto internazionale.”

“Perché purtroppo le cronache politiche italiane, appiattite e intorpidite da dibattiti vani e marginali, che si concentrano sovente su minuzie e aspetti scontati, non gli prestano adeguata attenzione. Non è solo nell’interesse dell’Italia, che il Governo Draghi continui a rappresentarci al tavolo dove, l’anno prossimo, si discuteranno la revisione del Patto di stabilità e crescita, del divieto di aiuti di Stato e delle misure straordinarie assunte dalla BCE. È nell’interesse dell’Europa, in cui noi fermamente crediamo, che il Presidente Draghi rap[1]presenti una delle personalità di riferimento nella prossima stagione di future riforme europee. A maggior ragione visto che, tra pochissimi giorni, in Germania nuove elezioni consegne[1]ranno al passato Angela Merkel, e in attesa che pochi mesi dopo si tengano anche le presidenziali francesi. Serve un’Europa più coesa nelle sue regole finanziarie, più unita nella sua politica estera, più forte e più integrata nella politica di difesa. Ecco perché noi imprese non esitiamo a dire che ci riconosciamo nell’esperienza e nell’operato del Governo guidato dal Presidente Draghi e che ci auguriamo continui a lungo nella sua attuale esperienza. Senza che i partiti attentino alla coesione del Governo pensando alle prossime amministrative, o con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale. Quando dieci anni fa, presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, Mario Draghi fu presente alla nostra assemblea, da governatore della Banca d’Italia appena designato alla presidenza della BCE, gli tributammo una standing ovation che colpì tutti. Oggi, sono sicuro che ne converrete, torniamo a esprimergli con forza raddoppiata tutto il nostro apprezzamento. Grazie, Presidente. Grazie per aver ricordato ancora una volta, la settimana scorsa, che per risolvere i problemi italiani “le cose giuste vanno fatte, anche se e quando sono impopolari”. E ora che lo abbiamo applaudito, posso passare più a cuor leggero a parlare dei problemi che dobbiamo fronteggiare….”

LA RIPRESA E LE SUE OMBRE

“La ripresa italiana è avviata verso il +6% del PIL in questo 2021. È un dato che ci dà fierezza: perché la tenuta da metà 2020, fino alla ripresa di consumi interni e servizi, che però è iniziata solo un anno dopo nello scorso maggio, si deve pressoché integralmente a noi: all’industria, alla manifattura e al nostro export. Come nella ripresina 2015-2017, è l’industria il vero traino del Paese. Non lo diciamo vantandocene, semplicemente richiamiamo ciò che è un fatto. Passerà molto tempo, purtroppo, prima che la domanda interna di consumi possa tornare a essere un driver potente di crescita: dopo tanti anni di perdita del reddito pro-capite che a parità di potere d’acquisto è tornato nel 2020 ai livelli di metà anni Novanta, di estensione della povertà assoluta, di aggravamento delle diseguaglianze di genere, tra gene[1]razioni, territoriali e sociali. Questo 6% di recupero, quest’anno va dunque considerato con soddisfazione, ma senza enfasi. È vero, la nostra manifattura è in ripresa a tassi superiori addirittura a quella tedesca e francese, prima del recente rallentamento. Ma il vero punto non è il rimbalzo in corso quest’anno. La sfida è il tasso di crescita dal 2022 in avanti: che deve essere solido e duraturo. Da una parte perché al dato 2021 si deve aggiungere il miglior utilizzo possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e delle sue risorse. Dall’altra, perché solo una crescita solida e duratura, di orizzonte decennale, può rendere davvero sostenibile l’immane debito pubblico italiano: a maggior ragione quando le regole comunitarie, sia pur riviste, torneranno a essere vigenti su deficit, debito e aiuti di Stato. Tutto questo bisogna immaginare subito come farlo, affrontando seriamente le ombre che intanto sono calate sui mercati internazionali. Ombre che aumentano la possibilità di una frenata della crescita non solo italiana ed europea, ma globale. Mi riferisco ovviamente agli aumenti che in 12 mesi sono divenuti a doppia cifra delle commodities minerarie, soprattutto metalli.”

“A quelli, più contenuti ma sempre a doppia cifra, di molte fondamentali commodities agricole. All’aumento vertiginoso dei prezzi energetici, con il barile di petrolio passato dai 19 dollari di minimo ad aprile 2020, ai 73 attuali, e il corrispettivo proporzionale aumento del prezzo del gas. I massicci piani di accelerazione annunciati dall’Unione Europea per la sostenibilità ambientale hanno, intanto, fatto quasi decuplicare il prezzo dei certificati di emissione della CO2. Siamo ansiosi di comprendere come il Governo tenterà di arginare questi aumenti affinché non si traducano in una stangata per le famiglie italiane: è ovvio che per noi la miglior soluzione temporanea sarebbe una rinuncia dello Stato ai suoi massicci proventi attraverso IVA e accise, che gravano su energia e combustibili. A tutto questo si aggiunge una duplice serie di effetti negativi per le imprese, dovuti a sempre più stretti colli di bottiglia nel commercio mondiale. I costi marittimi da e per la Cina sono sestuplicati in un anno, da meno 2.000 a circa 12mila dollari per singolo TEU. I TEU vuoti non tornano indietro come prima ai porti cinesi, e c’è scarsità anche di container liberi. La Cina ha avviato un poderoso programma di riaccentramento delle proprie risorse basando la sua economia non più sull’export ma sul proprio mercato interno. Un pro[1]gramma fatto non solo di dazi all’esportazione, ma di una radicale svolta nel controllo da parte del regime sui mercati dei capitali e grandi imprese, tecnologiche e finanziarie. È una svolta radicale, dacché per decenni siamo stati abituati a considerarla come fabbrica del mondo. Avrà conseguenze non solo economiche, ma geopolitiche molto pro[1]fonde e durature. Infine, a tutto questo si aggiungono mille segnali sul rischio crescente rappresentato dalla nostra dipendenza, italiana ed europea, in campo tecnologico ed energetico. La carenza di semiconduttori blocca già a singhiozzo da mesi la piena produzione di molti settori, a cominciare dall’automotive. La Cina si è assicurata monopoli o oligopoli su tecnologie e componenti essenziali nel campo della sostenibilità ambientale, da metalli e terre rare che servono alle batterie, al fotovoltaico di nuova generazione.”

“Ciascuno di questi problemi non può trovare adeguate soluzioni sul piano nazionale, ma necessita di una serie di rapide ed efficaci risposte a livello internazionale. Sfide globali richiedono risposte condivise, ma soprattutto concrete e tempestive. Come grande attore della crescita e coesione nazionale, Confindustria ha intanto fatto, e continua a fare, il suo dovere perché l’Italia conduca al meglio la sua azione internazionale per la soluzione di questi nodi. A cominciare dal B20, che la nostra past President Emma Marcegaglia sta ottimamente guidando. Dal gennaio scorso, 9 task force del B20, presiedute da autorevoli CEO italiani, hanno affrontato le principali priorità dell’agenda globale: dal commercio all’energia, alla trasformazione digitale; dalla gestione sostenibile delle crisi globali, alla salute e le scienze della vita; dal lavoro e l’education, all’empowerment femminile; dall’integrità e l’anticorruzione, alla finanza per le infrastrutture. Le proposte concrete saranno presentate al G20, e alle maggiori organizzazioni internazionali tra pochi giorni, l’8 ottobre. La via maestra è rafforzare i centri di governance multilaterali, che hanno mostrato di non tenere il passo con la geo-politica, l’evoluzione dei mercati e delle tecnologie e con le minacce alla salute e alla sicurezza di cittadini, di imprese e di governi. I prossimi mesi sono decisivi.”

“Occorre imprimere a dicembre una svolta di efficacia alla prossima Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, bloccata da anni di ritorno al bilateralismo muscolare degli Usa con Trump. Mentre, a novembre, Italia e Regno Unito che co-presiedono la COP26, dovranno battersi perché tutti i maggiori Paesi del mondo con[1]dividano gli impegnativi obiettivi della lotta al cambiamento climatico. A questi stessi fini, come Confindustria abbiamo rafforzato la nostra cooperazione diretta in Europa. Due settimane fa si è tenuto il bilaterale con la BDI, la nostra omologa tedesca, i cui risultati insieme al collega Sigfried Russwurm abbiamo illustrato al Presidente Draghi. È molto importante che le associazioni dell’industria italiana e tedesca abbiano convenuto di chiedere ai rispettivi governi di assumere posizioni comuni di tutela e promozione delle rispettive filiere manifatturiere.”

“La prima richiesta è di estendere i progetti IPCEI, quelli su settori e tecnologie in cui accrescere strategicamente innovazione e indipendenza europea, rispetto agli attuali già varati su semiconduttori, batterie elettriche e smart health. È fondamentale aggiungere nuove iniziative e risorse dedicate sull’automotive in quanto tale, siderurgia, cantieristica, aerospaziale e difesa. Indipendenza tecnologica ed energetica sono premesse per un’Europa autonoma e credibile su politica estera e difesa comune nell’ambito NATO, rispetto ai grandi blocchi continentali portatori di interessi geostrategici, espressi a volte da regimi autoritari. A questo si accompagna un secondo blocco di proposte. I governi di Italia, Germania e Francia devono a nostro giudizio giungere a posizioni co[1]muni da far valere al Consiglio Europeo chiamato, in questo autunno, all’esame delle pro[1]poste Fit-for-55 avanzate lo scorso 14 luglio dalla Commissione Europea. La transizione energetica ha inevitabilmente impatti molto rilevanti su intere componenti della nostra industria. E sui suoi occupati: centinaia di migliaia. Su questo vogliamo essere chiari. In Confindustria non c’è alcuna tentazione di non assumere obiettivi radicali, come radi[1]cale è l’accelerazione in tempi così rapidi della riduzione del 55% di emissioni di CO2 al 2030, e la neutralità carbonica al 2050. Da noi viene invece una triplice richiesta. La prima è che sia davvero credibile la realizzazione di questi traguardi in orizzonti così ristretti. Perché obiettivi così radicali hanno bisogno di logiche incrementali annuali credibili, per non essere velleitari. Attualmente uno sviluppo della capacità delle fonti rinnovabili di 8GW all’anno, come indicato dal Ministro Cingolani, sarebbe velleitaria. Significherebbe raddoppiare nei prossimi dieci anni la capacità di rinnovabili installata negli ultimi 20 anni, risultato impossibile da raggiungere senza un cambio radicale del meccanismo autorizzativo. La seconda è che questo sforzo avvenga in un quadro mondiale di reale cooperazione, in quanto l’Europa, per quanto ambiziosa e trainante, emette solo l’8% dei gas climalteranti; senza un impegno globale non miglioreremo pressoché in nulla il problema.”

“La terza richiesta è quella ancor più decisiva: è necessario accompagnare la transizione energetica con chiare strategie di politica industriale. Parti fondamentali della nostra industria resterebbero altrimenti esposte a rischi di chiusura o delocalizzazione. Ad esempio, i big players tedeschi dell’auto, dopo i colpi severi del dieselgate, hanno comunque risorse finanziarie tali, da aver potuto annunciare nuovi modelli elettrici con in[1]vestimenti complessivi per oltre 70 miliardi di euro. Ma le migliaia di piccole e piccolissime imprese italiane fornitrici di componentistica meccanica, parti di scocche e telai, si trovano ad affrontare la transizione senza adeguato supporto per i necessari investimenti. Altrettanto vale per l’industria energy intensive: dalla produzione del cemento all’acciaio, si rischia di spacciare come risultato positivo il minor consumo di energia per unità di prodotto, uscendo da queste produzioni, e dipendendo ancor più dall’estero. A noi bastano 9 anni di follie pubbliche sull’ILVA di Taranto che ci obbligano a importare i laminati piani che non si producono più lì, senza dovervi aggiungere anche perdite massicce di produzione e di occupati anche per il Fit-for-55. Serve dunque una valutazione seria dei governi di Italia, Germania e Francia, sia degli impatti economici e sociali dei nuovi obiettivi, sia delle risorse per affrontare i costi sociali, perché le proposte dalla Commissione Europea, così come sono ora, sono inadeguate.”

“Per capirci, il costo della transizione energetica per l’Italia potrebbe superare i 650 miliardi di euro nei prossimi 10 anni. Per quanto importanti siano i fondi che il PNRR dedica alla transizione energetica, sono solo il 6% del totale necessario. Quasi il 94% lo devono investire le imprese. Ma se al contempo devono fronteggiare gli spiazzamenti tecnologici e di produzione, tutto diventa difficilmente realizzabile. Per questo, sul fronte nazionale, queste transizioni vanno accompagnate da misure che sostengano investimenti qualificati, nazionali ed esteri, come quelli in ricerca e sviluppo e in digitale, onde evitare che tra i nostri stessi partner l’industria italiana resti ai margini. L’intera proposta di aumenti fiscali domestici e internazionali alla frontiera del CO2 nasconde rischi temibilissimi. L’estensione dei certificati verdi a interi nuovi settori, dai trasporti all’immobiliare all’agri[1]coltura, non è supportata da serie analisi ex ante sugli effetti relativi ai costi. La terza richiesta è quella ancor più decisiva: è necessario accompagnare la transizione energetica con chiare strategie di politica industriale. Parti fondamentali della nostra industria resterebbero altrimenti esposte a rischi di chiu[1]sura o delocalizzazione.”

“Ad esempio, i big players tedeschi dell’auto, dopo i colpi severi del dieselgate, hanno co[1]munque risorse finanziarie tali, da aver potuto annunciare nuovi modelli elettrici con in[1]vestimenti complessivi per oltre 70 miliardi di euro. Ma le migliaia di piccole e piccolissime imprese italiane fornitrici di componentistica meccanica, parti di scocche e telai, si trovano ad affrontare la transizione senza adeguato supporto per i necessari investimenti. Altrettanto vale per l’industria energy intensive: dalla produzione del cemento all’acciaio, si rischia di spacciare come risultato positivo il minor consumo di energia per unità di prodotto, uscendo da queste produzioni, e dipendendo ancor più dall’estero. A noi bastano 9 anni di follie pubbliche sull’ILVA di Taranto che ci obbligano a importare i laminati piani che non si producono più lì, senza dovervi aggiungere anche perdite mas[1]sicce di produzione e di occupati anche per il Fit-for-55. Serve dunque una valutazione seria dei governi di Italia, Germania e Francia, sia degli im[1]patti economici e sociali dei nuovi obiettivi, sia delle risorse per affrontare i costi sociali, perché le proposte dalla Commissione Europea, così come sono ora, sono inadeguate. Per capirci, il costo della transizione energetica per l’Italia potrebbe superare i 650 miliardi di euro nei prossimi 10 anni. Per quanto importanti siano i fondi che il PNRR dedica alla transizione energetica, sono solo il 6% del totale necessario. Quasi il 94% lo devono investire le imprese. Ma se al contempo devono fronteggiare gli spiazzamenti tecnologici e di produzione, tutto diventa difficilmente realizzabile. Per questo, sul fronte nazionale, queste transizioni vanno accompagnate da misure che sostengano investimenti qualificati, nazionali ed esteri, come quelli in ricerca e sviluppo e in digitale, onde evitare che tra i nostri stessi partner l’industria italiana resti ai margini. L’intera proposta di aumenti fiscali domestici e internazionali alla frontiera del CO2 nasconde rischi temibilissimi. L’estensione dei certificati verdi a interi nuovi settori, dai trasporti all’immobiliare all’agri[1]coltura, non è supportata da serie analisi ex ante sugli effetti relativi ai costi. In una sola frase: noi siamo per la transizione ambientale, energetica e digitale, ma questa deve avvenire nella regia di una governance, se non mondiale almeno europea, ma, al contempo, chiediamo al Consiglio Europeo che non tutto ciò che contiene la proposta della Commissione venga preso per “oro colato”. Confidiamo molto nel suo Governo, Signor Presidente.”

LE RIFORME STRUTTURALI

“Vengo ora ai problemi italiani che invece hanno origine nazionale, a cui si può porre rimedio con soluzioni che dipendono solo da noi. La nostra preoccupazione è sulle riforme, quelle strutturali e di contesto indicate nel PNRR. È il motivo per cui, negli ultimi due mesi, a nome di tutti gli associati di Confindustria abbiamo iniziato a levare la nostra voce per dire che è una strada profondamente sbagliata, quella del gioco a risiko delle bandierine del consenso effimero. Se vogliamo, tutti, dare all’Italia una possibilità come è stato nel dopoguerra, dopo gli anni di piombo, e nel periodo della costruzione monetaria continentale, occorre risolvere le questioni cruciali. Il cronoprogramma delle riforme rischia di slittare. I ritardi mettono a rischio le prossime tranche di fondi europei. E soprattutto allontanano nel tempo ciò che più serve: che il PNRR venga scaricato a terra, bene e al più presto. Come sempre, rispettiamo la piena autonomia dei partiti. Questa è un’occasione storica e queste risorse non sono eterne, quindi una cosa è sicura: Confindustria si opporrà a tutti coloro che vorranno intralciare il processo delle riforme. A chi flirta coi NO VAX invece di pensare alla sicurezza di cittadini e lavoratori, come a chi pensa che questo Governo è a tempo, e allora basta tergiversare, perché poi le riforme si faranno quando governerà l’una o l’altra parte. NO: le riforme occorre farle adesso. Basta rinvii, basta giochetti, basta veti. Basta davvero. A questo fine, caro Presidente Draghi, approfittiamo di averla tra noi per esporle in breve che cosa ci attendiamo, dalle riforme promesse che l’Italia aspetta da troppo tempo. “

CONCORRENZA

“Sulla concorrenza, resta purtroppo vero quel che scriveva ancora una volta Luigi Einaudi. Era il giugno 1942 (nel suo scritto “Concorrenza e capitalismo storico”), ma vale ancora, visto che in tanti anni di obbligo teorico per redigere una legge annuale sulla concorrenza ne abbiamo avuta solo una, rimasta a bollire in Parlamento per oltre due anni e sostanzialmente poi svuotata dai partiti. “La pianta della concorrenza non nasce da sé – diceva Einaudi – e non cresce da sola; non è un albero secolare che la tempesta furiosa non riesce a scuotere; è un arboscello delicato, il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolari, sostenuto attentamente contro i pericoli che da ogni parte lo minacciano sotto il firmamento economico”. Leggiamo in questi giorni che i partiti non mollano nella difesa dei troppi settori dell’economia italiana sottratti alla logica della concorrenza e del mercato. Cioè sottratti ai più forti stimoli necessari per accrescere la produttività: quella produttività che in tutti questi anni è stata stagnante, perché l’apporto positivo dell’industria esposta alla concorrenza dei mercati era sempre sopravanzato dalla produttività negativa del settore pubblico e di vasta parte dei servizi offerti in regime di concessione o tariffe amministrate. Non voglio perché qui toccare il tema delle concessioni balneari e degli ambulanti: si commentano da sole le difese di partito si continui a protrarle senza gare. “

“Ma, quale esempio, richiamiamo l’attenzione del Governo sul fatto che, in tema di transizione digitale, numerosi Ordini Professionali, Casse di previdenza e società pubbliche controllate in house stiano usando proprie risorse, a ben altro destinate, per realizzare piattaforme digitali esclusive in chiara violazione della concorrenza, mentre l’offerta di servizi digitali da parte delle imprese private di settore offre una vastissima gamma di soluzioni già testate e disponibili sul mercato. Facciamo inoltre un appello su almeno tre nodi essenziali. Basta gestioni in house dei servizi da parte di Comuni e Regioni, servono gare vere aperte ai privati e non impugnate poi al TAR come accaduto negli ultimi anni per quasi tutte quelle sul Trasporto Pubblico Locale. Più accesso ai privati nell’offerta di servizi sanitari secondo gli standard del Servizio Sanitario Nazionale, come indicato dall’Autorità Garante del Mercato nel documento con cui ha risposto alla richiesta di proposte espressa dal Governo al suo insediamento. Abbiamo eccellenze di IRCCS privati e nelle Life Sciences da scaricare a terra per migliorare la sanità e fare smart health, con Quantum Computing e telemedicina, per una più efficace medicina territoriale. In un Paese, sempre più di anziani, le patologie croniche, degenerative e inabilitanti vanno diagnosticate prima e trattate il più possibile non ospedalizzando.”

“Infine, una regola standard in linea con le Direttive comunitarie: la durata delle concessioni pubbliche va ricondotta ai 5 anni standard europei, le eccezioni vanno giustificate solo laddove sia comprovato che davvero rechino benefici economici e non siano rendite dei concessionari. Inoltre, anche se con la concorrenza vera e propria non c’entra ma è un tema di concorrenza impropria tra istituzioni, non possiamo non rivolgere un appello. Assicuriamoci che nell’attuazione del PNRR da parte di Regioni, Città metropolitane e Comuni, valga davvero la clausola d’emergenza apposta nella definizione della governance del PNRR: se dovesse riprendere piede il freno da parte degli Enti Locali, deve tempestivamente scattare il meccanismo sostitutivo dall’alto che riavoca le competenze al Governo. Perché l’attuale Titolo V della Costituzione si è rivelato una giungla di conflittualità istituzionale, ed è stata una delle ragioni essenziali per cui le opere pubbliche in Italia non si fanno se non in 30 anni. Non posso nascondere la preoccupazione su tutta la parte del PNRR relativa allo sblocco dei cantieri e delle infrastrutture. I segnali che vanno dati devono essere immediati, se non vogliamo che gli anni passino invano, e che alla fine, come per i fondi ordinari europei, il problema per il MEF diventi quello di spendere comunque le risorse del PNRR pur di non perderle, invece di usarle in tempi rapidi, efficacemente, per le opere cui sono destinate.”

FISCO e PREVIDENZA

“Sul fisco, abbiamo innanzitutto una preoccupazione. Continuiamo a leggere che il Governo avrebbe a disposizione solo 3 miliardi, per la ri[1]forma tributaria. A noi il deficit e il debito pubblico illimitato non sono mai piaciuti. Però su questo bisogna avere le idee chiare. Abbiamo dato oltre 3 miliardi negli ultimi 4 anni ad Alitalia fallita e alla piccola compagnia che nasce ora. E anche se per fortuna chi ha scelto il prepensionamento di Quota100 sono solo poco più di 300mila, rispetto ai milioni di cui parlavano i suoi fautori: il costo aggiuntivo al 2028 di questa misura sarà comunque di 18 miliardi. Fatto tutto questo, per la riforma fiscale stanziamo solo tre miliardi? Per quella che dovrebbe essere, a detta di tutti, una leva essenziale per la crescita e la competitività delle imprese e degli occupati, dei redditi e dei consumi tanto compressi? Anche qui evito polemiche: la cosa si commenta da sola. E noi ci auguriamo che non sia così. Anche perché non serve solo un intervento sulla tagliola rappresentata dall’attuale ali[1]quota IRPEF 38%. “

“L’OCSE ha indicato ancora una volta la via, come fa da tanti anni: meno tasse su impresa e lavoro, tagliando il cuneo fiscale. Quindi non solo interventi sull’IRPEF, non solo una radicale revisione di tutti i bonus introdotti da destra e sinistra, che con prelievi forfetari hanno minato l’imponibile e intro[1]dotto distorsioni e iniquità inaccettabili sia orizzontali sia verticali nel prelievo sul reddito delle persone fisiche. Ma anche via l’IRAP e un sistema di imposizione sui redditi societari più attrattivo rispetto a quello attuale. Non cancellazione nominale dell’IRAP, per recuperarne comunque il gettito altrimenti. Se pensiamo ad una revisione a somma zero, non si produce né crescita né occupati. Siccome siamo costruttivi, ricorro a due esempi concreti. Primo. Se la proposta fosse aboliamo l’IRAP, a condizione che una parte dei 15 miliardi che oggi pagano i privati siano trasformati da entrate fiscali a cofinanziamento delle nuove politiche attive del lavoro, saremmo d’accordo ma a una condizione. Che la riforma delle politiche attive del lavoro venga fatta sulla base della pari dignità tra Centri Pubblici per l’Impiego, totalmente inefficienti, e APL private che invece sono molto più efficaci sia nella formazione sia nella ricollocazione dei lavoratori. Ma se invece si punta tutto solo sul sistema pubblico e sui navigator, anziché guardare al modello misto tedesco che ha rimesso in piedi la Germania 15 anni fa, allora no grazie.”

“Secondo esempio: l’imposizione sui redditi societari. Pensiamola come strumento di crescita e non dimentichiamoci che è strumento di competitività internazionale: sosteniamo gli investimenti a massimo valore aggiunto, ricerca, digitale, efficienza energetica in primis, riducendo i gap che ci dividono dai nostri principali Paesi competitor. Mettiamo un po’ di olio negli ingranaggi dei processi di riorganizzazione aziendale e accompagniamo le operazioni di patrimonializzazione e capitalizzazione. Perché quest’ultimo è un punto molto delicato. Le nostre imprese capirono la lezione del 2009 e 2011, e alla ripresina del 2015-2017, trainata da Industria 4.0, si presentarono meglio patrimonializzate. Industria 4.0, ora per fortuna riattivata come driver, è per noi fondamentale e grazie Ministro Giorgetti per l’opera svolta in questi mesi a favore del sistema produttivo italiano. Per la maggior parte delle PMI italiane, non le 8mila del Quarto Capitalismo che reinvestono in proprio e non i grandi gruppi, ma le migliaia e migliaia intermedie che fin qui non hanno rischi di default, il problema del rafforzamento patrimoniale esiste eccome. Perché senza ingenti capitali non ci si ristruttura, non si aggiornano le produzioni, non si cambiano i modelli organizzativi e distributivi, e non si investe in ciò che il PNRR chiede. “

“L’accordo sulla tassazione minima globale raggiunto dai Ministri delle Finanze in sede G20 ci ricorda che le regole di tassazione devono rispondere ai nuovi modelli di business: è giusto, lo abbiamo sempre sostenuto. Ma scongiuriamo fughe in avanti fideistiche prive di analisi che non fanno altro che penalizzare le imprese italiane, alterare la concorrenza e innescare ritorsioni commerciali da parte di alcuni Stati. Occorre adottare misure concrete che sostengano le imprese. Come ci sollecita anche la Commissione Europea, vanno ripensate le attuali modalità di utilizzo delle perdite fi[1]scali, ricorrendo a meccanismi di carry-back e prevedendo una maggiore flessibilità nel loro utilizzo, oltre a un trattamento fiscale più favorevole dell’indebitamento, come con[1]sente il diritto unionale. Non faremo mancare le nostre proposte, ma la riforma sia l’occasione per introdurre a regime istituti nuovi o profondamente rinnovati che attraggano capitali, nazionali ed esteri, investitori istituzionali e previdenziali e che tengano conto del fatto che le imprese sono all’uscita da questa difficile congiuntura economica. Consentitemi a questo proposito un ringraziamento al ministro Franco.”

“Le misure adottate per far fronte all’emergenza, guardando tuttavia al futuro, dal recupero tempestivo dell’IVA sui crediti commerciali non riscossi, all’innalzamento del tetto mas[1]simo annuo per la compensazione dei crediti d’imposta, in tempi oltretutto in cui molti dei sostegni alle imprese sono stati deliberati proprio in questa forma, sono state da noi davvero molto apprezzate. Infine, dateci una giustizia tributaria affidata a giudici specializzati in materia, fin dai bandi di concorso, basta con il sistema dei giudici amatoriali che rendono difformi le pronunzie a livello territoriale su uguali fattispecie. È questa stessa visione alta delle priorità e compatibilità di sistema, che ci spinge a dire che l’intervento sulla previdenza non può risolversi in una Quota100 travestita, applicata magari ai 63enni invece che ai 62enni. Se volete un confronto su agevolazioni per i soli lavori usuranti, parliamone pure. Ma usuranti davvero, non l’ennesima salvaguardia dopo la raffica adottata in questi ultimi anni, che nulla aveva più a che fare né con gli esodati della Fornero, né con lavori real[1]mente usuranti. Quel che sembra a noi è che gli oneri del sistema contributivo andrebbero riorientati fi[1]nalmente al sostegno e all’inclusività delle vittime ricorrenti delle crisi italiane: cioè gio[1]vani, donne e lavoratori a tempo, invece che essere bruciati sull’altare del fine elettoralistico di prepensionare chi un lavoro ce l’ha. Quota100 è stata un furto ai danni dei soggetti fragili del nostro welfare squilibrato, e può e deve davvero bastare così.”

MERCATO DEL LAVORO

“E vengo alla questione del lavoro. Un tema su cui, passatemi l’espressione, ci è voluta tutta la pazienza di cui siamo capaci, per non reagire male al fatto che le nostre proposte, presentate nel luglio del 2020, sono rimaste ora come allora in un cassetto e non vi è ancora un testo di legge su cui poterci confrontare. Prive della possibilità di un confronto diretto. La riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive è stata rinviata, perché si pensava che il blocco per legge dei licenziamenti fosse la panacea. È stata una sciocchezza. Plurima. Primo, perché non ha impedito che nel 2020 quasi un milione di occupati abbiano perso il lavoro o non abbiano lavorato per lunghi periodi. Secondo, perché ha alimentato la tesi ancor più infondata che, abolendo il blocco, ci sarebbero stati a quel punto milioni di licenziamenti. I numeri ci dicono, invece, che da inizio anno il numero di persone effettivamente al lavoro è risalito di oltre 500mila unità. E dicono pure che a luglio, caduto il blocco, la corsa a licenziare non c’è stata affatto. Il problema del lavoro che noi viviamo in tutto il nostro sistema è tutt’altro: mancano decine e decine di migliaia di profili tecnici adeguati alle richieste delle imprese. Ed è un problema, perché noi vogliamo assumere e crescere, non licenziare. “

“È l’ISTAT, ad averci recentemente confermato che tra industria e servizi ci sono oggi in Italia circa 300mila posti di lavoro richiesti dalle imprese ma non coperti. Esattamente partendo da questa consapevolezza è stata elaborata la nostra proposta di riforma del lavoro. Sì a un ammortizzatore universale. Ma di natura assicurativa, non una mera integrazione al reddito, pur necessario, ma strumento anche di riqualificazione, aperto alla libera scelta individuale del lavoratore. Perché anche nelle crisi ordinarie d’impresa serve formazione e serve ricollocazione, perché le aziende possano assumere nuove competenze. Confermare la CIG con minimi interventi a latere, continuare a credere che l’ammortizzatore sociale debba essere fondato sulla difesa del lavoro dov’era e com’era è un errore smentito da decenni: di qui nascono i cassintegrati storici degli oltre 100 tavoli di crisi aperti al MISE. E se un tempo si credeva che i cassintegrati per anni fossero utili perché in ogni caso continuavano nelle statistiche a figurare tra gli occupati, oggi che abbiamo adeguato i dati statistici alla nuova normativa europea, non lo sono più neanche di nome. Ma proprio perché il nuovo ammortizzatore universale dev’essere di tipo assicurativo, al[1]lora tutti i nuovi soggetti beneficiari lo devono pagare in proporzione all’utilizzo. E se i partiti non vogliono dirlo per ragioni elettorali noi dell’industria non possiamo accettare di restare a far da bancomat come accade già con la CIG, e aggravando per di più la spesa per i contribuenti… ha pienamente ragione il MEF su questo.”

“Quanto alle politiche attive, ho già detto che per noi la scelta è quella pubblico-privata. Entrambe – ammortizzatori e politiche attive – devono basarsi su un eguale doppio pilastro: formazione e ricollocazione. Servono nuove competenze per ridare dignità al lavoro: il problema in Italia è che mancano ai giovani, e mancano anche a chi ha lavorato per anni e anni con vecchie tecnologie e modelli organizzativi ormai superati. Negli anni, si è consolidata la filiera delle opportunità mancate o negate specie alle nuove generazioni. Scuola, formazione professionale, Università e ricerca. La nostra scuola peggiora da decenni, ed è spesso disegnata per chi ci lavora e non per gli studenti. A seguire, abbiamo poi poca formazione professionale, fatta spesso senza riconoscere alle imprese un ruolo-chiave, con un mismatch enorme tra domanda e offerta di occupazioni. “

“Per Università ed Enti pubblici di ricerca, solo la logica della valutazione indipendente e permanente deve orientare la distribuzione delle risorse pubbliche. Continuiamo ad avere una percentuale di occupati inferiore al 60% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. Se vogliamo arrivare in un decennio al 70%, abbiamo bisogno, vista la curva demografica, di crescere di un +1,5% di occupati ogni anno, cioè di circa 300mila addetti almeno. E poiché nel Sud l’occupazione è più vicina al 40 che al 50%, lo sforzo di formazione che ci aspetta è immane. In termini di occupati aggiuntivi, cioè di attrattività per nuove im[1]prese e di maggior competitività di quelle che vi operano. Lotta agli abbandoni scolastici, ITS, lauree professionalizzanti, formazione continua e ri[1]collocamento per chi lavora già, dovrebbero tutti essere concepiti non come comparti[1]menti stagni, ma come strumenti in un’ideale linea di continuità funzionale, allo scopo di accrescere stabilmente gli occupati nel nostro Paese. E a proposito di lavoro: voglio da qui, a nome dell’intera Confindustria, rivolgermi diretta[1]mente ai leader delle tre grandi confederazioni sindacali.”

“Luigi, Maurizio, Pierpaolo, noi non siamo partiti in lotta, noi abbiamo un grande compito comune. Di fronte ai ritardi e alle sempre più gravi fratture sociali della nostra Italia, lavoro e im[1]presa hanno una grande sfida: costruire insieme accordi e indicare strade e strumenti che la politica stenta a vedere. Lo penso davvero. Non voglio pronunciare parole retoriche. Se non avessimo convenuto e definito insieme i protocolli per la sicurezza sanitaria nelle fabbriche e nelle imprese, fin dalla primavera del 2020, non avremmo creato la possibilità di soddisfare neanche la domanda di dispositivi di emergenza e prevenzione sanitaria che all’Italia erano divenuti improvvisamente impellenti, e non avremmo assicurato ne[1]anche i servizi pubblici essenziali. Io credo in quello spirito. Abbiamo tanti e tali nodi da sciogliere sul lavoro, su come cambiarlo e migliorarlo, su come pagarlo di più e su come offrire nuove competenze necessarie sia ai giovani sia a chi resta indietro, che per anni dovremmo cercare di lavorare insieme con lo stesso spirito di cooperazione responsabile e fattiva dei primi mesi del COVID. Non si tratta di venir meno agli interessi diversi che rappresentiamo. Ma di servirli meglio, confrontandoci su soluzioni concrete. Per poi magari proporle in[1]sieme alla politica, rendendole più forti e più difficili da respingere. Faccio tre esempi concreti. Primo: la sicurezza sul lavoro. Si continua a morire lavorando, non possiamo accettarlo. Si pensa a un meccanismo punitivo ex post, a una specie di pagella per sanzionare gli incidenti mortali una volta avvenuti. Ma perché non pensiamo, invece, insieme, a una soluzione che intervenga prima degli incidenti, e che ne abbatta la possibilità? Mi è già capitato di parlarne, ma rilancio la proposta.”

“Perché non pensiamo di avviare commissioni paritetiche imprese-sindacati in ogni azienda subito, applicando la norma del Decreto legislativo n. 81 del 2001, e dando attuazione alla compartecipazione in azienda di cui parlava il Patto della Fabbrica? Partiamo subito, se ci state. Gli incidenti vanno prevenuti segnalando ex ante qualunque rischio o eventualità di malfunzionamento o scollegamento dei dispositivi di sicurezza in linea, e garantendo ogni tutela a chi segnala, è questo che abbatte gli incidenti. Secondo esempio: le politiche attive. Avete visto che cosa è accaduto a Brescia, di fronte a oltre 100 disoccupati qualificati di un’impresa dell’automotive che chiude la produzione. La nostra Associazione si è dichiarata subito disponibile a riallocarli. Perché allora non lavorare insieme per estendere il più possibile la collaborazione diretta delle nostre organizzazioni anche di fronte alla formazione e ricollocazione dei lavoratori? Lo prevedevano tanti anni fa le proposte del compianto professor Marco Biagi, ma oggi è il momento di decidersi a farlo. Abbiamo gli strumenti: come i fondi interprofessionali, da potenziare accreditandoli a tutti gli effetti per le politiche attive del lavoro. E altri ne possiamo creare, se solo ci mettiamo a lavorare insieme. Terzo esempio: lo smart working. A fine anno scadono le norme derogatorie che hanno consentito nel COVID il lavoro a distanza. La domanda che vi faccio, Luigi, Maurizio e Pierpaolo, è molto semplice. Preferite che sia la politica a dettare tipologie, diritti e caratteristiche dello smart working? O non è meglio invece sedersi noi tutti a un tavolo e lavorare a un protocollo interconfederale su cui far convergere imprese e lavoro, da sottoporre poi alla politica come base acquisita? Io preferisco la seconda strada. Facciamolo almeno noi, un vero Patto per l’Italia.”

“Quel che ci interessa è cooperare insieme per più occupazione e più sicurezza sul lavoro, più formazione e più contratti di produttività, più garanzie a giovani e donne e più reddito per loro, anche per raddrizzare l’attuale curva demografica negativa. Regole chiare basate sulla rappresentanza reale, con meno contratti-ombra firmati da chi ha rappresentanze ridicole. Non serve a niente l’antagonismo, serve più compartecipazione. Non servono le contrapposizioni, ma entusiasmo e fiducia. Noi ci siamo, non perdiamo altro tempo. Come avete sentito oggi, caro Presidente Draghi e cari Ministri, le nostre sono proposte costruttive: chi vuole mettere i bastoni tra le ruote all’azione di Governo sono altri, noi ci battiamo per gli interessi del Paese, prima che dell’industria. E crediamo che questi interessi vengano prima dei nostri rispettivi ruoli. Perché non c’è immunità di gregge che ci salvi, senza una grande responsabilità esercitata da ciascuno che lo compone. Care Colleghe e Colleghi imprenditori, vado alla conclusione Io devo ringraziarvi per quello che state facendo, tutti. Mi riempite di orgoglio: state facendo meglio dei nostri amici tedeschi e francesi. Ed è questa la strada che vogliamo continuare a percorrere. Con tenacia, passione, investendo e migliorando. Sempre. In queste ultime settimane è stato un successo che ha stupito molti, il Super Salone del Mobile, Arredo e Design a Milano. I buyers internazionali si sono ripresentati in forze, raccogliendo la sfida dell’innovazione e della sostenibilità proposta dalla nuova formula del Salone.”

“Altrettanto è avvenuto con Cibus, il grande appuntamento a Parma in cui la nostra industria di trasformazione alimentare, la seconda componente del nostro manifatturiero, ha celebrato il record di export in questo 2021. Uguale successo è stato quello del Salone Nautico di Genova, organizzato dalla nostra Confindustria Nautica, che è la prima al mondo per avanzo commerciale del suo export. È cominciata l’altro ieri la Milano Fashion Week, con 173 appuntamenti tra sfilate e presentazioni di cui 125 in presenza: segna il ritorno a pieno regime della centralità della no[1]stra eccellenza nel mondo dell’innovazione, dello stile e della qualità del vestire, degli accessori e dell’immagine del Made in Italy. E abbiamo appena celebrato il cinquantenario della nostra Federmeccanica, l’architrave del nostro sistema industriale che così spesso nella storia, con i suoi innovativi contratti, ha aperto verso il futuro delle tecnologie, del lavoro e della coesione sociale. A unirci, care amiche e cari amici, è la tenace convinzione che il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni. Così è stato per la vittoria agli europei di calcio e agli europei di pallavolo femminile e maschile, per la marea di medaglie vinte alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Tokyo. Così deve essere per l’intero Paese. Ma c’è un ma. Diceva ancora Einaudi: “Troppo spesso i politici sono persuasi non solo di dover ricercare la verità, ed è persuasione giusta e feconda, ma di conoscere già «quella» verità, «una» verità, e di non poterne tollerare la negazione. E questo è pericolo mortale”.

“Ora non è davvero più il tempo di cullarsi in vecchie verità pregiudiziali. Ora è il tempo che ci ha portato al titolo di questa assemblea: È il tempo di decidere di scegliere di cambiare. Di fare le scelte più giuste per far crescere l‘Italia nel mondo. La cosa più difficile della vita è capire quale ponte devi attraversare e quale ponte devi bruciare. Perché cambiare è certo difficile, ma non cambiare per l’Italia è fatale. Ciò che mi motiva ogni giorno, e ciò per cui ancora vi ringrazio, è quel che mi trasmettete incessantemente. Ed è la lezione che ci viene da una grande eroina italiana della passione, dello sforzo e della volontà. Non solo nello sport, ma nella vita. È Bebe Vio, e faccio mie le sue parole: “Fatti dire che è impossibile, e dimostra a tutti che puoi farcela”. Oggi, scegliamo di cambiare.”

Ad aprire i lavori dell'Assemblea il cortometraggio ideato da Confindustria dal titolo “111”, evocativo sia degli anni della Confederazione nata nel 1911, sia degli addetti che hanno lavorato alla realizzazione del film presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia. Un corto dedicato al coraggio delle aziende di guardare avanti.

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