09 Gennaio 2026
Nell’affascinante panorama della pittura storica ottocentesca, l’Aristide di Francesco Hayez — capolavoro del 1812 custodito presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia — rappresenta un ponte perfetto tra il mondo antico e la sensibilità moderna. L’opera non si limita a raccontare un fatto di cronaca dell'Atene classica, ma si trasforma in una profonda riflessione su cosa significhi essere uomini giusti in un mondo spesso governato dal caos e dall'invidia.
Il soggetto scelto da Hayez è lo statista Aristide, soprannominato "il Giusto" per la sua onestà leggendaria, colto nel momento dell'ostracismo: la condanna all'esilio votata dai cittadini ateniesi. La storia narra che un cittadino analfabeta, non conoscendolo di persona, chiese proprio ad Aristide di scrivere il nome sulla tavoletta per esiliarlo, solo perché infastidito dalla sua fama di uomo virtuoso.
Aristide, senza svelare la propria identità e senza alcuna protesta, assecondò la richiesta, firmando la propria rovina con una calma che ancora oggi ci appare sovrumana. Sotto il profilo estetico, Hayez dipinge Aristide con una compostezza che ricorda le statue dell'antica Grecia, ma vi aggiunge una luce calda e vibrante, tipica del suo stile, che rende il protagonista profondamente umano. Qui la filosofia di Platone gioca un ruolo centrale: per il filosofo greco, la Giustizia non è solo una legge dello Stato, ma un'armonia interna dell'anima.
Nel suo dialogo Gorgia, Platone elogiava Aristide come l'esempio raro di un politico che metteva il bene comune sopra l'ambizione personale. In questo senso, il dipinto diventa una manifestazione del neo-platonismo: la bellezza che vediamo sulla tela non è solo esteriore, ma è lo specchio di una perfezione morale invisibile.
Aristide incarna l'idea che l'uomo veramente libero è colui che non si lascia piegare dalle ingiustizie esterne, perché possiede una forza interiore che nessuno può esiliare. Questo ideale greco di equilibrio si scontra e si fonde, nell'opera di Hayez, con i nuovi valori del Romanticismo. Se per i greci la giustizia di Aristide era l'espressione di una ragione superiore e di un ordine civile, per il pubblico dell'Ottocento quella stessa figura diventa l'eroe romantico per eccellenza: l'individuo solo che sfida la massa, il genio o il giusto che viene perseguitato da una società che non sa comprenderlo.
Mentre il mondo greco vedeva in Aristide la vittoria della legge e della logica, il Romanticismo di Hayez vi vede il dramma della solitudine e la dignità del sacrificio. L'eroe di Hayez non è solo un cittadino modello, ma un’anima tormentata che accetta il proprio destino con una malinconia tutta moderna.
In questa sintesi magistrale, l’antico "Giusto" diventa il simbolo di una lotta eterna: quella tra l'integrità del singolo e la volubilità della folla, rendendo l'Aristide di Venezia non solo un reperto del passato, ma un monito intramontabile sulla nobiltà dello spirito umano.
Di Raimondo Maria Prati
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia