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"Tra l'ombra e la rabbia": il primo romanzo di Vittorio Renuzzi. Un'opera originale e innovativa: per la narrativa italiana una bella sorpresa che dimostra l'attualità lirica e intellettuale del Risorgimento

un romanzo storico e noir ambientato durante le Cinque Giornate di Milano piacevole e utile per un'Italia bisognosa di tornare a sentire le proprie radici

02 Gennaio 2026

"Tra l'ombra e la rabbia": il primo romanzo di Vittorio Renuzzi. Un'opera originale e innovativa: per la narrativa italiana una bella sorpresa che dimostra l'attualità lirica e intellettuale del Risor

Vittorio Renuzzi: uno spirito poliedrico. Laureato in Economia Politica all’Università di Pavia, co-fondatore e direttore della “Compagnia della Corte”, impresa culturale specializzata nella progettualità e nel marketing, ideatore del software GoAsso per le associazioni e gli enti del terzo settore, consulente per aziende e soggetti culturali, già esperto di teatro. Ora anche romanziere.

Il tuo nuovo lavoro: un noir storico. Doppio, triplo impegno per un romanzo che deve possedere anche il livello storico oltre che il senso del noir. Ci racconti la sua preparazione?

Ho lavorato utilizzando i memoriali e le cronache dell’epoca. Avevo bisogno di sentire una voce che fosse contemporanea, anche faziosa, se vogliamo, ma puntuale, che parlasse della rivolta come un momento presente. Ho usato sia cronache e memoriali di patrioti italiani, alcune così contemporanee ai fatti da essere stampate in Svizzera per aggirare la censura austriaca, ma anche diari di funzionari austriaci, che non capivano perché una fiorente provincia dell’impero volesse diventare autonoma. Molto utili sono stati anche i manuali di medicina della prima metà dell’Ottocento e i codici di medicina legale e di procedura penale dell’imperial regio governo (gli austriaci erano molto meticolosi per gli aspetti normativi). E poi le mappe. Ne ho usate due, una del 1832 e una del 1860. Si possono percorrere le strade della Milano dell’epoca, con gli alberghi, il tracciato dei navigli, i palazzi governativi.

Fantastico. Affascinante questa concentrazione metodologica. Come trasformare l'intreccio e l'ambiente storico in qualcosa di vivo, umano, in formazione? Come connettere il grande del sociale con il piccolo del dettaglio individuale ed esistenziale? Te lo chiedo anche perché io non saprei mai scrivere un romanzo, quindi cerco di capire chi ha questo dono.

La Storia è un personaggio. Interviene per condizionare il comportamento degli altri personaggi, ne induce le scelte, ne obbliga il carattere. Certo, è un personaggio forte, che non si lascia influenzare dalle volontà dei singoli, che sono, per certi aspetti, delle sue emanazioni. Per cui esiste un dialogo tra ciò che avviene e il comportamento dei personaggi.“Tu pensavi di andare da quella parte”, dice la Storia, “e invece io ti metto una barricata proprio in mezzo alla strada. Voglio proprio vedere cosa fai”.

Mi piace molto il gusto della conversazione che esprimi nella tua narrazione. Una conversazione vivace che mescola pathos, cultura e caratteri umani. Riesci a farci immedesimare nonostante la distanza storica e di contesto.

Penso che il dialogo sia lo strumento che rende la narrazione più dinamica. La preoccupazione è sempre quella di evitare battute didascaliche, dove i personaggi si spiegano l’un l'altro che cosa sta succedendo e perché. L’altro rischio è quello di far parlare i personaggi come delle macchiette per un eccesso di caratterizzazione. Spero di essere riuscito a limitare i danni.

Senza dubbio. Che Risorgimento emerge da questa tua focalizzazione-trasfigurazione? E' un periodo che può insegnarci ancora qualcosa, oggi, nel tempo del dis-incanto?

Nell'immaginario di studenti, il Risorgimento era il periodo più noioso del nostro programma scolastico. Un momento di retorica e di valori, raccontati dopo l’unità d'Italia, che hanno portato direttamente alla prima guerra mondiale.  che avanza e che genera la paura del nuovo (il treno allora, l’AI oggi). Il senso di frustrazione che portò alle rivoluzioni europee del 1848 è molto simile alla rabbia che cova oggi nelle nostre città. La Storia non insegna nulla, perché siamo in grado di commettere gli stessi errori con sempre nuova creatività, ma quell’utopia disattesa portò a Napoleone III, a Bismark, al nazionalismo e alla prima guerra mondiale. Eppure, l’immagine dell’Italia che i patrioti del tempo avevano era molto più articolata, critica, utopica. Non era così scontato e opportuno che la salvezza e l’unità arrivassero grazie alla casata dei Savoia. C’erano altre prospettive, tante alternative e soprattutto, c’era l’idea che il mondo si potesse cambiare, che la Storia fosse in movimento e che non ci fossero limiti alla trasformazione. Oggi, forse, non siamo più in grado di immaginare un futuro radicalmente diverso. Parliamo di evoluzione, lenta trasformazione, resilienza. In questo, hai ragione, la nostra è un’era di disincanto. Ma siamo nella stessa situazione della metà dell’Ottocento, con spinte nazionaliste e identitarie, con un moto di ribellione nei confronti degli imperi e con nuove forme di capitalismo.

Appare intrigante la tua strutturazione dell'intitolazione dei capitoli sia per l'avverbio derivante dall'ablativo di argomento che per la loro suggestiva eloquenza. Dei titoli che sembrano a loro un "romanzo dentro il romanzo" come a tessere un gioco labirintico…

È stato un rischio stilistico. Un vezzo, ma mi piaceva lo stile dei titoli in cui si annunciava il contenuto del capitolo stesso, come nei romanzi d’appendice. Per complicarmi la vita, e complicarla al lettore che intrigo nell’interpretare il contenuto del capitolo alla luce del suo titolo. Non so se l’effetto sia raggiunto, ma molti hanno trovato i titoli molto belli di per sé, e questo direi che è già un risultato soddisfacente.

Li trovo veramente intriganti e invoglianti la lettura. Pensi che Milano possa ancora ispirare l'arte della scrittura? Possa e debba ancora essere raccontata e "cantata"?

Ci sono state e ci sono tante Milano; quella di Bonvesin de La Riva, quella dei Visconti e di Leonardo, quella del Porta e di Manzoni, quella di Bianciardi e di Scerbanenco. C’è la Milano del miracolo economico in cui si muove il Vedovo di Sordi-Risi, e quella del Pozzetto ragazzo di campagna; c’è la Milano da bere e quella cyberpunk di Nirvana. Sono tutte città che coesistono, come nei sogni. E gli interstizi tra una città e l’altra sono fatti apposta per ispirare la scrittura. Ecco, se proprio vogliamo, non vedo spazio per l’elogio o l’invettiva, quella rimane appannaggio solo delle città di provincia. Milano è una metropoli europea che, come la San Francisco di Leiber in Nostra signora delle Tenebre, è un essere vivente.

 

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