25 Febbraio 2026
Umberto Vattani, presidente della Venice International University (VIU), è stato intervistato da Il Giornale d’Italia. In questa occasione ha messo a fuoco i gravi problemi ambientali e geopolitici legati allo scioglimento dei ghiacci nell’Artico.
Qual è l’importante ruolo della Venice International University?
L’importanza della Venice International University risiede nella sua natura di consorzio internazionale che trasforma l’isola di San Servolo in un crocevia per il dialogo e la formazione. Fondata nel 1995, la VIU riunisce oggi 23 università e istituzioni di ricerca provenienti da 14 Paesi e 4 continenti, basandosi sulla convinzione che le sfide ambientali, sociali, tecnologiche e culturali del presente non possano essere affrontate in isolamento, ma richiedano cooperazione tra nazioni e generazioni.
Alla VIU affrontiamo le grandi sfide del nostro tempo, come il riscaldamento globale e l’inquinamento ambientale. I corsi sono tenuti dai docenti delle 23 università che compongono il consorzio, portando a Venezia competenze da tutto il mondo: dal Giappone e dalla Corea fino all’Europa, agli Stati Uniti e al Sudafrica. Da trent’anni la VIU analizza i temi della globalizzazione con un approccio fondato sulla cooperazione internazionale, partendo dal presupposto che le sfide globali possano essere risolte solo attraverso la collaborazione tra i diversi Paesi.
Il 19 febbraio si è tenuto il convegno “Venezia e l’Artico”: perché è importante aver parlato di riscaldamento globale proprio a Venezia?
Una laguna come quella di Venezia non è stabile: rischia sempre di essere sopraffatta dal mare o di trasformarsi in terraferma. L’ingegno e la capacità dei veneziani sono stati tali che per 1600 anni, modificando il corso dei fiumi, dragando la laguna e salvaguardando i fondali marini, l’hanno mantenuta immutata. Oggi però si trova ad affrontare trasformazioni significative a causa del cambiamento climatico.
Le difese della città sono affidate al sistema MOSE, con paratie mobili che si alzano automaticamente quando la marea supera un certo livello. Tuttavia, con il progressivo innalzamento del mare, in futuro l’altezza di queste barriere potrebbe non essere sufficiente. Non si tratta di cambiamenti improvvisi, ma di un processo graduale che rende comunque urgente un’attenzione immediata.
Nell’incontro sull’Isola di San Servolo volevamo richiamare la responsabilità delle Autorità locali e del Governo su questi rischi, sia quelli visibili sia quelli meno percepibili. Il cambiamento climatico sta accelerando lo scioglimento dei ghiacci e questo avrà effetti diretti su Venezia. Contribuirà al riscaldamento delle acque e avrà effetti sulla loro composizione, incidendo anche sulla salinità. Soprattutto, determinerà il rialzo del livello del mare.
Per Venezia questa è la minaccia principale, perché accelera l’erosione delle fondamenta, provoca inondazioni più frequenti e determina il degrado del patrimonio urbano e lagunare.
Prevediamo un altro incontro in autunno per approfondire ulteriormente questi temi
Gli scienziati conoscono questi problemi in profondità e indicano soluzioni per evitarne l’aggravamento. La difficoltà sta spesso nella comunicazione tra scienziati e diplomatici, ossia tra coloro che possiedono le conoscenze tecniche e coloro che negoziano accordi internazionali. La scienza fornisce analisi, mentre i diplomatici, nelle sedi internazionali, devono tradurre queste indicazioni in impegni concreti da parte degli Stati per adottare le misure necessarie ad affrontare sfide comuni all’umanità.
In che modo questo divario può essere colmato?
Abbiamo avviato sei anni fa a Venezia, con la collaborazione di molte università e centri di ricerca, una scuola che unisce scienza e diplomazia: The International School of Science and Diplomacy. Abbiamo inoltre creato a Erice, in Sicilia, una scuola che approfondisce gli stessi temi presso il Centro Ettore Majorana, fondato da Antonino Zichichi oltre 60 anni fa.
Frequentano queste scuole diplomatici, funzionari internazionali, scienziati e ricercatori accademici per esplorare il ruolo della diplomazia scientifica nelle grandi organizzazioni di ricerca internazionale, come il laboratorio per la fisica delle particelle elementari CERN di Ginevra, l’European Space Agency (ESA), l’International Astronomical Union (IAU) e molte altre
In quale modo il territorio dell’Artico sta diventando mira delle grandi potenze come Russia e Stati Uniti?
Diversi Paesi si affacciano sull’Artico: la Russia, con quasi il 50% della costa artica, seguita da Canada, Stati Uniti (tramite l’Alaska), Norvegia e Danimarca (con la Groenlandia).
A quest’area si applicano le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay nel 1982, che disciplina il mare territoriale, la piattaforma continentale e lo sfruttamento delle risorse sottomarine.
Con lo scioglimento dei ghiacci, l’Artico sta diventando progressivamente navigabile per periodi sempre più lunghi dell’anno. Sarà quindi necessario disciplinare le nuove rotte, la sicurezza della navigazione e gli interventi di soccorso.
I Paesi rivieraschi eserciteranno i propri diritti, come avviene in ogni altro mare, per la tutela degli interessi in materia di pesca, idrocarburi e sfruttamento delle risorse.
Le nuove rotte commerciali stanno trasformando quest’area in un fronte geopolitico cruciale.
Si presenteranno questioni giuridiche che sarà opportuno affrontare quanto prima per evitare tensioni tra gli Stati. Inoltre, emergeranno problemi delicati legati alla biodiversità, alle specie animali a rischio di estinzione, alla pesca e alle risorse marine, tutte fortemente influenzate da questi cambiamenti. È necessario affrontarli con urgenza per prevenire danni irreversibili.
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