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Tra materialismo e guerra cognitiva, perché i cittadini sono impreparati agli assalti psicologici di IA e altri attori non convenzionali?

Se dico “guerra” pensiamo a carri armati, aerei e soldati, ma le battaglie quotidiane, al tempo di Internet, si svolgono soprattutto nelle nostre menti. Filosofia della guerra cognitiva da Platone ai nostri giorni

05 Gennaio 2026

Tra materialismo e guerra cognitiva, perché i cittadini sono impreparati agli assalti psicologici di IA e altri attori non convenzionali?

La guerra evolve. I sapiens anche, ma molto più lentamente. Mentre i cittadini s’aspettano fuochi d’artificio hollywoodiani – bombe atomiche, eserciti, e così via - la battaglia quotidiana si svolge anzitutto nelle loro menti. La guerra cognitiva verticale è silenziosa, ubiqua e difficilmente constatabile, perché avviene nel rapporto “privato” tra popolazione e media. È perpetrata da aziende, Stati, gruppi finanziari, apparati d’intelligence che usano i media per i realizzare i loro obiettivi. È subdola e sporca perché i suoi bersagli sono, per definizione, inermi: fare guerra psicologica a un bambino cercando di modificargli la struttura caratteriale (ad esempio convincendolo di essere una bambina) è un atto vile e infame. Gli algoritmi, che per tenere i bambini incollati allo schermo li espongono a contenuti estremi, sabotano le loro menti – le loro esistenze – con l’ignorante consenso dei genitori. Il genitore baratta l’integrità psicologica del figlio per mezzora di respiro – che pagherà, poi, dallo psicologo. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: gli ambiti e le forme della guerra cognitiva sono innumerevoli e vanno dal neuromarketing (induzione di bisogni superflui) alla psicobiopolitica (Cattana, Nel velo virtuale, cap. 3).

Sviluppo tecnologico e coscienza umana: un gap incolmabile?

 La coscienza umana media è sempre in ritardo rispetto agli sviluppi tecnologici. Siamo primariamente fruitori passivi. Solo a posteriori, e in rari casi, diventiamo padroni consapevoli dei mezzi tecnologici. Questo ci pone in serio pericolo, anche perché i “giocattoli” di cui ci dotiamo sono sempre più potenti. La letteratura in merito è copiosa. Ad esempio, secondo i filosofi Persson e Savulescu (Unfit for the future, 2012) l’unico modo per evitare di distruggerci e far saltare in aria il pianeta, sarebbe potenziarci moralmente tramite farmaci anti-aggressività. Un trattamento farmacologico su scala globale ridurrebbe crimini e conflitti. La proposta di drogare il popolo senza il suo consenso è nobile, ma rimane un piccolo interrogativo: anche somministrando alla popolazione un farmaco del genere (immettendolo nel sistema idrico o spruzzandolo nell’atmosfera), come la mettiamo con coloro da cui dipendono guerre e conflitti? Costoro vorranno tutelarsi per non perdere potere. La volontà di potenza – su cui si basa il “diritto” internazionale (ormai è chiaro anche ai bambini) – non tollera diminuzioni, tantomeno una castrazione chimica delle proprie ambizioni. Siamo punto e a capo.

Non credo che il genere umano si salverà drogandosi. E poi, Hollywood ha già simulato lo scenario in Equilibrium: alla fine, i farmaci blocca-emozioni finiscono nel water e si torna a vivere da umani. Niente TSO globali dunque, ma una necessaria presa di consapevolezza del mondo in cui viviamo, e uno sforzo istituzionale in tale direzione (come vedremo alla fine).

Cosa c’entra il materialismo con la guerra psicologica?

Tra le minacce quotidiane, la guerra cognitiva (con fini commerciali, politici, finanziari, sessuali, e così via) rappresenta un caso speciale. Se menziono la parola guerra, la nostra mente corre a carri armati e soldati, perché ragioniamo in un orizzonte materialistico, dove il primato spetta all’oggetto fisico. Nell’epoca dell’informazione, questa visione del mondo ci rende disadattati. Ragioniamo come cartesiani-newtoniani in un mondo quantistico-einsteiniano-leibniziano. Il senso comune, per ciò che riguarda la fisica, è rimasto fermo a trecento anni fa. Così, nell’apparente tranquillità di una domenica mattina, nel nostro salotto o al bar, veniamo bersagliati da informazioni costruite per manipolarci. Non siamo preparati a questo genere di conflitto: scuola e università tacciono, mentre i media sono canali di guerra cognitiva, più che strumenti di consapevolezza in merito.

Internet è un ambiente artificiale finalistico

Navighiamo il web come se fossimo al parco giochi, ma dietro il “dato” più innocuo si celano sempre degli interessi. Internet è un ambiente artificiale finalistico, dove nulla di ciò che circola è casuale e privo di fine, dalla foto al mare (finalizzata a likes e seguaci), all’inserzione pubblicitaria (finalizzata all’acquisto), alla notizia geopolitica (finalizzata a veicolare un certo ordine politico). Entriamo in un secondo aspetto della questione: il nostro ragionare per sole cause efficienti. La scienza moderna ha abolito le cause finali, cioè l’interrogazione sulle finalità di istituzioni, cose, avvenimenti. Per capire il mondo basta sapere come esso sia stato fisicamente generato. Come a dire: il senso dell’esistenza si esaurisce nell’essere stati concepiti. Oggi, chi ragiona finalisticamente è considerato un complottista. Se è così, dobbiamo riscrivere i manuali di filosofia, perché Aristotele diventa il padre del complottismo. I disadattati, in realtà, sono coloro che sono rimasti arroccati in un’epistemologia che ragiona solo sul prima e non sul fine.

Un conflitto silenzioso avviene dietro le quinte della coscienza, tra la volontà altrui e la nostra. Nei casi più gravi (a noi molto vicini) un popolo viene convinto della minaccia di un nemico inesistente e parte per il fronte come carne da macello.

Per capire la guerra cognitiva, il materialismo è utile quanto un paio di occhiali tradizionali in un cinema 3D.

Platone primo teorico della guerra cognitiva

La guerra psicologica non nasce con Internet. Platone è stato, probabilmente, il primo ad aver concepito l’anima umana come un campo di battaglia. Quando Freud articolerà la psiche in Es, Io e Super-io (tra loro conflittuali), avrà in mente l’antico filosofo. Platone può essere considerato il primo teorico ante litteram della guerra psicologica. E ci dice una cosa importante: la guerra psicologica è anzitutto una faccenda interna. Il conflitto psichico esterno è reso possibile da una molteplicità psichica originaria che rende possibile il dialogo (e lo scontro) tra istanze mentali. Se invece di essere uno nessuno e centomila fossimo soggetti unitari (dei monoliti psichici), saremmo immuni alla guerra cognitiva.

 

IA e guerra cognitiva: un appello alle istituzioni

L’intelligenza artificiale apre scenari di guerra cognitiva automatizzata e personalizzata. Conoscendoci meglio di genitori, compagni e amanti, l’IA ci può manipolare con maggior efficacia di qualunque soggetto tradizionale. Il sartriano l’enfer c’est les autres trova la sua declinazione digitale: a ognuno il proprio software-aguzzino. Se lo Stato tutela la salute e l’integrità dei suoi cittadini, propongo che vengano istituiti corsi obbligatori di educazione alla guerra cognitiva.

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