06 Marzo 2026
Caro Michele apprezzo molto la tua pittura e mi ha affascinato il titolo della tua mostra attualmente in corso alla Paolo Deanesi Gallery di Trento: “L'orizzonte si compie svanendo”. Mi sembra una suggestione profonda tanto poetica quanto filosofica. Ce ne parli?
Molto spesso ci si trova sul limite del ricordo senza tuttavia ricordare effettivamente. Si mettono a fuoco le idee senza raggiungerle completamente, così come altre cose. L’orizzonte è un’idea da raggiungere, l’orizzonte continua a sfuggirci ogni volta che avanziamo o che ci sembra di afferrarlo. Con questa mostra ho voluto dipingere non tanto un ricordo ma un’assenza, un’assenza da trasformare in presenza - senza riuscirci completamente. Questa mancanza è motivo di bellezza. Ho definito la pittura come un malessere che restituisce bellezza: è uno dei motivi perché dipingo. “L’orizzonte si compie svanendo” allo stesso tempo è l’azione che l’osservatore deve compiere per poter percepire i miei dipinti. E’ necessario un continuo avanti e indietro: solo con la distanza dalla superficie fa scorgere l’immagine, avvicinandomi scompare e svanisce nel segno. Questa mostra nasce da una sensazione: il dispiacersi di aver dimenticato di ricordare. Mi spiego meglio. Molto semplicemente alcuni mesi fa ho rinvenuto nella cantina a casa dei miei genitori alcuni dipinti di mio padre ma la cosa più sconcertante è che ne avevo rimosso il ricordo. Ho provato le sensazioni più varie tenendoli tra le mani: avevo dimenticato di ricordarli. Erano sempre presenti nella mia infanzia, li conoscevo a memoria a forza di guardarli, li ho disegnati molte volte, e ne ero stato sempre attratto. In particolare due piccoli dipinti hanno mosso qualcosa dentro di me: delle piante nella neve. Senza prestare molta attenzione nella mia pratica quotidiana nello studio mi stavo accorgendo di dipingere a mia volta delle piante: è un soggetto che ho intrapreso più volte in passato ma era decisamente altro. Stavo dipingendo una assenza, il dispiacere di aver dimenticato di ricordare. La pittura è li a colmare. Nel mio approccio quotidiano nello studio con la pittura, fare arte è sapere che ci sono delle domande.
Come riesci a realizzare tecnicamente questo senso di mistero, sospensione e varco tra il visibile e l'invisibile in queste tue ultime opere?
Ognuno col tempo si crea le proprie tecniche, le proprie prassi nei materiali e nei supporti per dare forma alle proprie idee, alle proprie motivazioni. Mi piace lavorare indistintamente sulla tela, sulla carta, a volte con la scultura e con lo spazio. Ci sono immagini che ti richiedono un approccio rispetto a un altro, così nelle dimensioni. Mi capita di lavorare su formati molto grandi - fino a dieci metri - oppure su formati molto piccoli. Con il tempo ho imparato ad ascoltare le immagini. Sono solito utilizzare camere ottiche o macchine analogiche per raccogliere le mie immagini, per realizzare i miei archivi, il tutto lavorando nella mia camera oscura e con tempi molto lenti. L’aspetto fabbrile nella genesi dell’immagine fa parte della mia pratica pittorica. Le immagini così realizzate sono una sorta di calchi di luce. Implica sempre una presenza. Nella camera oscura posso riversare sulla tela o sulla carta le mie forme mediante materiali fotosensibili fissando queste presenze sulla superficie. In questo si è di fronte alla presenza vera e propria dell’immagine anche se molto labile e leggera. L’idea nasce da molte fascinazioni in particolare il racconto della Nascita della pittura narrata da Plinio il Vecchio - la ragazza che ricalca i contorni dell’ombra dell’amato sulla parete prima della sua partenza - o i corpi pietrificati a Pompei o quel passaggio descritto da Rosalind Krauss - a proposito della fotografia - dove descrive l’orma del piede nella sabbia come una presenza assente. Nello studio, nel lavoro con la pittura ad olio partendo da quella presenza sulla tela o sulla carta per scomporla e ricostruirla mediante il segno e il colore. Ma molto spesso, la prassi pittorica è molto più semplice: per alcune immagini decido di dipingere direttamente procedendo con l’idea di copia dell’immagine. Quindi alcuni lavori potrei dire che sono delle copie della realtà, altri ce l’hanno dentro. Questo è difficilmente individuabile e mi piace questa ambiguità.
La tua pittura mi sembra a suo modo leonardiana in senso di una sua ritmica musicale e atmosferica tanto che oltrepassi le distinzioni formali fra ritratto e paesaggio…
I soggetti nascono sempre da un incontro, che sia un luogo, una combinazione di luci piuttosto che un testo letto. Sono solito scrivere di questi incontri: la scrittura determina le immagini e a volte sono le immagini a generare le parole. Credo di riuscire a mantenere una linea chiara in quello che realizzo, che sua un paesaggio piuttosto che un corpo o una natura morta. Quello che mi interessa è l’immagine. Il piacere dell’immagine e quello che scaturisce. Le immagini sono il veicolo delle mie idee. Forse voglio esprime semplicemente la bellezza dell’immagine. Come diceva Nicolas Poussin la fin de l'art est la délectation.
Nel raccontare la tua arte parli anche di "tensione tra memoria e oblio". La pittura come reminiscenza oltre che invenzione di mondi?
Memoria e perdita di memoria, oblio. Sono da sempre terrorizzato dalla perdita della memoria in vari sensi. Mi hanno sempre colpito e impressionato ad esempio le biblioteche antiche perché ci possiamo rendere conto di quanti saperi oggi non ne siamo più a conoscenza e sono li racchiusi e possono scomparire - ho dedicato vari dipinti alle biblioteche e musei (ciclo Oblio). Nel periodo in cui i siti archeologici della Siria sono stati fatti saltare in aria per mano terroristica ho provato terrore ed orrore per la loro cancellazione e per la nostra perdita collettiva - di cui oggi pochi parlano e molti hanno già dimenticato - (ciclo Irae). Ogni periodo di lavoro mi sono confrontato con la memoria e la perdita della memoria, sono forse un pittore di assenze piuttosto che di presenze. Le mie opere vogliono ragionare sull’immagine e su come questa possa agire sui sensi di chi le osserva facendo i conti con i propri ricordi, emozioni ed idee. Per citare un altro titolo di un mio lavoro I ricordi sostituiscono gli occhi (Innsbruck Ferdinandeum museum).
I tuoi dipinti mi spingono naturalmente alla contemplazione e alla meditazione in quanto sembrano un ricordare ma anche degli specchi animici. Guardandoli mi sento rivolto spontaneamente a confrontarli con il mio ricordare e la mia autocoscienza mi sembra sottilmente attivata e sollecitata. L'arte può essere terapeutica e riconciliativa?
Da docente posso rispondere di si. L’approccio all’arte è un approccio alla vita, al saper guardare, al saper pensare e soprattutto ad avere un momento per noi stessi, con noi stessi. Invito a osservare i miei dipinti con una certa lentezza dello sguardo. Serve uno sguardo attento. Mi piace pensare di dipingere la lentezza.
La tua opera sembra emanare un senso di profondo equilibrio. Come l'estetica può tornare al valore dell'equilibrio che è sempre stato un valore umanistico oggi che si sta destabilizzando la percezione e l'autocoscienza di cosa sia umano?
L’equilibrio è uno stato di quiete. Questa quiete mi sembra compromessa dal quotidiano sempre più veloce, un quotidiano episodico, superficiale. Un discorso ben più ampio che bene sappiamo. Ci sono talmente pochi momenti in cui una persona si trova con se stessa, è come se una continua distrazione ci impedisse di farlo. Più che a trovare contenuti si pensa a farli, più che a chiedere qualcosa a noi stessi si chiede a un motore di ricerca. E’ difficile oggigiorno anche saper osservare un’opera d’arte o trarne da esse il giusto nutrimento. Riappropriarsi del proprio tempo è trovare il proprio equilibrio estetico. Una delle prime cose che ho appuntato sul mio taccuino è bisogna fare delle opere che quando te ne vai ti deve dispiacere.
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