06 Marzo 2026
Denis Curti, curatore della mostra "100 fotografie per ereditare il mondo", è stato intervistato daIl Giornale d'Italiain occasione della presentazione della mostra al Mudec di Milano. Nell’intervista ha messo a fuoco come gran parte del materiale provenga da importanti collezioni fotografiche italiane.
Da dove nasce l’idea di questa mostra?
L’idea di questa mostra che si chiama “ 100 fotografie per ereditare il mondo” nasce da una pubblicazione che abbiamo fatto con 24 Ore Cultura circa tre anni fa e che si intitola “ Le 100 fotografie che sconvolsero il mondo”. Abbiamo deciso di ripartire da lì e di fare una seconda puntata cambiando un po’ le regole del gioco e soprattutto le fotografie. Abbiamo esplorato attraverso grandi collezioni fotografiche italiane, da cui collezionisti italiani ci hanno prestato delle opere molto preziose e abbiamo tentato una declinazione attraverso cinque differenti sezioni proprio per capire cosa dobbiamo guardare e a cosa dobbiamo guardare per ereditare il mondo. È un mondo che necessita di essere ereditato, di essere preso, bisogna prendersi cura di noi stessi e di questo mondo soprattutto nel momento critico che stiamo vivendo.
Come la fotografia è una forma d’arte ancora contemporanea?
La fotografia è considerata una forma d’arte a tutto campo. Ci sono musei in tutto il mondo che affiancano opere storiche pittoriche e sculture con la fotografia. Ormai possiamo uscire tranquillamente da questo pregiudizio. Questi fotografi e queste fotografe che ci raccontano di un mondo da ereditare, lo hanno fatto partendo da un’idea molto precisa, che è questa: noi vediamo solo quello che conosciamo. Sono quindi tutte fotografie ricche di grande consapevolezza. Penso all’immagine che abbiamo avuto in prestito dalla Fondazione di Lee Miller, la vasca del Führer, un’immagine conosciuta da tutti, dove paradossalmente non è Lee Miller la fotografa perché Lee Miller è il soggetto della fotografia. È lei che si spoglia dei vestiti di fango ma anche dalla polvere, dall’odore della morte di questa terribile esperienza che è stato l’Olocausto e chiede a qualcuno di scattare una foto a lei. Non è così importante chi scatta la foto ma il pensiero che sta intorno a questa fotografia. Fare click è importante ma, come ha detto Marcel Duchamp, conta di più il progetto dell’opera
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