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Tra secolarizzazione, regressione simbolica e consumo ritualizzato

Epifania moderna: la sovrapposizione del folklore pre-cristiano sul cristianesimo, lo sdoganamento consumistico della Befana e della calza che insieme a Babbo Natale cancellano il significato profondo del Natale.

Dalla nascita e dalla manifestazione spirituale alla festa dell’infanzia permanente: come l’immaginario collettivo ha sostituito il senso con l’atmosfera e la rivelazione con il consumo

06 Gennaio 2026

Epifania moderna: la sovrapposizione del folklore pre-cristiano sul cristianesimo, lo sdoganamento consumistico della Befana e della calza che insieme a Babbo Natale cancellano il significato profondo

C’è un equivoco profondo che attraversa il modo contemporaneo di vivere il Natale e l’Epifania. Non è un equivoco morale né nostalgico, ma culturale, spirituale e psicologico. Per comprenderlo davvero non bisogna partire dalle luci, dalle canzoni o dal consumo, ma da una parola che oggi pronunciamo con estrema leggerezza: Natale.

Natale deriva dal latino natalis, da nasci ossia nascere. Non indica una festa, un’atmosfera o un sentimento, ma un fatto preciso: una nascita spirituale ed evolutiva per tutta l'umanità, cioè l’ingresso reale e irreversibile di qualcosa di unico nel mondo. Una nascita di per sè non è mai neutra, non è mai ciclica, non è mai reversibile. Dopo una nascita, anche se tutto sembra uguale, nulla è più esattamente come prima.

Ed è qui che si apre la frattura con il Natale così come oggi viene vissuto. Il Natale contemporaneo è perfettamente ripetibile,  ritorna ogni anno identico a se stesso, è programmabile, è prevedibile, è consumabile. Nulla nasce davvero, nulla resta, nulla obbliga a un prima e a un dopo. Il Natale ha conservato il nome, ma ha progressivamente smarrito il significato di natalis.

Nel suo senso originario, il Natale cristiano non è mai stato una celebrazione sentimentale né un generico invito alla bontà. È stato, al contrario, un evento spirituale radicale, persino disturbante: l’affermazione che il senso ultimo della realtà non si fonda sulla forza, sulla coercizione, sul dominio, né sul possesso dei beni materiali o sulla ricchezza economica. Il cuore del messaggio cristiano natalizio è altrove: nel Regno dei Cieli che è dentro ciascun essere umano, accessibile non attraverso il potere o l’accumulo, ma attraverso una trasformazione interiore profonda.

Quel Regno, secondo l’insegnamento di Gesù, è riservato ai puri di cuore, a coloro che percorrono la via del perdono, della purificazione interiore e della verità vissuta. Gesù non si presenta come fondatore di un ordine esteriore, ma come custode della “porta stretta” interiore, quella soglia della coscienza oltre la quale l’uomo cessa di identificarsi con l’ego, con il possesso e con la violenza, per accedere a una dimensione spirituale autentica. In questo senso, il Natale non annuncia un conforto, ma una rivoluzione silenziosa: non solo un cambiamento delle strutture del mondo, ma dell’uomo stesso.

Per questo il Natale, preso sul serio, non consola l’ordine del mondo: lo mette in questione. Ed è proprio questa carica che la modernità avanzata non ha potuto sostenere senza neutralizzarla. L’evento è diventato atmosfera, la nascita emozione, la discontinuità rituale un ciclo emotivo rassicurante.

In questo contesto si comprende anche il ruolo decisivo dell’immaginario musicale natalizio novecentesco, soprattutto di matrice americana, che ha contribuito in modo determinante alla trasformazione del Natale in atmosfera emotiva globale. Non è un dettaglio secondario il fatto chela quasi totalità delle canzoni natalizie più celebri del Novecento, quelle che ancora oggi definiscono il “suono” del Natale nel mondo, siano state composte da autori di origine ebraica. Non si tratta di un giudizio di valore né di una polemica identitaria, ma di un dato culturale preciso, che aiuta a comprendere la natura del Natale che esse raccontano.

Quelle canzoni non nascono infatti come espressione di un’esperienza spirituale cristiana della nascita, ma all’interno dell’industria culturale americana, in un contesto laico, pluralista e commerciale. Raccontano un Natale universalizzato, nostalgico, domestico, emotivo: la neve, la casa, l’infanzia, il sentimento, l’attesa rassicurante. Un Natale che non interpella, non chiede trasformazione, non produce conseguenze interiori. Proprio per questo è perfettamente compatibile con il mercato globale e infinitamente riproducibile.A questo punto la domanda diventa inevitabile: che senso ha augurare “Buon Natale”? Se è una formula sociale, significa poco più di un auspicio di comfort temporaneo. Ma se si prende sul serio la parola, augurare Buon Natale significa augurare che qualcosa nasca davvero nel profondo dell’anima . Ed è un augurio tutt’altro che innocuo, perché una nascita reale chiede trasformazione.

Ed è qui che entra in gioco l’Epifania. Se il Natale è la nascita, l’Epifania è la manifestazione. È il momento in cui ciò che è nato chiede di essere riconosciuto, ma soprattutto assunto interiormente. Senza Epifania, il Natale resta incompiuto. Una nascita che non si manifesta non trasforma nulla.

Nell’insegnamento di Shri Mataji Nirmala Devi la Madre Divina, espresso con chiarezza nel discorso del 25 dicembre 1981 a Londra, l’Epifania assume un significato radicale atteso che i Re Magi non sono, descritti come semplici simboli o saggi orientali, ma Shri Brahma, Shri Vishnu e Shri Shiva, le tre grandi potenze divine, apparse sulla terra per rendere omaggio all’incarnazione del Cristo. Non una scena poetica, ma un atto cosmico di riconoscimento da parte della dimensione divina universale la quale attesta che ciò che è nato nella mangiatoia è un evento centrale nell’evoluzione della coscienza spirituale umana.

Il fatto che questo riconoscimento avvenga nel luogo più umile rafforza il messaggio secondo il quale la verità non si manifesta attraverso il potere, ma attraverso la semplicità e l’umiltà assoluta. Solo una coscienza oltre l’ego umano può riconoscere un’incarnazione. Per questo l’Epifania è sempre stata la festa più esigente.

Ed è forse proprio per questo che, almeno in Italia, l’Epifania ha subito una sorte particolare. Qui la cultura pre-cristiana non è stata semplicemente integrata nel cristianesimo, ma ha finito per prevalere, contaminandolo fino a oscurarne il significato stesso. La figura della Befana affonda le sue radici nei riti agrari pagani di fine ciclo dell’anno: una figura femminile anziana che rappresenta il tempo che muore e che, prima di scomparire, distribuisce doni propiziatori. Con il Cristianesimo questi riti non vengono eliminati, ma assorbiti e, apparentemente, neutralizzati. Il nome stesso “Befana” nasce da una deformazione popolare di “Epifania”, segno evidente di una sovrapposizione che, nel tempo, ha prodotto una sostituzione.

La calza appesa al camino è un simbolo arcaico di accoglienza e passaggio, un contenitore che attende un dono per l’anno che nasce. Ma ciò che nei secoli aveva ancora una densità simbolica, in età moderna viene definitivamente infantilizzato. Tra Ottocento e Novecento, con la società dei consumi, la Befana perde ogni residuo di significato, la calza diventa semplice contenitore di dolci, e l’Epifania si riduce alla “fine delle feste”.

In Italia, più che altrove, la festa della manifestazione viene così completamente oscurata. Non più rivelazione, ma intrattenimento. Non più riconoscimento, ma distrazione. Quando si dice che “l’Epifania tutte le feste porta via”, forse non porta via le feste, ma la possibilità stessa di comprendere che la Nascita di Gesù possa ancora manifestarsi come evento reale dentro ciascuno di noi.

A questo punto emerge un livello ancora più profondo, raramente esplicitato: il livello psicologico. Tutti siamo stati bambini. E il bambino vive il mondo attraverso una grammatica semplice e potentissima costituita da tre momenti fondamentali rappresentati da : attesa, premio, gratificazione. Il dono, quindi, non è un oggetto qualsiasi, ma una conferma affettiva, un segnale di riconoscimento, una risposta all’ansia dell’attesa. Questo imprinting infantile resta inscritto nella psiche adulta molto più di quanto si voglia ammettere.

Le feste fondate sul dono parlano direttamente a questa memoria profonda. Ed è proprio per questo che funzionano così bene emotivamente e così male criticamente. Quando viene riattivato lo schema infantile del regalo, l’adulto tende a sospendere il pensiero critico e a regredire inconsapevolmente a una posizione di attesa e gratificazione. È una regressione funzionale: temporaneamente rassicurante, ma culturalmente paralizzante.

L’Epifania, che richiederebbe maturità simbolica, manifestazione, rivelazione, discernimento, viene così bloccata a uno stadio infantile permanente. Il bambino non cerca il senso: attende la calza. E l’adulto che resta agganciato a questo schema fatica a interrogarsi su ciò che dovrebbe essere rivelato, sia in senso cristiano sia in senso pagano.

Il consumismo, pertanto, non inventa nulla bensì occupa uno spazio già predisposto dalla psiche. Il dono diventa merce, l’attesa marketing, la gratificazione consumo. In questo schema non c’è spazio per il pensiero critico, perché il pensiero critico interrompe il piacere dell’attesa. Così la regressione psicologica, il folklore pre-cristiano e il mercato moderno si saldano perfettamente, fino a produrre una festa che non chiede nulla e non rivela nulla.

Alla luce delle riflessioni che precedono Natale ed Epifania, insieme, non pongono soltanto la domanda su chi è Colui che è nato. Pongono una domanda molto più esigente: siamo ancora capaci di seguirLo autenticamente? Siamo in grado di sentirLo riflesso dentro ciascuno di noi, come esperienza reale e non come immagine esteriore?

Riconoscere non basta. Si può riconoscere un simbolo senza che nulla cambi dentro di noi stessi. Seguire, invece, implica trasformazione. Non imitazione esteriore, ma assunzione interiore. Non solo devozione affettiva esteriore, ma incarnazione interiore, dentro sè stessi. Significa lasciare che quella nascita produca una realtà nuova dentro l’essere umano: che la semplicità e l’umiltà diventi stato interiore, che la pace non sia un augurio ma una condizione vissuta, che il rifiuto del potere come fondamento del senso diventi pratica quotidiana insieme al perdono, che la seconda nascita interiore ci consenta di vivere la realtà spirituale che Gesù definiva con il termine: il Regno dei Cieli è dentro di voi, durante la vostra vita terrena non dopo la morte fisica.

Forse, a questo punto, la domanda non è più come l’Epifania venga festeggiata, ma come avrebbe senso che lo fosse. Un Natale ed un’Epifania autentica non chiede doni, ma chiarezza spirituale. Non chiede attesa, ma attuazione della seconda nascita spirituale interiore. Non chiede di ricevere, ma di riconoscere lo Spirito come la nostra natura eterna ed immanente. È il momento in cui le atmosfere si spengono e resta solo ciò che è reale, Dio interiormente risvegliato .

In questa luce, l’Epifania non è solo una festa da aggiungere al calendario, ma un passaggio di stato. Il momento in cui si smette di essere spettatori e si diventa partecipi. Il momento in cui non basta più ricordare, celebrare o augurare, ma seguire autenticamente dentro sè stessi ciò che si è manifestato nel mondo 2026 anni fà, fino a sentirlo riflesso dentro di sé come esperienza viva.

In fondo, il Natale e l’Epifania non chiedono di tornare bambini nel senso di regressione infantile. Chiedono, semmai, di diventare finalmente adulti abbastanza da sostenere la verità di una nascita che non è solo accaduta, ma che potenzialmente può ancora manifestarsi dentro ciascuno di noi.

La differenza, in fondo, non è di tradizione, né di fede. È, ancora una volta, una differenza di realtà vissuta interiormente.

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