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PwC Italia, Andrea Toselli: "l’Italia registra livelli di competenze digitali molto basse rispetto alla media UE”

PwC Italia: al via “Tecnologia e nuovo umanesimo” del ciclo "Italia 2022: Persone, Lavoro, Impresa" con focus su tecnologia e nuovo umanesimo. Andrea Toselli, Presidente e AD di PwC Italia : “L’umanesimo digitale non guarda alla tecnologia come un sistema invasivo pronto a sostituire le persone, il loro lavoro e le loro dinamiche sociali, ma come un’occasione di miglioramento del nostro intero sistema”

08 Giugno 2022

PwC Italia, Andrea Toselli: "l’Italia registra livelli di competenze digitali molto basse rispetto alla media UE”

“Tecnologia e nuovo umanesimo” è il tema chiave dell’incontro di questa mattina promosso da PwC Italia del ciclo “Italia 2022: Persone, Lavoro, Impresa”, piattaforma di dialogo con i massimi esponenti del mondo delle istituzioni, della finanza e dell’impresa lanciata in collaborazione con il gruppo editoriale GEDI.

Al centro del dibattito con il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, è stato il processo di digitalizzazione, accelerato dalla pandemia ma in atto da decenni, che ha impattato tanto sul tessuto imprenditoriale quanto sulle dinamiche umane.

 All’evento sono intervenuti Andrea Toselli, Presidente e Amministratore Delegato PwC Italia, Fabio Vaccarono - Presidente e Amministratore Delegato Gruppo Multiversity, Federico Marchetti – Imprenditore tecnologico e Presidente della Sustainable Market Initiative Taskforce del Principe Carlo d’Inghilterra, Alessandro Grandinetti - Partner PwC Italia, Clients and Markets Leader, Alessandro Caridi - Partner PwC Italia, PwC Digital Innovation Leader, Anna Ruzzene - Partner PwC Italia, Finance Transformation, Alessandro De Angelis, Vicedirettore, HuffPost e Francesco Bei, Vicedirettore La Repubblica.

In questa nuova epoca di rivoluzione digitale, la tecnologia va progettata in base ai nostri bisogni e deve supportare le persone, le imprese e le Istituzioni nella loro quotidianità. Obiettivo dell’Umanesimo Digitale, è mettere le persone al centro del progresso tecnologico.

Andrea Toselli, Presidente e AD di PwC Italia spiega: “L’umanesimo digitale non guarda alla tecnologia come un sistema invasivo pronto a sostituire le persone, il loro lavoro e le loro dinamiche sociali, ma come un’occasione di miglioramento del nostro intero sistema”.

Nel 2021, l'Italia si colloca al 20º posto fra i 27 Stati membri dell'UE per indice di digitalizzazione dell'economia e della società (DESI). Tuttavia, il Paese ha compiuto alcuni progressi in termini sia di copertura che di diffusione delle reti di connettività specialmente dalle imprese: l'Italia sale in 10° posizione considerando unicamente la digitalizzazione delle imprese, registrando un punteggio superiore a quello della media UE-27.

Il 69% delle PMI italiane ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale (60% la media UE27). Inoltre, quasi la totalità delle imprese italiane (95%) utilizza la fatturazione elettronica (quasi tre volte più che in UE) e oltre un terzo (38%) utilizza servizi cloud (a confronto con il 26% a livello UE).

L’Italia rimane tuttavia debole nell’ambito dei big data (utilizzati dal 9% delle imprese italiane rispetto ad una media Ue del 14%) e dell'impiego dell’intelligenza artificiale (18% contro 25%). Sotto la media UE c'è anche la diffusione dell’e-commerce (9% imprese in Italia vs 12% in Ue) e l’uso dell’ICT per la sostenibilità ambientale (60% vs 66%).

Il PNRR interviene con misure chiave per garantire la transizione digitale dell’Italia, destinando 6,7 miliardi di euro saranno diretti allo sviluppo delle reti a banda ultra larga e 5G, 6 miliardi per la riforma della PA mentre ben 13,4 miliardi per la Digitalizzazione delle imprese che prevede il sostegno all’adozione delle tecnologie. Inoltre, solo l’attuazione del piano creerà una domanda di lavoratori con competenze digitali di circa 200mila unità.

“L’aspetto più preoccupante ad oggi– spiega Andrea Toselli - è il significativo ritardo in termini di capitale umano: l’Italia registra livelli di competenze digitali di base e avanzate molto basse rispetto alla media UE”. Tale dato è spiegabile anche dalla bassa percentuale di forza lavoro impiegata nei settori cosiddetti “high-tech”, che impiegano tecnologie avanzate (cloud, IA, robotica e software). In Italia, solo il 7,4% della forza lavoro è impiegata in questi settori (contro il 10,9% della Germania e il 6,6% della Francia).

Formazione: l'Italia è al di sotto della media globale per livello di competenze digitali

Occorrerà formare le nuove generazioni perché siano pronte ad accogliere tempestivamente il cambiamento. Lo scarso numero di laureati in discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è particolarmente marcato in Italia. Nonostante il mercato del lavoro in questo settore garantisca un alto livello di occupazione, i datori di lavoro faticano a trovare profili specializzati. I laureati in queste discipline tra i 25 e i 34 anni si attestava nel 2020 intorno al 24,9%, la percentuale sale al 36,8% tra gli uomini e scende al 17,0% tra le donne. Un valore distante dal livello francese (26,8%), spagnolo (27,5%) e tedesco (32,2%).

Stando ai dati pubblicati dal Digital Skills Index di Salesforce il nostro Paese è al di sotto della media globale per livello di competenze digitali, con un punteggio di 25/100 (vs 33/100 media globale). Secondo l’indice europeo DESI, solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede perlomeno competenze digitali di base (56 % nell'UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (31% nell'UE). La percentuale di specialisti ICT in Italia è pari al 3,6% dell'occupazione totale, ancora al di sotto della media UE (4,3 %). Solo l'1,3% dei laureati italiani sceglie discipline ICT, un dato ben al di sotto della media UE.

Il PNRR, attraverso l’istituzione del fondo “Repubblica Digitale”, prevede 250 milioni di euro destinati ad iniziative di formazione digitale per il superamento del digital divide. L’obiettivo è quello di raggiungere il target previsto dall’Europa, con il 70% di cittadini digitalmente abili entro il 2026.

Smart working e impatti della digitalizzazione sull’occupazione

Il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino dello Smart Working, al contrario, al termine della pandemia le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati: si stimano che al termine della pandemia saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle PMI, 970mila nelle microimprese e 680mila nella PA) con formule ibride: in media 3 giornate “agili” nelle grandi aziende, 2 nelle PA.

Come emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di PwC Italia, per cogliere tutti i benefici della digitalizzazione applicata al mondo del lavoro serve l’impegno di tutti i soggetti coinvolti. Alle organizzazioni spetta il compito di portare avanti progetti coraggiosi, lavorando su policy, tecnologie, spazi di lavoro e stili di leadership; i lavoratori devono allenare skill più adeguate alle nuove modalità di lavoro ibrido; i policy maker devono accompagnare questa trasformazione a meccanismi d’incentivazione semplici e funzionali.

Entro il 2030 i processi di digitalizzazione e automazione porteranno alla perdita, a livello globale, di circa 85 milioni di posti di lavoro, tuttavia più che compensati dall’emergere di nuove opportunità lavorative oggi non esistenti (+97 milioni), soprattutto nel campo della green economy, dell'economia dei dati, dell’AI, del cloud computing e dell’innovazione di prodotto.

Tuttavia, secondo il World Economic Forum, la diversa velocità con cui i due trend esplicheranno i loro effetti porterà ad una perdita netta di posti di lavoro, dovuta ad un rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro. Dunque, anche se la transizione digitale creerà nuove opportunità lavorative, potrebbe avere nel breve termine effetti negativi dal punto di vista occupazionale. In Italia, la quota di lavoratori e lavoratrici ad alto rischio di rimpiazzo tecnologico nei prossimi anni varia tra il 33% (7,12 milioni di persone) e il 18% (3,87 milioni), a fronte dei nuovi posti di lavoro creati grazie alla transizione digitale (tra 886mila e i 924mila nuovi posti di lavoro).

Oltre all’impatto occupazionale, il fenomeno della digitalizzazione influisce anche sulla qualità della vita dei lavoratori. Nel complesso lo Smart Working ha avuto un effetto positivo per i dipendenti: per il 39% è migliorato il proprio equilibrio vita personale-lavoro, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa forzato hanno anche avuto alcune ripercussioni negative. Il tecnostress ha interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart worker (28% contro il 22% degli altri dipendenti), donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori).

L’utilizzo dello Smart Working porta benefici sia alle organizzazioni sia ai lavoratori, anche in termini di maggiore sostenibilità sociale e ambientale: secondo le stime il suo utilizzo ai livelli previsti dopo la pandemia comporterà minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa potrebbe comportare significativi risparmi di tempo e risorse per gli spostamenti: 123 ore l’anno e €1.450 in meno per ogni lavoratore che usi l’automobile per recarsi in ufficio. Il rovescio della medaglia consiste nell'impatto climatico che queste generano. Si stima che l’uso di strumenti e tecnologie ICT generi 1.100 MtCO2 ogni anno, ovvero il 3% delle emissioni globali. Il contributo del digitale entro il 2025 sarà pari all’8,5% delle emissioni totali globali, un livello pari alla CO2 prodotta da tutti i veicoli leggeri in circolazione[8]. Nel caso dell’Italia la CO2 prodotta dal “digitale” ammonta a 10,1 MtCO2.

Andrea Toselli ha concluso: “Occorre ragionare sempre in ottica di innovazione tecnologica al servizio dell’uomo considerando con grande attenzione i benefici e svantaggi che il fenomeno può comportare per il nostro sistema. Dallo Smart Working al risparmio sostenibile, dalla sburocratizzazione alle intelligenze artificiali applicate ai sistemi produttivi: nell’era dell’umanesimo digitale è fondamentale ricordare di tenere le persone al centro. Il lavoro nella service economy deve quindi necessariamente prevedere nuove e più funzionali formule di riorganizzazione finalizzate ad accrescere la produttività e la redditività del dipendente, e dunque della stessa impresa”.

Fabio Vaccarono: "L'Italia vive un ritardo digitale e culturale. Ci sono 12 milioni di diplomati che non hanno mai pensato di iscriversi all’università"

Fabio Vaccarono - Presidente e Amministratore Delegato Gruppo Multiversity ha affermato: “L’Italia vive un fortissimo ritardo rispetto ai paesi industrializzati. Un ritardo digitale e culturale. Ci sono 12 milioni di diplomati che non hanno mai pensato di iscriversi all’università e il giorno di Codogno un italiano su 4 non era mai andato su internet. Innovazione e formazione sono le parole chiave per colmare questo divario. Siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica che richiede una riconversione del capitale umano per restare competitivi ed essere pronti alle sfide del futuro. Le università devono essere il cuore di questa trasformazione, perché il digitale va imparato immersivamente e non solo da un punto di vista teorico. Per questo, proprio chi ricerca e trasferisce competenze a coloro che saranno i professionisti e i cittadini di domani, non può che essere digital first”.

 

 

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