Martedì, 03 Febbraio 2026

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

La deterrenza che non c’è: Iran, Israele e il paradosso strategico di un mondo che scivola verso la guerra

Tra escalation controllata, appeasement permanente e assenza di deterrenza credibile, il caso iraniano rivela le contraddizioni di un ordine globale sempre più instabile

03 Febbraio 2026

La deterrenza che non c’è: Iran, Israele e il paradosso strategico di un mondo che scivola verso la guerra

Fonte: Pixabay

Dodici giorni che raccontano più di una guerra

Il breve conflitto dei cosiddetti “dodici giorni” tra Israele e Iran è stato letto da molti analisti occidentali come una vittoria tattica israeliana. Eppure, un dato resta difficilmente contestabile: se davvero Teheran fosse stata privata delle sue capacità offensive decisive, Tel Aviv non avrebbe avuto alcun interesse a spingere per un cessate il fuoco. Al contrario, la dinamica reale suggerisce che lo scontro prolungato avrebbe eroso più rapidamente le capacità difensive israeliane, rendendo l’escalation controproducente.

Il nodo irrisolto della “minaccia iraniana”

Da un punto di vista strettamente geopolitico, Israele dispone di sole due strade teoriche per neutralizzare in modo definitivo l’Iran: la cooptazione delle élite, sul modello del 1953, oppure la frammentazione etnica tramite forze ausiliarie regionali. Entrambe le opzioni appaiono oggi altamente improbabili. La storia dimostra che un Iran territorialmente integro resta un attore regionale strutturalmente insopprimibile, come già emerso dal fallimento strategico dei tentativi di ingegneria politica statunitensi del 1953 e del 1979.

Perché Teheran non ha seguito la “via nordcoreana”

Una delle domande centrali riguarda l’assenza di una deterrenza nucleare pienamente credibile da parte iraniana. L’Iran dispone di risorse, capitale umano e competenze scientifiche superiori a quelle della Corea del Nord, eppure non ha sviluppato una filiera militare completa, dall’elettronica avanzata ai propellenti strategici. Una possibile spiegazione risiede nel peso di una élite clericale-borghese, fortemente integrata nell’economia globale e strutturalmente refrattaria a una rottura irreversibile con l’Occidente.

L’appeasement come strategia di sopravvivenza

Il costante ricorso iraniano all’appeasement non è solo frutto di debolezza, ma anche di calcolo politico interno. Una guerra aperta rafforzerebbe inevitabilmente le componenti nazional-popolari, mettendo in discussione gli equilibri di potere consolidati. A ciò si aggiungono le pressioni di Russia e Cina, interessate a ritardare il più possibile una guerra sistemica che metterebbe a rischio la stabilità globale e, nel caso cinese, l’intera architettura della globalizzazione.

Il paradosso della deterrenza assente

Tuttavia, questo continuo rinvio del confronto produce un effetto perverso: l’erosione della deterrenza. Se a ogni provocazione la risposta è la ricerca di un accordo, l’avversario sarà incentivato a colpire ancora, regolando l’intensità dell’aggressione esclusivamente secondo i propri interessi. È questo il vero paradosso: il mondo non scivola verso la guerra per eccesso di deterrenza, ma per la sua mancanza strutturale.

La lezione della deterrenza nucleare

La deterrenza nucleare, per quanto moralmente problematica, resta l’unica ad aver mostrato una certa efficacia storica. Non perché abbia garantito la pace, ma perché ha imposto limiti alla guerra totale tra grandi potenze. Gli Stati Uniti non attaccano direttamente Russia e Cina proprio per questo motivo. L’Iran, privo di tale ombrello, resta invece un bersaglio potenzialmente aggredibile.

Quando il mondo è stato salvato dal caso

La lunga sequenza di incidenti nucleari della Guerra Fredda – dalla crisi di Cuba agli allarmi informatici, fino ai casi Petrov e Able Archer – dimostra che l’umanità è sopravvissuta più per fortuna che per saggezza strategica. Errori tecnici, malintesi e disobbedienze individuali hanno evitato l’apocalisse. Un dato che dovrebbe indurre alla massima prudenza chi oggi invoca nuove corse al riarmo.

Il caso iraniano è emblematico di un sistema internazionale in cui la deterrenza selettiva protegge alcuni attori e ne espone altri. In assenza di un riequilibrio serio, il rischio non è la pace instabile, ma una guerra sistemica innescata per errore o calcolo sbagliato. E come la storia insegna, affidarsi alla fortuna è una strategia che prima o poi presenta il conto.

 

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Articoli Recenti

x