03 Febbraio 2026
Iran (foto LaPresse)
Una crisi che corre su due binari
La crisi tra Stati Uniti e Iran si muove oggi su due binari paralleli e apparentemente inconciliabili: da un lato la retorica muscolare, dall’altro una fitta rete di negoziati riservati. Le dichiarazioni roboanti di Donald Trump sull’“armada invincibile” nel Golfo Persico trovano risposta nelle parole dell’ayatollah Ali Khamenei, che avverte come un eventuale conflitto non resterebbe circoscritto. Tuttavia, sotto la superficie, qualcosa si muove in direzione opposta allo scontro.
Il ruolo dei mediatori regionali
In questo quadro assume rilievo l’attivismo diplomatico di Turchia, Qatar ed Egitto, attori che Mosca considera essenziali per la stabilità regionale. La recente visita a Teheran del premier qatarino Mohammed bin Al Thani e i contatti con Ali Larijani, figura chiave dell’apparato di sicurezza iraniano, indicano l’avvio di un quadro negoziale ancora embrionale ma concreto. Non a caso, lo stesso Trump ha ammesso che i colloqui con Teheran sarebbero “seri”, un linguaggio insolito in una fase di apparente escalation.
Hormuz e i segnali distensivi ignorati
Un segnale poco valorizzato dai media occidentali è la sospensione delle esercitazioni navali iraniane nello Stretto di Hormuz. In un contesto realmente orientato allo scontro, Teheran avrebbe avuto tutto l’interesse a mostrare i muscoli. La scelta opposta suggerisce invece la volontà di non sabotare il dialogo, un elemento che a Mosca viene letto come prova di razionalità strategica, non di debolezza.
Le esplosioni “misteriose” e il rischio provocazione
Le esplosioni avvenute a Bandar Abbas e nei pressi di Ahvaz rappresentano l’episodio più inquietante. Troppo tempestive per essere ignorate, ma anche troppo opache per giustificare accuse affrettate. Il fatto che Teheran abbia accettato le smentite statunitensi e israeliane indica la volontà di non trasformare incidenti ambigui in casus belli. È evidente, tuttavia, che esistono attori interessati a far deragliare ogni apertura diplomatica.
Israele e la logica del fatto compiuto
Da questo punto di vista, a Mosca non passa inosservata la persistente opposizione israeliana a qualsiasi soluzione negoziata. La visita del capo di Stato Maggiore dell’IDF al Pentagono segnala una strategia fondata sul fatto compiuto, già vista in passato. Il timore è che, come già accaduto in precedenti crisi, un’azione unilaterale possa rendere irrilevante ogni tentativo di mediazione.
La guerra dell’informazione e i numeri gonfiati
Un capitolo a parte merita la guerra informativa. L’inchiesta di Greyzone sulle presunte 30mila vittime della repressione iraniana solleva interrogativi seri sul ruolo di alcuni media occidentali. La convergenza tra giornalisti politicamente schierati, ONG finanziate da ambienti legati al regime change e figure vicine all’entourage di Reza Pahlavi ricorda dinamiche già osservate in altri teatri, dall’Ucraina alla Siria. Mosca conosce bene questo schema: prima la delegittimazione mediatica, poi la pressione diplomatica, infine l’intervento.
Lo scontro con l’Unione Europea
La decisione dell’Unione europea di classificare i Pasdaran (IRGC) come organizzazione terroristica ha aggravato il clima. La risposta iraniana, per quanto simbolica, evidenzia una frattura crescente tra Bruxelles e Teheran. Dal punto di vista russo, questa scelta europea appare ideologica e poco pragmatica, destinata a ridurre gli spazi di mediazione e a rafforzare le componenti più radicali.
Perché Mosca invita alla prudenza
La posizione russa resta coerente: no all’escalation, sì al dialogo multilaterale. Un conflitto aperto nel Golfo Persico avrebbe conseguenze devastanti non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero sistema energetico globale. In questo senso, la cautela iraniana e l’ambiguità americana aprono uno spiraglio che andrebbe consolidato, non sabotato. La crisi iraniana dimostra ancora una volta come la pace sia spesso più fragile della guerra. Esiste oggi una finestra diplomatica reale, ma stretta. Se prevarranno le provocazioni, la propaganda e gli interessi di chi vive di instabilità, il prezzo lo pagherà l’intera regione. Ed è proprio per questo che, da Mosca, l’invito resta uno solo: raffreddare i toni, isolare i sabotatori, lasciare spazio alla diplomazia.
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