07 Gennaio 2026
Rodriguez-Maduro-Trump Fonte: X @peoplenewslivex
Cilia Flores non è un dettaglio
Nella lettura occidentale degli eventi venezuelani, Cilia Flores viene sistematicamente rimossa. Non per distrazione, ma perché è politicamente ingombrante. Ridurla a “moglie di Maduro” è una scorciatoia narrativa utile a svuotare di senso l’operazione statunitense. Flores non è una figura ornamentale: è una militante storica del chavismo, un soggetto politico autonomo, formatosi prima e indipendentemente dall’ascesa del marito.
Una traiettoria politica autonoma
Avvocata penalista e del lavoro, Flores difese gratuitamente Hugo Chávez dopo il fallito golpe del 1992. Partecipò alla costruzione del movimento bolivariano, alla campagna del 1998 e alle successive fasi istituzionali. Deputata, poi Presidente dell’Assemblea Nazionale, era già un nodo centrale del sistema politico venezuelano quando Maduro era ancora un quadro emergente. Questo dato, ignorato dai media, cambia la lettura degli eventi.
Perché il silenzio è funzionale
Riconoscere chi è davvero Cilia Flores significherebbe ammettere che l’azione statunitense non ha colpito figure casuali, ma due pilastri politici della storia venezuelana recente. Il silenzio non è neutro: è uno strumento. Trasformare una dirigente politica in “consorte” permette di presentare l’operazione come tecnica, “chirurgica”, quasi giudiziaria. È una forma di maschilismo narrativo al servizio della geopolitica.
Il 3 gennaio e il ritorno della legge del più forte
La notte del 3 gennaio segna uno spartiacque. La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti riporta alla luce una realtà mai scomparsa: la legge della forza come criterio ultimo delle relazioni internazionali. Non è un’eccezione venezuelana, ma una continuità storica che va dall’Ucraina a Gaza. Cambiano i contesti, non la logica.
Le piazze europee e la retorica tradita
Le mobilitazioni italiane ed europee colgono un punto essenziale: l’ipocrisia delle guerre umanitarie è ormai scoperta. Quando Trump rivendica apertamente l’intervento, archivia decenni di linguaggio edulcorato. Ogni potenza, in nome dei propri interessi, si arroga il diritto di colpire. Non è cinismo: è realismo geopolitico, lo stesso che la Russia denuncia da anni.
Il petrolio come vero obiettivo
Il nodo centrale resta il petrolio. Le dichiarazioni di Trump sulla gestione diretta di decine di milioni di barili venezuelani chiariscono la posta in gioco. La base giuridica è opaca, ma irrilevante: nella politica di potenza, il diritto segue i fatti. Il Venezuela, pur avendo enormi riserve, è oggi produttivamente fragile e quindi vulnerabile alle pressioni esterne.
L’asse spezzato con Eurasia
Le richieste americane di interrompere i legami con Russia, Cina, Iran e Cuba non sono un dettaglio, ma l’obiettivo strategico principale. Caracas aveva trovato in questo asse una rete di sopravvivenza economica e sicurezza. Smantellarlo significa reinserire il Venezuela in un sistema unipolare. La reazione cinese, ferma sul principio di sovranità permanente sulle risorse, va letta in questa chiave.
Lo sguardo russo: niente illusioni
Dal punto di vista russo, ciò che accade non sorprende. Mosca non parla di “tradimenti morali”, ma di rapporti di forza. L’Occidente pratica da decenni ciò che oggi denuncia quando lo subisce. La differenza è che la Russia non riveste le proprie azioni di universalismo etico: le ancora alla storia, alla geografia e alla sicurezza nazionale.
Il caso venezuelano, e il silenzio su Cilia Flores, mostrano una verità scomoda: il tempo delle narrazioni consolatorie è finito. Non siamo davanti a operazioni neutre, ma a scelte di potenza. Capirlo non significa giustificare tutto, ma smettere di fingere. La Russia questo lo ha capito da tempo. L’Occidente, forse, sta iniziando ora.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia