08 Gennaio 2026
Cina (Pixabay)
Una nota cinese che pesa più di mille proclami
Il rifiuto formale della Cina della dottrina statunitense delle zone di influenza non è un dettaglio retorico, ma un atto politico di grande portata. Pechino lo ha fatto con gli strumenti che le sono propri: una nota diplomatica, misurata e istituzionale. Non slogan, non invettive social, ma una presa di posizione che tocca il cuore delle relazioni internazionali contemporanee.
Un dissenso che va oltre la Guerra Fredda
Durante la Guerra Fredda, pur nella contrapposizione ideologica totale, Stati Uniti e Unione Sovietica condividevano un presupposto: l’accettazione di un mondo diviso in blocchi, secondo un equilibrio uscito da Yalta. Oggi, invece, due delle tre grandi potenze globali – Washington e Pechino – divergono su un principio fondante dell’ordine mondiale. Questa incompatibilità strutturale è assai più destabilizzante.
Globalizzazione contro neo-feudalesimo
La posizione cinese non è “anti-globale”, ma difende una globalizzazione multipolare, decentrata, priva di un centro egemonico unico. Gli Stati Uniti, al contrario, sembrano oggi orientati verso un modello di aree di influenza riconosciute, o meglio: unilateralmente dichiarate. Ne emerge un assetto neo-imperiale, dove esistono Stati formalmente sovrani ma sostanzialmente vassalli, con autonomia esterna limitata.
La fine dell’ordine westfaliano
Un simile modello segna una rottura profonda con l’eredità della Pace di Westfalia (1648), che aveva sancito l’uguaglianza giuridica fra Stati, ponendo fine a imperi universalistici e gerarchie feudali. Quell’impianto è sopravvissuto nei principi della Carta ONU, nonostante le crisi del Novecento. Smantellarlo oggi significa mettere in discussione il diritto internazionale stesso.
Il paradosso del falso sovranismo
Ironia della storia: la dottrina delle zone d’influenza, spesso applaudita da ambienti sovranisti, rappresenta in realtà la negazione della sovranità. Stati cui viene imposto con chi commerciare, con chi allearsi, quali relazioni mantenere, non sono sovrani. È un ritorno a logiche coloniali, mascherate da realpolitik.
Diritto extraterritoriale e caos globale
La crisi del Washington Consensus, il collasso di fatto del WTO, l’uso estensivo delle sanzioni e del diritto extraterritoriale americano hanno già eroso le regole comuni. In questo contesto, pratiche sempre più spregiudicate – come il sequestro di petroliere in acque internazionali – avvicinano il sistema globale a una pericolosa legge della giungla.
Venezuela e pirateria di Stato
Impartire “ordini” a uno Stato sovrano come il Venezuela, pretendendo la rottura dei rapporti con Russia, Cina, Iran e Cuba, ha più valore mediatico che strategico. Serve a un pubblico interno, non alla stabilità internazionale. La conseguenza concreta è l’aumento di opacità, flotte ombra, tensioni navali e rischio di incidenti fra grandi potenze.
Responsabilità e pazienza strategica
Che unità navali russe abbiano evitato l’escalation dimostra una differenza di approccio: prudenza strategica contro provocazione. Ma la pazienza non è infinita. Moltiplicare i fronti di tensione – dal Mar Rosso al Corno d’Africa – significa aumentare la probabilità che qualcuno colpisca quando e dove meno ci si aspetta.
Un bivio storico
Il mondo è a un bivio. O si rafforza un ordine multipolare regolato, basato su sovranità e diritto, o si scivola verso un sistema neo-imperiale fondato sulla forza. La posizione cinese, condivisa in larga parte anche da Mosca, non è esente da interessi propri, ma pone una questione reale: senza regole comuni, non vince nessuno. E la storia insegna che, prima o poi, il conto arriva.
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