02 Novembre 2022
Ha vinto il centrosinistra, d’accordo. Ma il risultato politico principale è quello dell’estrema destra. Ieri, martedì 1 novembre, si sono tenute le elezioni anticipate in Danimarca. Il cosiddetto blocco rosso del premier in carica, Mette Frederiksen, ha ottenuto la maggioranza, ma con un vantaggio risicato. Tanto che Frederiksen potrebbe rassegnare le dimissioni per poi formare un governo di unità nazionale grazie al supporto di tre eletti con partiti di sinistra in Groenlandia e nelle isole Isole Faroe. La vera sorpresa però, è rappresentata dagli gli estremisti di destra dei Democratici danesi, che con 14 seggi (6,3%) entreranno per la prima volta in Parlamento.
Il blocco rosso di Frederiksen, composto da cinque partiti, secondo i sondaggi della vigilia sembrava destinato a perdere la maggioranza, ma è riuscita a conquistare 90 dei 179 seggi del Parlamento. Le rilevazioni avevano previsto un’elezione storicamente debole per i socialdemocratici, che invece hanno guadagnato due seggi rispetto alle elezioni del 2019, ottenendo il 27,5% dei voti. “La socialdemocrazia ha avuto la sua migliore elezione in oltre 20 anni”, ha detto Frederiksen in un discorso ai sostenitori. Il suo avversario principale, il blocco blu di destra, un’alleanza informale liberale e conservatrice sostenuta da tre partiti populisti , ha ottenuto 73 seggi. I Moderati, il nuovo partito centrista dell’ex primo ministro conservatore Lars Lokke Rasmussen, faranno il loro esordio in Parlamento con 16 seggi: Rasmussen avrà un ruolo fondamentale nel prestare supporto, diretto o indiretto, uno dei due blocchi per consentire la nascita del nuovo esecutivo. Chi può esultare per un risultato storico è l’estrema destra (che in Danimarca definiscono “xenofoba”), che come i Moderati debutterà al Folketing, il Parlamento danese, dopo l’exploit elettorale che conferma il trend sovranista registrato in Italia con Giorgia Meloni e in Israele con Benjamin Netanyahu.
Le elezioni anticipate in Danimarca sono state indette in seguito al cosiddetto scandalo dei visoni, la controversa decisione del governo di Frederiksen, adottata nel 2020, di eliminare 17 milioni di visoni come misura di risposta alla pandemia di Covid-19. Due anni, fa per il timore che i visoni fossero vettori di una forma mutata di Covid-19, sino al punto di minacciare l'efficacia dei vaccini vennero abbattuti. Una decisione difficile varata nel novembre 2020 dal governo diventata nel frattempo insostenibile quando è emerso che il governo non aveva alcuna base legale per imporre il provvedimento agli allevatori. È da quel momento infatti che la coalizione di governo tra forze di sinistra si è fortemente indebolita, sino ad approdare a elezioni anticipate di ieri.
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