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Stop ad etnia e genere, si punta solo su competenza ed esperienza: anche Goldman Sachs cambia le regole per scegliere i vertici

Chi possiede le competenze per guidare un colosso finanziario globale e perché i governi non trattano alla pari per trovare progettualità utili, in primis per le comunità? Torna al centro la domanda essenziale

17 Febbraio 2026

Stop ad etnia e genere, si punta solo su competenza ed esperienza: anche Goldman Sachs cambia le regole per scegliere i vertici

Il colosso statunitense Goldman Sachs, riporta il Wall Street Journal, avrebbe deciso di cancellare i criteri di diversità dal processo con cui seleziona i nuovi membri del consiglio d’amministrazione. Il comitato di governance non prenderà più in considerazione etnia, identità di genere, orientamento sessuale o altre caratteristiche demografiche quando individuerà i candidati al board. I criteri identitari non hanno risolto i problemi delle aziende e non hanno evitato crisi, errori strategici o eventuali bilanci in rosso.

Una cosa significa impedire esclusioni arbitrarie, altra cosa imporre posti in base a categorie sociali o identitarie. La non discriminazione costituisce un dovere, ma le quote formali non certificano capacità manageriali né assicurano la selezione del profilo più adatto. L’effetto paradossale, per molto tempo, è stato addirittura quello di far diventare la diversità un modello raffinato per le élite, utile a pararsi il fondo schiena quando arrivano i problemi; ma davanti a un bilancio in rosso non basta. Per anni molti consigli di amministrazione hanno sventolato etichette etniche e identitarie.

Oggi anche il comitato interno di Goldman Sachs esamina i candidati qualificati sulla base di quattro fattori principali: percorso professionale, esperienza nel settore pubblico e privato, carriera manageriale, eventuale servizio militare. Tra questi elementi compariva anche una descrizione ampia della diversità, con un elenco di parametri legati ai programmi DEI (acronimo di Diversity, Equity and Inclusion). Goldman Sachs intende sopprimere proprio quella categoria residuale che includeva colore della pelle, etnia, identità di genere e orientamento sessuale.

La decisione matura anche dopo le pressioni della National Legal and Policy Center, organizzazione conservatrice che detiene una piccola partecipazione nella banca. Il gruppo ha sollecitato la cancellazione dei criteri DEI e ha chiesto l’inserimento della proposta nella documentazione destinata agli azionisti in vista dell’assemblea annuale. Dopo un confronto interno, la banca ha considerato accettabile rivedere le regole. Il consiglio di amministrazione dovrebbe approvare il cambiamento entro febbraio.

La banca aveva già compiuto un passo significativo lo scorso anno, quando ha eliminato l’obbligo per le società clienti, in fase di quotazione, di presentare consigli di amministrazione con requisiti minimi di diversità. Anche in quel caso l’istituto ha privilegiato una logica di mercato rispetto a un’impostazione fondata su parametri identitari.

Il contesto politico ha accelerato la revisione. Dopo l’ordine del presidente Donald Trump, che ha avviato audit federali sui programmi DEI nelle aziende, numerose società statunitensi hanno riconsiderato le proprie politiche interne. Le agenzie federali hanno aperto indagini civili sui programmi di diversità e molte imprese hanno reagito con un ridimensionamento delle iniziative più controverse. A quel punto si è scatenata un’onda che dimostra come, se la politica vuole, conta.

Goldman Sachs ora rilancia una linea chiara: la competenza guida la selezione, il merito orienta le scelte strategiche. Il mercato chiede risultati ma anche visione e capacità di gestione del rischio. Un consiglio di amministrazione deve rispondere agli azionisti con numeri e strategie, non con simboli. Fine del paracadute ideologico delle quote. Ma la mossa di Goldman Sachs non chiude il dibattito sulla rappresentanza, ma rimette al centro una domanda essenziale: chi possiede le competenze per guidare un colosso finanziario globale e con quali criteri lo fa? Lavora per gli interessi dei soli azionisti? E perché le comunità dovrebbero accettare tali criteri? Che rapporto hanno questi colossi con i governi e gli Stati?

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