23 Marzo 2026
Korabelnaya Roschcha
Nostalgico, eccessivo figlio d’antichi usi
e votato alla vita agreste,
in te vedo le betulle d’argento della luna,
distese sterminate e boschi amici.
Vita spezzata dal dissidio,
amasti la tradizione
e una Russia rurale
contro i molti europeismi neoterici.
La vita dei suburbi ti era dentro
come un canto primordiale
di voce in voce.
Inurbato e ormai straniero
ai luoghi della tua infanzia,
più volte vi tornasti
con una fama senza fama
pari a quella desiderata.
Ribelle di fibra pertinace,
mai compromesso col nuovo potere
e le sue lusinghe che divennero capziose,
vagabondo come il vento,
ebbro di salici, aceri e cieli lindi
e alti cirri,
un corpo solo eri con la tua gente,
ma ora senza luogo
e guardato da occhiate sguince
proprio laddove crescesti.
In cammino senza più strade familiari,
allo zenit tanto annunciato
di una modernità di ferro e carbone,
caligine e frenesia.
Già correvano su strade di ferro
indomabili treni,
dove prima erano carrozze e cavalli,
pareva accorciata la distanza
ma nel cuore tuo si accresceva
come un crepuscolo
che più della notte dura.
Non era più la tua Russia di legno...
Plasmavi una poetica armoniosa
con la tua isba nel cuore –
cortili polverosi, granai, pascoli
e contadine contrade,
il disegno tuo perfetto
senza penuria di sguardo.
Gli elementi della natura
erano ricamo nelle tue parole tenere,
sognanti e concrete:
la loro voce atavica
si faceva ritmo e danza di immagini
coniugate nei soli e nelle lune:
stagioni e tempi che narravano di usi e pratiche
che il tuo Paese
era sulla via del dimenticare.
La fantasia tua, dalle ginocchia sbucciate
di bimbo libero,
andava a giorni d’anfore di sole
e germogli e vita zingara.
Ma ora taceva la voce saggia e campestre
nel chiasso della futura via.
Esule nei tuoi annosi luoghi e paesaggi,
più non ti riconoscesti
se non in un nome che non spazzava via il vento
assieme a bracciate di foglie;
al costo, però, di non parlare più alla madre,
ma a una plebaglia ostile e sghignazzante.
Pioggia sottile come diluvio d’aghi
dilavava la dimora che nel ricordo tenevi,
e se in cuore portasti l’immensità,
estranea e stipata si fece la via per luoghi altri
che non ne tenevano traccia.
A Leningrado lasciasti la vita
e pochi, nudi versi di congedo.
La fine, logoro straccio tra le dita del tempo,
non più della vita pesava sul tuo passo:
la tua voce altrove continua
il suo pellegrinaggio,
altrove conduce la sua luce errante.
Di Massimo Triolo
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