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Transumanesimo, la critica della Professoressa Elena Postigo Solana: la speranza che vincano i credenti

Chi affermi, come il filosofo svedese transumanista Nick Bostrom che la realtà nella quale viviamo possa essere una simulazione creata da eventuali esseri intelligenti al di fuori di essa, nega la nostra stessa esistenza in vita (o l’esistenza della vita così come la intendiamo noi)

Di Alfredo Tocchi

21 Maggio 2022

Transumanesimo, la critica della Professoressa Elena Postigo Solana

Fonte: youtube

Tra gli studiosi del transumanesimo, un punto di riferimento che riassume magistralmente le critiche al movimento è l’articolo “Tranumanesimo e postumano, principi teorici e implicazioni bioetiche” della Professoressa Elena Postigo Solana, Direttrice dell’Istituto di Bioetica dell’Università Francisco de Vitoria pubblicato nel 2009 sulla rivista Medicina e Morale 2009/2 https://www.bioeticaweb.com/wp-content/uploads/2014/07/medmor09-transhumanismpostigo-2-09.pdf
Dopo un’approfondita esposizione delle radici storiche e filosofiche e delle finalità del transumanesimo, la Professoressa Postigo Solana porta un attacco tuttora pienamente valido, seppure basato – almeno in parte – sulla religiosità dell’autrice. Difficile riassumere efficacemente le sue argomentazioni senza svilirne la portata, le riporto per esteso:
“Analisi critica dei presupposti antropologici della teoria e implicazioni bioetiche
Di fronte alla teoria, al contenuto del “postulato transumanista”, in parte già messo in pratica – si pensi, ad esempio, alla selezione eugenetica degli embrioni affetti da una patologia –, sorgono numerose domande, alcune di queste lasciate ancora senza risposta da parte dei transumanisti. Cercheremo di evidenziarle in questa sezione. F. Fukuyama ha definito il Transumanesimo come “una delle idee più pericolose del mondo”13 poiché essa altera la natura umana e il concetto di totale uguaglianza tra tutti gli esseri umani, fondamento TRANSUMANESIMO E POSTUMANO Medicina e Morale 2009/2 275 13 Cfr. FUKUYAMA. Our posthuman future… di ogni società democratica. Anche J. Habermas ha criticato la teoria e i presupposti del Transumanesimo e dell’enhancement in quanto essi eliminerebbero la possibilità di autonomia morale dell’individuo umano, poiché questa sarebbe sottomessa ad interessi sociali, politici o economici. A nostro avviso, la problematicità di questa teoria risiede in primo luogo nei suoi presupposti antropologici, assunti come veri e assoluti, ed invece assai discutibili e, di fatto, non universalmente riconosciuti. Enunceremo di seguito i più rilevanti, proponendone una analisi critica. In primo luogo si pone il concetto di natura umana e dell’uomo ridotto a pura materia: gli autori che portano avanti questa teoria, per lo più derivanti dalla tradizione anglosassone, e in molti casi prescindendo completamente dal contributo del pensiero classico (si pensi, ad esempio, ad Aristotele, Tommaso d’Aquino o Immanuel Kant), così come da autori contemporanei che ad essi si ispirano (R. Spaemann, A. MacIntyre, M. Nussbaum, ecc.), il cui apporto teorico viene rifiutato in base a pregiudizi infondati e, soprattutto, senza il supporto critico delle teorie stesse, che vengo anzi qualificate come vuote, astratte e prive di senso pratico (una sorta di fallacia ad hominem, poiché vengono squalificate senza argomenti). In tal modo, assumendo soltanto la filosofia moderna, in particolare quella ispirata a Hume, all’empirismo e al neoempirismo derivato dalle sue teorie (si tratta di una assunzione del tutto acritica, priva del confronto con altre teorie), questi autori affermano che ens est percipi e che quindi “uomo” è soltanto ciò che percepisce, la realtà materiale, corpo, struttura, senza considerare la sua potenzialità, la sua finalità intrinseca o la possibilità dell’esistenza di qualcosa d’immateriale. L’uomo è materia. Si produce così il primo riduzionismo biologicista che, unito alla considerazione della cosiddetta “fallacia naturalistica”, stabilisce l’impossibilità di un’etica che possa scaturire dalla natura umana (finalizzata e razionale) e i fini vengono o scelti autonomamente dalla razionalità della persona o in base a criteri estrinseci di utilità pragmatica. Questi autori non assumono mai la carica della prova, vale a dire, non accettano la visione finalistica della natura umana, ma la negano senza argomenti forti e dettagliati. Ciò manifesta almeno due cose: la prima è che essi non conoscono autori come Aristote276 E. POSTIGO SOLANA Medicina e Morale 2009/2 le, Tommaso, ecc, e la seconda è che se li conoscono non li prendono in considerazione. L’uomo, pertanto, considerato come un meccanismo materiale complesso che funziona, appunto, meccanicisticamente (si ricordi l’uomo-macchina di J.O. de la Mettrie), non sorprende che si parli della possibilità di certi esseri in cui la nanotecnologia e la cibernetica sostituiscano completamente la natura umana, portando l’uomo verso una sorta di essere artificiale o “postumano”. Se siamo soltanto materia, e se un giorno riusciremo a capire completamente come “funziona” l’uomo, quale difficoltà avremo nel fare un uomo artificiale? Già nel film di culto Blade Runner si pone la domanda della differenza tra l’umano e il replicante prodotto artificialmente. Arriverà un’epoca (pensano loro), in cui potremo fare replicanti umani perfetti e identici all’uomo ma artificiali. A questo riduzionismo materialista viene unito un secondo livello o un secondo riduzionismo, vale a dire, il riduzionismo neuronale. Non siamo soltanto materia, ma siamo sopratutto conessioni neuronali. Il giorno in cui l’uomo potrà decifrare il modo in cui funziona il cervello avremo scoperto come funziona l’uomo (per loro identificato con ciò che l’uomo è). Riguardo questa forma di riduzionismo facciamo due osservazioni: 1. sono state fatte numerose critiche al riduzionismo neurobiologicista, ad esempio R. Penrose che, ispiratosi a C. Gödel, afferma che un computer è capace soltanto di ragionamento algoritmico (basato su sequenze logiche), mentre il cervello umano è aperto all’improvvisazione e all’inatteso, al caotico, vale a dire, è creativo; 2. siamo dell’idea che affermare che “l’uomo è soltanto frutto di connessioni neuronali” sia un’ipotesi priva di dimostrazione. Un postulato senza dimostrazione empirica totale, e non solo, un postulato che contraddice il fondamento stesso e il punto di partenza dell’empirismo: esiste soltanto ciò che posso percepire e sentire, vale a dire, quello che si afferma non si da ancora. Ancora non siamo capaci di tradurre tutti gli stati mentali in stati neuronali o connessioni neurofisiologiche. Il cervello è più complesso di quanto pensiamo, e l’attività mentale non è riducibile all’attività fisiologica poiché la mente non è soltanto cervello. Per altro, questa questione, il rapporto mente-cervello è stata discussa a lungo da tanti autori tra cui E. Husserl, H. Bergson, J. Eccles e K. Popper, per citarne solo TRANSUMANESIMO E POSTUMANO Medicina e Morale 2009/2 277 alcuni. Sappiamo che le tesi a tal riguardo sono tre: l’uomo identificato con il suo cervello (fisicismo neurobiologicista), l’uomo è in parte mente in parte cervello (dualismo interazionista), oppure l’uomo è un’unità duale di mente e corpo. In secondo luogo, nella teoria transumanista si produce una eliminazione della realtà personale nella sua completezza, riducendola esclusivamente a razionalità. Come ben sappiamo, nell’età Moderna si produsse una deriva dall’esse all’agere, vale a dire, la derivazione del concetto di persona sostanziale a quello operazionale, dall’essere alla coscienza, in modo tale che è persona soltanto chi ragiona (qui e ora), non è persona chi non ragiona (embrioni, feti, disabili privi dell’uso della ragione, persone in stato vegetativo persistente o persone in coma); inoltre, secondo questa prospettiva lo statuto personale può essere attribuito ad esseri non umani che apparentemente ragionano (certi primati superiori). Ebbene, i trasumanisti si spingono più in là nell’affermare – a nostro avviso paradossalmente – che potrebbero essere persone anche delle macchine che fossero apparentemente intelligenti. Questo riduzionismo funzionalista ha portato a considerare la persona soltanto come ente razionale e da una prospettiva efficientistica, ente che produce atti di ragione. In terzo luogo, una volta che il concetto di persona è stato frainteso al punto da identificarsi con una razionalità funzionante, si determina un’incapacità a comprendere il senso della dignità ontologica intrinseca, di ogni essere umano. Se si elimina il fondamento ontologico che rende l’uomo essenzialmente diverso da altri esseri viventi, e lo si riduce ad un essere materiale, alla stregua di altri, si produce un egualitarismo ontologico quantitativo non di grado (siamo soltanto più complessi quantitativamente riguardo gli animali e persino gli oggetti o le macchine superintelligenti, ma nient’altro), il concetto di dignità rimane in balia di significati meramente soggettivi (qualità di vita,14 capacità di autonomia, ecc.), quando non si considera che do278 E. POSTIGO SOLANA Medicina e Morale 2009/2 14 Cfr. BOSTROM N. Dignity and Enhancement in Human Dignity and Bioethics: Essays Commissioned by the President’s Council on Bioethics (Washington, D.C). 2007 (accesso del 20.04.2009 a http://www.nickbostrom.com). In questo articolo l’autore tematizza il concetto di dignità dall’ottica dell’Enhancement e si constata come questa esclude il significato ontologico della dignità. Si veda inoltre sul tema: ID. In Defense of posthuman dignity. Bioethics 2005; 19(3): 202-219. vrebbe essere eliminato dalla discussione antropologica e bioetica (si pensi al dibattito sostenuto in riviste di bioetica sul concetto di dignità come un concetto vuoto e inutile). Con ciò non intendiamo dire che questi concetti (qualità di vita, autonomia) strettamente legati a quello di dignità non siano importanti, ma riteniamo che siano significati derivati o analoghi di un concetto principale di dignità personale o valore intrinseco, che sorge con la generazione dell’essere umano e scompare con la sua morte. Inoltre, se l’essere umano non avesse un valore in se stesso, che senso avrebbe parlare di migliorare la sua qualità di vita o concedergli autonomia? La dignità o è originaria, l’uomo la possiede in quanto tale, oppure ci è concessa. In questo caso, chi è che la dà o la riconosce? Infatti, quello che sta accadendo è che dalla perdita del concetto di dignità ontologica come valore intrinseco e inalienabile di ogni uomo deriva direttamente la conseguenza per cui la dignità stessa può venire riconosciuta o meno dalle persone, dal potere tecnocratico, se non dal potere politico (si ricordi, ad esempio, come l’asserzione “vite non degne di essere vissute” posta a motivo dalle politiche naziste nella cosiddetta “Operazione eutanasia T4” produsse di fatto la discriminazione e l’eliminazione di persone deformi o con gravi demenze). D’altra parte, che senso avrebbe parlare di uguaglianza dei diritti per l’uomo se non vi fosse a fondamento di tale discorso il fatto che tutti abbiamo la stessa natura, e questa ha un valore in sé? Purtroppo, il giuspositivismo moderno, derivato da un concetto empirista di natura umana, ha portato a considerare questi diritti come frutto di un consenso, piuttosto che come qualcosa d’intrinseco all’essere umano.”

Ritengo ogni mio commento del tutto superfluo. Non sono un filosofo, ma un giurista e (forse) uno scrittore. In un mio racconto, ho immaginato un dialogo tra un professore transumanista e una sua allieva:
“Il transumanesimo eliminerà gli individui imperfetti o semplicemente malati. La nascita di un individuo imperfetto sarebbe la dimostrazione che noi esseri umani evoluti siamo tuttora in balìa della natura, dei suoi tragici errori, tanto stigmatizzati da autori antichi come Giacomo Leopardi. Lui stesso, per usare una celebre definizione di Aldous Huxley, un semi aborto”.
“Certamente, un semi aborto come Stephen Hawking. Però il primo ha donato al mondo poesie e scritti filosofici sublimi e il secondo le teorie della termodinamica dei buchi neri e della radiazione, che porta il suo nome”. (L’éléphant).

Come ho già scritto nei miei precedenti contributi, io sono fermamente contrario al transumanesimo. Mi spaventa l’ipotesi di un mondo retto dall’intelligenza artificiale, popolato da un’umanità standardizzata secondo criteri umani, persa nella realtà virtuale, lontana dal più straordinario miracolo della creazione, che è la diversità di ogni sua manifestazione. Non esiste un istante identico all’altro, un essere umano identico a uno che lo abbia preceduto o lo seguirà. Ho orrore della clonazione, che viola il principio di diversità. Diffido dell’uomo che si fa creatore, provo un’avversione istintiva per chi neghi persino che esistano esseri viventi. Capisco, pur con la mia pochezza tutta umana e la mia cultura limitata, il fascino che suscita il transumanesimo, espressione più avanzata della volontà di potenza dell’essere umano. Forse sono stato influenzato da Emil Cioran, un autore che amo, e dal suo pessimismo: “Invece di limitarsi alla selce e, in fatto di raffinatezze tecniche, alla carriola, (l’uomo) inventa e maneggia con abilità demoniaca arnesi che proclamano la strana supremazia di un deficiente, di uno specimen biologicamente declassato che nessuno avrebbe potuto immaginare capace di innalzarsi a una nocività così ingegnosa. Non lui, bensì il leone o la tigre avrebbero dovuto occupare il posto che egli detiene nella scala delle creature. Ma non sono mai i forti, sono i deboli che mirano al potere e lo raggiungono, per l’effetto combinato dell’astuzia e del delirio”. (Emil Cioran, La caduta nel tempo).
Osservo che i transumanismi sono a volte neonazisti (emblematico il caso italiano), malthusiani, malati (Asperger o altre patologie che riducono empatia) o semplicemente complessati a causa di traumi patiti o del loro aspetto (il viso rifatto, gonfio di botox di Natasha Vita-More è emblematico quanto il suo Manifesto).
Fin qui la mia reazione istintiva. Da giurista, mi pongo il problema (ed è una cosa molto seria, vista l’accelerazione del fenomeno in questi ultimi due anni e mezzo) dei limiti della ricerca bioetica, della legittimità dell’imposizione di un modello di società che altri come me non condividono. Agnostico, non posso che rivolgere le mie speranze verso il mondo religioso, che può essere, almeno nel breve periodo, il vero baluardo contro il transumanesimo.
Chi affermi, come il filosofo svedese transumanista Nick Bostrom che la realtà nella quale viviamo possa essere una simulazione creata da eventuali esseri intelligenti al di fuori di essa, nega la nostra stessa esistenza in vita (o l’esistenza della vita così come la intendiamo noi).
Davanti a una simile ipotesi, io scelgo di illudermi di essere vivo, rimpiango un’infanzia lontana in cui anch’io bambino credevo nella sacralità della vita e spero che tra i transumanisti e i credenti vincano i credenti, che ancora si (ci) considerano esseri viventi dotati di potenzialità, finalità intrinseche e non escludono la possibilità dell’esistenza di qualcosa d’immateriale.
Scelgo di restare homo sapiens, naturalmente limitato, mortale, affascinato dal più straordinario miracolo della creazione (che è la diversità di ogni sua manifestazione) e ancora capace di un pensiero trascendente.

Di Alfredo Tocchi

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