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Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Turandot compie 100 anni. Quale doveva essere il suo finale? Puccini non lo sapeva più. Noi non lo sapremo mai.

Come tutti i libri, le sinfonie, i quadri rimasti incompleti, il misterioso melodramma ci affascinerà per sempre con i suoi punti interrogativi

26 Marzo 2026

(pixabay)

Ogni opera d’arte, si sa, suscita emozioni assolutamente soggettive. Ma ce n’è una che intriga tutti allo stesso modo: l’opera d’arte incompiuta. Perché? Come mai? Cosa significa? L’interesse del pubblico sale alle stelle. Ecco: “Turandot”, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, ne sa qualcosa.

Rappresentata postuma per la prima volta alla Scala nel 1926, la vicenda è un enigma dal principio alla fine: la Principessa pone tre incomprensibili indovinelli ai pretendenti che chiedono la sua mano; la schiava Liù e il vecchio re Timur nascondono la loro vera identità; nessuno conosce il nome del Principe Calaf; e invano le guardie imperiali si affannano per scoprirlo tra le strade di una Pechino notturna e segreta.

Se poi aggiungiamo il finale lasciato in sospeso a causa della scomparsa del compositore, comprendiamo perché “Turandot” abbia sempre esercitato un’incredibile suggestione. Non le manca nemmeno il colpo di scena nel colpo di scena (come nei migliori intrecci di Agatha Christie): davvero fu la salute precaria di Puccini a interrompere bruscamente l’opera?

Generalmente si crede così, ma le ipotesi alternative non mancano. Perché il Maestro si fermò alla scena della morte di Liù? La considerava l’epilogo più appropriato? Il dramma secondo lui non poteva avere altri sviluppi? Oppure lui stesso non sapeva più risolverne la trama senza cadere nell’incoerenza?

Infatti, ammetterete che, dopo 3 atti e 5 quadri di nefandezze, non è facile trasformare una donna sanguinaria come Turandot in un’innamorata languida pronta a cascare tipo pera cotta tra le braccia di Calaf, così, sbrigativamente, con un bacio, qualche fa diesis e un paio di si bemolle. Il libretto, d’accordo, prevedeva una felice soluzione. Ma non a caso, dicono, Puccini vagheggiava di restituire il compenso all’Editore Ricordi e tirarsi fuori dall’impegno preso… 

Su questo rebus, da allora, si è sempre scatenato il pandemonio. E fino ad oggi, da Franco Alfano, allievo del Maestro, a Luciano Berio e a Christopher Tin, la bellezza di una decina di autori, critici, studiosi ha provato a concludere la partitura pucciniana. È una tentazione irresistibile ed è la stessa fatalità toccata a tanti altri titoli celebri della musica, della pittura, della letteratura.

 Abbiamo per esempio la Sinfonia n.8 di Franz Schubert detta appunto Incompiuta: solo i primi due movimenti composti nel 1822, ma perché? erano di un livello talmente perfetto e ineguagliabile che il musicista si convinse di non poter fare nulla di meglio? Gli artisti Niels Gade e Felix Weingartner arrischiarono un terzo movimento, nel 1928 fu addirittura indetta una gara da una casa discografica statunitense, e oggi ci si azzarda anche con l’intelligenza artificiale…

Abbiamo poi L’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci: i monaci di San Donato a Firenze gli commissionano il dipinto nel 1481, egli butta giù superlativi disegni preparatori, e dopo, via, parte per Milano e nessuno lo vede più. I poveretti aspettano, aspettano 15 anni, ma niente da fare: dovranno rivolgersi a Filippino Lippi per una pala di uguale soggetto.

Abbiamo inoltre il romanzo “Sanditon” di cui Jane Austen riuscì a scrivere solo 12 capitoli prima di morire appena quarantenne: 12 capitoli brillanti e avvincenti sulle avventure della giovane Charlotte Heywood in una raffinata località balneare. Quale sarebbe stato il suo destino? Avrebbe accalappiato il sofisticato Sidney Parker? Innumerevoli i sequel, dal primo della nipote Anne Lefroy nel 1895 ai ben 7 tra il 2001 e il 2014, fino alla fortunata serie tv firmata nel 2019 da Andrew Davies, il massimo esperto delle trasposizioni austeniane.  

E soprattutto abbiamo “Il mistero di Edwin Drood”, libro che Charles Dickens non fece in tempo a finire e uscito dopo la sua morte, nel 1870. Un poliziesco eccezionale dalle cifre allucinate, rimasto insoluto. Da allora una folla di fans, giallisti, eruditi, fumettisti, si sono improvvisati ‘investigatori’ letterari e hanno formulato circa  200 ipotesi per chiarirlo, compreso l’editore americano T.P. James che nel 1874 sostenne di essere stato invasato dal fantasma di Dickens - eh sì, Dickens, i lettori, li faceva spasimare, e diceva che dovevano ridere, piangere, aspettare. Come diceva bene! Con Drood li ha fatti aspettare per sempre.

Comunque sia, “Turandot”, in occasione del centenario, tornerà a Lucca nel bellissimo Teatro del Giglio il 25 e 26 aprile, portandosi dietro dilemmi e curiosità. I dubbi avvolgono persino la pronuncia del nome: Puccini la voleva con l’accento sulla “o” perché più melodiosa nel canto, però la versione con la “t” sonora è foneticamente più corretta. E poi lo sapevate che…di Turandot ce ne sono due?  Infatti il Maestro era stato, per così dire, battuto sul tempo dal pianista Ferruccio Busoni che aveva già messo in scena una sua “Turandot” nel 1917: sempre tratta dalla fiaba di Carlo Gozzi ma con un’atmosfera molto più lieve e giocosa.

Insomma, Turandot non smette di proporci le sue sciarade che restano avvolte nell’ambiguo, nell’improbabile. Liù, per amore, si uccide pur di non svelare il nome di Calaf. E questo dovrebbe commuovere la crudele Turandot? Questo dovrebbe sciogliere all’improvviso il suo cuore di ghiaccio? Puccini non seppe o non volle concretizzare questo lieto fine? Forse ci sono matasse che neanche un genio può sbrogliare. O forse ci sono miracoli che neanche l’amore può compiere.

di Carla Di Domenico

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