23 Marzo 2026
Viviamo in un’epoca che i maestri zen definiscono ormai “l’era delle Non-cose”. Ciò che un tempo occupava spazio fisico si è dissolto in informazione: i libri sono diventati file, le fotografie pixel, le relazioni notifiche ed app.
Questa dematerializzazione, così leggera in apparenza, ha però un costo invisibile: la perdita del mondo fisico. Più lo schermo si fa nitido, più la realtà si scolorisce.
La mente è stanca perché vive in un mondo senza gravità. E il corpo — la nostra casa primaria — segue, iniziando a gridare in silenzio.
Tutto ci appare, ma nulla ci oppone resistenza. Scorriamo, clicchiamo, consumiamo contenuti rapidi e superficiali. Gli schermi non ci rispondono: ci riflettono. E senza attrito, perdiamo il senso di esistere davvero.
È nell’incontro con ciò che è diverso da noi — un altro corpo, una materia viva — che nasce la risonanza. La corda di una chitarra che preme sulle dita. Un oggetto che resiste. La materia che sembra dire: “Io sono qui. E tu?”
Non è un caso che stia emergendo un movimento apparentemente anacronistico: tornano le librerie, il vintage, il desiderio di riparare invece che sostituire. Non è nostalgia. È necessità.
Leggere su carta attiva memoria e profondità. Scrivere a mano lascia tracce nel corpo, non solo nella mente. Il nostro sistema nervoso sta cercando di tornare a casa.
L’intelligenza non risiede solo nella testa, ma nel dialogo tra mano e oggetto. Riparare qualcosa. Piantare un seme. Accarezzare un animale. Sono gesti semplici, ma radicali: ci ancorano alla realtà.
Quando usiamo le mani, smettiamo di essere utenti e torniamo ad essere artefici.
Per secoli abbiamo compreso il mondo attraverso i sensi. La realtà digitale è povera, monosensoriale. A poco a poco ci atrofizza.
Questo ritorno alla materia è un tentativo di salvezza. Una risposta all’inerzia.
In un futuro sempre più sintetico e generato algoritmicamente, il vero lusso sarà la materia: lo sforzo, le crepe, le imperfezioni, i segni del tempo.
Non significa rifiutare la tecnologia. Significa tornare a sentire.
Nel tentativo di superare il corpo, lo abbiamo perso. Abbiamo perso il peso, lo spazio, la presenza.
Il ritorno alla materia è una riconquista. La nostra umanità passa dalla fisicità — dalla fragilità, dall’imprecisione, dal contatto vis a vis, dalle carezze, dagli abbracci.
Solo da una rivoluzione del corpo possiamo tornare a permetterci l’elevazione della mente.
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