Domenica, 13 Giugno 2021

Seguici su

"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

“Le Signore dell’Arte”, eroine e artiste in mostra a Palazzo Reale

Oltre 130 opere di 34 artiste, tra cui Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Giovanna Garzoni...

Di J. Muller

17 Maggio 2021

È un giorno caldo a Milano. Le mostre di Palazzo Reale hanno riaperto al pubblico e una timida coda si è creata nel patio.  È un giorno infrasettimanale e sono le 10 del mattino.  All’ombra del Duomo si respira un’aria un po' assonnata, mentre il vuoto della piazza si riempie di qualche passante, che con cammino lento si gode il sole. Pare che ognuno sia pronto a leccarsi le ferite, a tornare gradualmente alla vita dopo la tragedia della pandemia, che in questi luoghi ha duramente colpito.

Nel frattempo la coda incomincia ad infittirsi e noto un gruppo di amiche: sulla sessantina, occhiali alla mano, blocchetto per prendere appunti. Sono serie mentre ogni tanto sorridono tra una chiacchiera e un’altra.

Quella serietà mi ricorda che quella che stiamo per visitare non è una mostra come tutte le altre, perché contiene dentro di sé una piccola rivoluzione, lo strappo e la potenza di un nuovo punto di vista. Certo infastidisce che bisogna ancora considerarla un’innovazione, ma, diciamolo pure, attraversare il Cinquecento e il Seicento italiano attraverso lo sguardo femminile non ci capita così spesso. Le “Signore dell’Arte” è uno scrigno di capolavori che moltiplica i punti di vista, veicola nuovi significati.

Se è vero, come sottolinea Adriana Cavarero, che “antica o moderna, l’arte femminile si ispira a una saggia ripugnanza per l’astratto universale e consegue una pratica quotidiana dove il racconto è esistenza, relazione e attenzione”, non possiamo non notare che la carrellata di figure femminili che popola questa mostra sprigiona una forza espressiva inedita, un racconto estremamente intimo e potente che cattura e fa riflettere.

Magnifiche le rappresentazioni della Maddalena penitente, da quella di Elisabetta Sirani fino alla Maria Maddalena di Artemisia Gentileschi, ferita dai danni dell’esplosione di Beirut del 4 agosto del 2020. Intensa l’assoluta sensualità che ancora la Sirani imprime sulla tela attraverso la sua Circe (1664), Cleopatra (1664), Galatea, Porzia (1664).

Stregano le Sibille (1650) di Ginevra Cantofoli, mentre l’autoritratto di Sofonisba Anguissola sembra porre interrogativi, confessare la fierezza di un talento e la rarità della sua esecutrice. Ancora le diverse rappresentazioni di Giuditta, a partire da quella di Fede Galizia (1601) fino a quella di  Lavinia Fontana. L’eroina biblica forse simboleggia, come qualcuno ha pensato, la vittoria del femminile contro la brutalità di Oloferne, ma forse vuole solo imprimere sulla tela un contrasto feroce, perché (lo vediamo chiaramente) vi è in queste rappresentazioni al femminile tutta la potenza dell’autorappresentazione, di una reinterpretazione dei modelli, di una riflessione profonda del proprio sé e del proprio ruolo di donna e pittrice di talento.

La viva carne di queste eroine, per secoli rappresentate da uno sguardo prettamente maschile, sembra fuoriuscire dalle tele per farsi portavoce di un’istanza, testimonianza di un punto di vista soffocato che chiede di essere contemplato, ammirato, partecipato.

Il gruppo di amiche visitano le sale con calma, osservano tutti i più piccoli particolari, si soffermano sugli occhi delle eroine e sulle vite di quelle donne vissute tanto tempo prima. Vi si riconoscono, ci riconosciamo in queste storie lontane e nel segreto che da donna a donna quasi inconsapevolmente si tramanda. Ci riconosciamo e comprendiamo l'assenza, la voragine e il vuoto di una storia alla quale non può più mancare una metà, una voce che è esistenza, forza, delicatezza, assoluto talento.   

"Le Signore dell’Arte": la mostra e le sezioni

La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, con il sostegno di Fondazione Bracco, e aderisce al palinsesto I talenti delle donne, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dedicato all’universo delle donne, focalizzando l’attenzione, per tutto il 2020 e fino ad aprile 2021, sulle loro opere, le loro priorità e le loro capacità.

PRIMA SEZIONE- Le artiste del Vasari

Nella prima edizione delle Vite de’ più eccellenti pittori scultori et architettori (1550), Vasari dedicò una sola biografia a un’artista: la scultrice bolognese Properzia de’ Rossi, che non disdegnò “di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose mecaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro”.

Properzia aveva lavorato nel cantiere tutto maschile della basilica di San Petronio, e difeso la propria attività letteralmente con le unghie, finendo anche a processo per avere “sgraffignato” qualche detrattore.

Nella seconda edizione delle Vite (1568) sono citate più artiste. In particolare, il rapporto epistolare tra Amilcare Anguissola e Michelangelo, al quale il nobile cremonese fece pervenire due apprezzati disegni della figlia Sofonisba, lo spinse nel 1566 a recarsi a casa Anguissola: Sofonisba era da anni alla corte di Filippo II a Madrid, ma Vasari conversò a lungo con Europa, anche lei pittrice, come la sorella Lucia, morta nel 1565. Scrisse dunque estese notazioni sulle sorelle Anguissola, sottolineando l’eccezionalità del loro caso, scaturito da uno status privilegiato, che permetteva di affiancare lo studio al talento naturale: “bisogna avere da natura inclinazione alla virtù, e poi a quella aggiugnere l’esercizio e lo studio come hanno fatto queste quattro nobili e virtuose sorelle, tanto innamorate d’ogni più rara virtù et in particolare delle cose del disegno, che la casa del signor Amilcare Angosciuola (perciò felicissimo padre d’onesta et onorata famiglia) mi parve l’albergo della pittura, anzi di tutte le virtù”.

SECONDA SEZIONE – Artiste in convento

Nelle sue Vite, Vasari cita due monache artiste: la carmelitana Antonia Doni, morta nel 1491, figlia del pittore Paolo Uccello, e la domenicana Plautilla Nelli, che all’epoca era priora nel monastero di Santa Caterina da Siena a Firenze. Plautilla, che seguiva la severa spiritualità savonaroliana, si era formata copiando i disegni di Fra’ Bartolomeo, e organizzò con le consorelle una bottega in cui realizzavano opere devozionali destinate anche al mercato. Antecedente illustre fu Caterina Vigri da Bologna, artista alla quale nel 1710 venne dedicata l’Accademia clementina, due anni prima che fosse proclamata santa. Maggiore formazione ebbero due monache del Seicento, Orsola Maddalena Caccia e Lucrina Fetti, sorella del pittore Domenico, attiva nel convento mantovano di sant’Orsola. Orsola Maddalena Caccia fu istruita dal padre Guglielmo, noto come il Moncalvo, che aveva lavorato con Federico Zuccari alla Grande Galleria di Carlo Emanuele I a Torino e a Milano con gli artisti di Federico Borromeo. Nel 1620, a 24 anni, entrò con le sorelle nel monastero delle Orsoline di Bianzé; nel 1625 il padre istituì un monastero “domestico” a Moncalvo, presso Asti, volendo riavere accanto a sé le figlie monache e “goder delle fatiche di sor Orsola Maddalena”. Badessa dal 1627 al 1652 circa, proseguì la sua attività almeno fino al 1670, catalizzando la vita della comunità moncalvese attorno alla sua officina pittorica, trasformando il recinto claustrale in un luogo eletto delle arti e della cultura. La sua pittura spaziò dalle pale d’altare ai quadri da camera, a una preziosa produzione di nature morte.

TERZA SEZIONE – Storie di famiglia

Se era quasi impossibile per una donna che non fosse di famiglia altolocata studiare le tecniche e i metodi della pittura, per la maggior parte delle artiste italiane o straniere la bottega paterna fu il luogo di formazione. Da nord a sud Italia, molte furono le donne che fecero dell’arte la loro professione ereditando da un familiare il mestiere e spesso anche la bottega e i committenti: da Milano, dove probabilmente nacque Fede Galizia, figlia del miniaturista trentino Nunzio, attiva poi soprattutto in Lombardia, fino a Palermo, dove nacque Rosalia Novelli, figlia del pittore Pietro, intraprendente figura femminile che rivestì un importante ruolo sociale. Accanto a storie di attività svolte interamente sotto l’influenza paterna, come quella della ravennate Barbara Longhi, figlia di Luca, ricordata dal Vasari per la sua grazia, e della cremonese Maddalena Natali, che seguì il padre Giovanni Battista a Roma, ci sono esempi di artiste che ricercarono l’indipendenza dal modello paterno, superando in affermazione sociale e apprezzamento critico i loro maestri. È il caso a Bologna della celebre Lavinia Fontana, la quale acquisì quella fama e quegli onori che il padre aveva dilapidato, così come Elisabetta Sirani, pittrice scomparsa a ventisette anni, che in soli dieci anni di attività superò il genitore, il pittore reniano Giovan Andrea, maestro anche di Ginevra Cantofoli. Nell’area veneta, divenne leggendario l’intenso amore che legò Tintoretto alla figlia Marietta, cresciuta nella sua bottega e morta giovanissima, e la dedizione della pittrice Chiara Varotari al fratello Alessandro, il famoso Padovanino.

QUARTA SEZIONE – Le Accademiche

La prima donna a essere ammessa in un’associazione di artisti fu la mantovana Diana Scultori. Trasferitasi a Roma nel 1575, nel 1580 viene accolta nella Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta, dedicatario della cappella al Pantheon assegnata nel 1542 da Paolo III in giuspatronato all’associazione. La Compagnia, riservata a pittori, scultori e architetti, aveva come scopo soprattutto attività assistenziali, e sarà chiamata Accademia dei Virtuosi da Giovanni Baglione. Diverse sono le finalità dell’Accademia delle Arti del Disegno fondata nel 1563 a Firenze da Giorgio Vasari con l’approvazione di Cosimo I de’ Medici, nata dall’intento di veder riconosciuta l’eccellenza degli artisti e di assicurare la trasmissione del loro sapere attraverso l’insegnamento. Artemisia Gentileschi venne ammessa nell’Accademia fiorentina nel 1616. A Roma, esisteva l’Università dei Pittori, Miniatori e Ricamatori che nel 1577, su iniziativa del pittore Girolamo Muziano, si trasformò in Accademia delle Arti della Pittura, della Scultura e del Disegno, un’istituzione che confluirà nell’Accademia di San Luca, fondata da Federico Zuccari nel 1593 con gli stessi intenti dell’Accademia vasariana. Nel 1607 lo statuto fu modificato per consentire la partecipazione femminile, priva però del diritto di presenziare alle sedute esecutive. Gli elenchi riportano i nomi di diverse artiste: Lavinia Fontana, Anna Maria Vaiani, Maddalena Corvina, Giovanna Garzoni, Plautilla Bricci, Virginia Vezzi, Elisabetta Sirani, Isabella Parasole, Teresa Del Po, Lucia Neri, Ippolita De Biagi, Giustiniana Guidotti, Caterina Ginnasi.

QUINTA SEZIONE – Artemisia Gentileschi “valente pittrice quanto mai altra femmina”

Filippo Baldinucci, biografo e pittore fiorentino, nelle Notizie del disegno da Cimabue in qua, imponente opera pubblicata a partire dal 1681, attribuisce ad Artemisia Gentileschi un primato sulle artiste donne, definendola la più abile di tutte. Nel Novecento la sua storia di donna e la sua valenza artistica sono diventate emblematiche: Artemisia per la sua vita tormentata e trasgressiva è un mito di ribellione, e come pittrice è un manifesto di consapevolezza della propria identità professionale. Segnata dalla violenza subita a diciott’anni da parte del pittore Agostino Tassi, e dal conseguente processo durante il quale fu sottoposta a tortura, seppe reagire con grande forza d’animo, superando la propria condizione di donna disonorata attraverso il matrimonio con Pierantonio Stiattesi, e costruendo una parallela vita affettiva con l’aristocratico fiorentino Francesco Maringhi, a cui fu legata per gran parte della vita: una condotta che all’epoca suscitò scandalo. Le sue eroine bibliche, come Giuditta, Dalila e Giaele, protagoniste di efferati episodi in cui gli uomini diventano vittime, sono figure emblematiche di rivolta e vendetta, così come il giovane Davide è vincitore sul gigante Golia, in un rovesciamento di ruoli in cui si palesa la forza dei deboli. Le sue eroine storiche, come Cleopatra e Lucrezia, si impongono con una monumentale e viva corporeità nel momento drammatico del suicidio, scelto pur di non assoggettarsi. Le sue sante, da Maddalena a Caterina d’Alessandria, sono donne che aspirano alla salvezza, attraverso il pentimento o la sapienza. Dotata di ambizione e tenacia, frequenta eruditi e letterati, divenendo da pittrice analfabeta un’accademica a Firenze, ammessa a Venezia e a Napoli nei circoli culturali più elitari. Inquieta e alla costante ricerca di successo, la sua attività la porta fino a Londra, per concludersi a Napoli dove impianta una vivace bottega con diversi collaboratori uomini. Sebbene si dicesse costantemente insoddisfatta della vita e del lavoro a Napoli, Artemisia vi visse dal 1630 fino alla morte: le sue tracce si perdono dopo l’agosto 1654, quando a Napoli imperversava la peste. Appartengono a questo periodo due capolavori in mostra: David con la testa di Golia, visto da Jacob Sandrart nel 1631 nel suo studio, e la Maddalena proveniente dalla collezione Sursock, una delle famiglie più aristocratiche del Libano. Il dipinto è rimasto danneggiato dall’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, e viene esposto come è in questo momento, prima di essere sottoposto a restauro. È un’opera inedita, mai esposta, e costituisce un’aggiunta fondamentale al catalogo della Gentileschi.

 

 

Commenti Scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Articoli Recenti

Più visti