Il regista bolognese Pupi Avati, oggi 87enne, ha tracciato quello che lui stesso definisce un “rendiconto”, un bilancio della sua vita e una analisi del proprio passato, del cinema contemporaneo e dei colleghi, senza tralasciare aspetti molto intimi e particolari, confessando di rifugiarsi nel dialogo con i propri defunti: "Parlo con i morti, li evoco e li sento venire".
Pupi Avati: "Parlo con i morti, li evoco e li sento venire"
Pupi Avati si è raccontato in un'intervista a 360 gradi, rivelando alcuni dettagli inediti del proprio passato e anche della propria carriera. A 87 anni, con gli amici di una vita quasi tutti scomparsi e un futuro che “trova una sua difficile collocazione”, il regista ha confessato a Fanpage di rifugiarsi nel dialogo con i propri defunti, un’eredità spirituale della parte “occultista” della sua famiglia. “Da adulto quelle esperienze si sono trasformate in un grande legame con tutti i defunti della mia vita, per le persone a me care e a me più vicine - ha rivelato -. Anziché dedicare il tempo alle preghiere, spesso ripeto i loro nomi, in qualche modo li evoco e li sento venire, percepisco una loro vicinanza. E le angosce, in quel momento, finiscono”.
"Preparo sempre il discorso per l'Oscar, ma non è mai servito"
Nell'intervista Avati ha anche confessato di aver sempre pensato all'Oscar e di aver sempre preparato un discorso di ringraziamento in caso di vittoria. “Ci ho sempre pensato, costantemente”, ha dichiarato parlando del discorso scritto su un foglio di carta che “purtroppo non mi è mai servito”.
Gli anni di lavoro alla Findus
Uno dei passaggi più amari della conversazione riguarda il periodo precedente al suo debutto nel mondo cinematografico. Per quattro anni, Pupi Avati ha lavorato come rappresentante della Findus, vendendo surgelati. Un’esperienza che il regista ha definito “il periodo peggiore della sua vita”. “Il novanta per cento delle persone nel mondo dona i 40 anni migliori della propria vita a una professione con la quale non ha nulla a che spartire”, ha spiegato. Il regista ricorda come l’obiettivo fosse unicamente “scavalcare i colleghi nelle graduatorie di produttività per occupare posizioni di vertice”, mosso da un’ambizione e da ragioni economiche che, confessa, a lui hanno sempre interessato ben poco. È stato il cinema, e specificamente la visione di 8½ di Federico Fellini, a salvarlo da quella che lui definisce, con una certa amarezza, un’attività “fantozziana”.
Il “caso” Checco Zalone
Avati ha anche analizzato il cinema moderno, ponendo una netta linea di demarcazione tra la sua visione artistica e quelli che lui definisce "fenomeni commerciali di massa". Parlando di Checco Zalone, capace di infrangere ogni record al botteghino, il regista non ha usato filtri: “A me guadagnare 70 milioni di euro con un film è qualcosa che mi fa pensare a un altro mestiere rispetto al cinema”. Per il maestro bolognese, quello di Zaloneè “proprio un altro campionato”.









