18 Febbraio 2026
Trump-Netanyahu e Khamenei
La tensione continua a salire in Medio Oriente. Il secondo round dei negoziati indiretti a Ginevra fra le delegazioni statunitense e iraniane, è stato definito da funzionari di entrambi gli Stati "fallimentare", nonostante le parole cautamente positive dei rappresentanti ufficiali. Questo ha portato a un nuovo picco di ostilità. Secondo fonti del deepstate, Trump sarebbe ormai "stufo" delle trattative e dalle proposte di Teheran, considerate non sufficientemente buone per l'America.
Spinto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il tycoon ha aumentato il dispiegamento militare nella regione, con ritmo che è raddoppiato nelle ultime 24 ore. Uno schieramento simile, fanno notare diversi analisti geopolitici, non si vedeva dallo scoppio delle Guerre del Golfo. Anche l'Iran ha intensificato la pressione militare, chiudendo temporaneamente lo Stretto di Hormuz, ufficialmente per "esercitazioni programmate" con Cina e Russia, probabilmente per deterrenza. Diverse fonti ora, compreso Axios, credono che un attacco da parte statunitense e israeliana su Teheran sia probabile al 90% nei prossimi giorni e settimane.
Il Golfo Persico rimane al centro della tensione globale. Mentre Russia, Cina e Iran conducono esercitazioni navali congiunte nello Stretto di Hormuz nell’ambito delle manovre “Maritime Security Belt 2026”, gli Stati Uniti rafforzano in modo massiccio la propria presenza militare nella regione. Secondo indiscrezioni riportate da Axios, all’interno dell’amministrazione americana circola la convinzione che le probabilità di un’azione militare contro Teheran siano “vicine al 90%” nelle prossime settimane.
Le esercitazioni tra Mosca, Pechino e Teheran — descritte come un tassello della cooperazione marittima Brics e di un “ordine multipolare sugli oceani” — arrivano dopo un secondo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Ginevra. Se da un lato l’Oman e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno parlato di “progressi” e di principi guida condivisi, da Washington il tono appare più cauto. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che Teheran non avrebbe accettato alcune “linee rosse” fissate dal presidente Donald Trump.
Secondo fonti citate da Axios, Trump sarebbe “stanco di trattare” e pronto a valutare un’opzione militare su larga scala, non un attacco limitato ma una campagna potenzialmente lunga settimane. Israele, riferiscono le stesse fonti, starebbe spingendo per un’azione rapida dopo i negoziati considerati deludenti. A Gerusalemme si moltiplicano le riunioni di sicurezza interne: la Knesset ha ricevuto briefing riservati sui preparativi contro possibili attacchi missilistici o con droni.
Parallelamente, il dispiegamento militare statunitense nelle ultime ore ha assunto proporzioni straordinarie. Due gruppi portaerei sarebbero ora presenti nell’area, affiancati da una dozzina di navi da guerra, sistemi di difesa aerea e centinaia di velivoli. Decine di aerei cisterna KC-46 e KC-135 sono stati osservati in rotta verso basi strategiche come Lajes nelle Azzorre e Chania a Creta, snodi fondamentali per il rifornimento in volo di bombardieri e caccia diretti verso il Medio Oriente.
Secondo analisti indipendenti che monitorano i movimenti USAF, nelle ultime 24 ore sarebbero stati schierati fino a 50 caccia aggiuntivi — inclusi F-16, F-22 e F-35 — insieme ad aerei da trasporto C-17 e C-5. Un accumulo di risorse che alcuni osservatori definiscono il più rapido e consistente dai tempi delle guerre del Golfo.
Nel frattempo, Teheran ribadisce di non voler sviluppare armi nucleari e si dice pronta a verifiche internazionali, ma annuncia nuove esercitazioni navali con la Russia nel Mare di Oman. Mosca ha dichiarato che minacce e ricatti non favoriscono il dialogo, offrendo persino la disponibilità a gestire l’uranio arricchito iraniano per facilitare un accordo.
La diplomazia resta formalmente aperta, con un nuovo scambio previsto entro due settimane. Tuttavia, il ritmo del rafforzamento militare e il linguaggio sempre più duro da entrambe le parti alimentano il timore che il Golfo possa presto diventare il teatro di un conflitto di vasta scala, con conseguenze imprevedibili per l’intero Medio Oriente e per i mercati energetici globali.
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