17 Febbraio 2026
Trump-Khamenei Fonte: X @SumitHansd
Si è concluso il secondo round di negoziati indiretti fra la delegazione americana e quella iraniana a Ginevra. Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha dichiarato: "C'è intesa sulle linee guida sul dossier nucleare, anche se l'accordo è lontano". Il presidente americano Donald Trump, rappresentato alle trattative dal suo inviato speciale nel Medio Oriente Steve Witkoff e dal braccio destro Jared Kushner, si è definito "non soddisfatto" delle richieste che l'Iran ha avanzato sull'atomica, ritenute non sufficienti.
La tensione, anche fuori dalla diplomazia, rimane altissima. Continua infatti il dispiegamento militare di aerei da guerra e da rifornimento statunitensi, mentre la seconda portaerei Uss Gerald R. Ford è a nemmeno due settimane di navigazione dal Mar Arabico. Intanto, nella giornata di oggi, lo stretto di Hormuz è stato chiuso da Teheran per esercitazioni congiunte con Cina e Russia: una decisione che pare dettata dalla deterrenza, più da una reale necessità militare.
Si è conclusa a Ginevra la seconda giornata di negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare, sotto la mediazione dell’Oman. Le delegazioni hanno lasciato l’ambasciata omanita nel pomeriggio, confermando la fine dei colloqui. Da entrambe le parti arriva un cauto ottimismo: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di “un’intesa sui principi guida” che dovrebbero costituire la base per la stesura di un possibile accordo.
“Abbiamo raggiunto una comprensione generale su una serie di principi fondamentali, ma non significa che l’intesa sia vicina, il percorso è appena iniziato”, ha dichiarato Araghchi. Anche fonti statunitensi hanno confermato la chiusura del round, senza però sbilanciarsi sui risultati concreti.
Secondo indiscrezioni, Teheran avrebbe proposto una pausa di tre anni sull’arricchimento dell’uranio, l’invio all’estero di parte delle scorte già arricchite – forse in Russia – e la possibilità di futuri accordi commerciali con Washington in caso di revoca delle sanzioni. Gli Stati Uniti chiedono invece una sospensione più ampia dell’arricchimento e limiti sul programma missilistico. L’Iran rifiuta lo smantellamento totale del suo programma nucleare, rivendicandone la legittimità ai sensi delle norme dell’Aiea.
Il clima resta però estremamente teso. Mentre i diplomatici trattavano a Ginevra, la Guida Suprema Ali Khamenei ha lanciato un messaggio durissimo: “Una portaerei è un’arma pericolosa, ma più pericolosa è l’arma che può affondarla”. Il riferimento è alle unità navali statunitensi, tra cui la Uss Gerald R. Ford, dispiegate nel Mediterraneo orientale e nel Golfo su decisione del presidente Donald Trump.
Washington ha intensificato nelle ultime settimane la presenza militare in Medio Oriente, con l’invio di caccia, aerei cisterna e gruppi navali. Secondo fonti americane, il rafforzamento serve sia come deterrenza sia come opzione operativa qualora i negoziati fallissero. Diverse unità già presenti nella regione avrebbero visto estendere il proprio dispiegamento.
In parallelo, l’Iran ha avviato l’esercitazione “Smart Control of the Strait of Hormuz”, coinvolgendo marina e Guardiani della Rivoluzione. Per alcune ore Teheran ha limitato il traffico nello Stretto di Hormuz per “motivi di sicurezza”, ufficialmente legati alle manovre. Un segnale che suona come avvertimento: lo stretto resta un choke point strategico per il commercio energetico globale.
A complicare il quadro, anche la dichiarazione del portavoce talebano Zabihullah Mujahid, secondo cui l’Afghanistan sarebbe pronto ad “aiutare il popolo iraniano” in caso di attacco statunitense. Pur affermando di non sostenere la guerra, i talebani hanno lasciato intendere un potenziale sostegno politico o logistico a Teheran.
Resta infine l’incognita israeliana. Se le condizioni di un eventuale accordo non fossero ritenute sufficientemente restrittive – anche qualora Washington adottasse una linea più elastica – per Israele potrebbero risultare inaccettabili. In tal caso, aumenterebbero le pressioni su un’azione militare preventiva contro le infrastrutture nucleari iraniane.
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